Una delle ragioni del sensazionale successo arriso, tra il 2009 e il 2010, al bel film di Radu Mihaileanu, Il concerto, è certo da individuare nella scelta di far ruotare la vicenda attorno all’esecuzione di uno dei concerti più popolari del repertorio violinistico, il Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij. Alla commozione, portata al parossismo, pur sul filo di
un'ironia degna della migliore tradizione yiddish, in una lunga e coinvolgente
scena finale fatta apposta per strappare le lacrime, sarebbe forse più facile resistere se Mihaileanu avesse scelto una colonna sonora diversa; così, invece, le lacrime scorrono a fiumi, a riprova della non comune efficacia retorica di un pezzo che è da sempre tra i più cari al pubblico dei concerti e dei dischi.
Eppure non tutto fu facile, all’inizio. Il
Concerto fu scritto da
Čajkovskij nel mese di marzo del 1878, in uno slancio di febbrile urgenza creativa. L’autore, che in un primo tempo avrebbe voluto dedicare il pezzo al suo allievo violinista Josef Kotek, per evitare di scatenare malignità sul segno del suo rapporto con l’allievo decise, a composizione ultimata, di dedicarlo a
Leopold Auer, il grande violinista di origini ungheresi che nel 1868 era succeduto a Wieniawski come professore di violino al Conservatorio di San Pietroburgo. Auer, che pure non aveva mancato di apprezzare da subito le qualità del
Concerto, si convinse della necessità di sottoporlo a un lavoro di revisione al quale fu però in grado di porre mano solo molto più tardi (Čajkovskij non ebbe il tempo di vederne i frutti). Intanto, la prima esecuzione del
Concerto, prevista per il marzo del 1879 con Auer al violino, fu rimandata proprio a causa del ritardo nel promesso lavoro di revisione, e ulteriormente posticipata per il rifiuto opposto dagli altri violinisti ai quali Čajkovskij si era rivolto nel frattempo. Alla prima esecuzione si arrivò solo nel dicembre del 1881, e non in Russia, ma a Vienna, solista il giovane Adolf Brodsky, al quale Čajkovskij finì per dedicare il suo
Concerto. Le reazioni della critica furono di segno discorde: non mancarono voci di approvazione, ma a passare alla storia (anche per la sua miopia, certo) fu la feroce recensione pubblicata da Eduard Hanslick nella
Neue Freie Presse, una recensione che ferì Čajkovskij a morte. Auer suonò il
Concerto in pubblico solo nel 1893, nella versione da lui riveduta, solo pochi mesi prima della morte del suo autore.
L’
esecuzione di Yehudi Menuhin qui proposta nella sua interezza si fonda appunto sulla versione riveduta da Auer, il quale, approdato negli Stati Uniti nel 1918, aveva portato con sé la sua riscrittura del
Concerto (Menuhin, formatosi negli USA alla scuola di maestri allievi a loro volta, in modo più o meno diretto, di Auer, si conformò all’uso di eseguire il
Concerto nella versione riscritta da quest’ultimo). L’esecuzione è storica per molte ragioni insieme: è, intanto, l’unica esecuzione del
Concerto di Čajkovskij che Menuhin abbia consegnato al disco (l’incisione realizzata per EMI nel 1959 con Sir Adrian Boult sul podio fu ritenuta insoddisfacente dallo stesso Menuhin e vide la luce solo molti anni dopo essere stata realizzata, in un album di ‘Unissued recordings’). In più, ad accompagnare Menuhin è uno dei più grandi direttori d’orchestra del Novecento, l’ungherese Ferenc Fricsay, alla sua prima incisione in studio con l’orchestra del RIAS. A colpire, infine, è il fatto che la registrazione venne effettuata a Berlino nel settembre del 1949: una tra le numerose testimonianze dell’impegno con il quale l’ebreo Menuhin si spese, già nell’immediato dopoguerra, in cerca di gesti concreti di riconciliazione nel segno della musica. Per l’intesa perfetta tra le intenzioni del direttore e quelle del solista; per la nobile, rattenuta compostezza con la quale viene resa, senza traccia di vacuo sentimentalismo, la sovrana bellezza del materiale tematico che costituisce l’ossatura del primo e del secondo movimento; per la levità davvero mendelssohniana che pervade da cima a fondo l’esecuzione del finale, questa di Menuhin e Fricsay, nonostante la molto agguerrita concorrenza, è da considerare senza dubbio tra le più belle interpretazioni del
Concerto di Čajkovskij che siano mai state consegnate al disco.
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