Pochi generi musicali come il rock hanno espresso la distanza generazionale e la rabbia giovanile. Prima del rock'n'roll, prima che potesse essere ascoltata “Rock around the clock”, proposta da Bill Haley and his Comets nel 1954 ( http://www.youtube.com/watch?v=F5fsqYctXgM ), non c'era una musica che rappresentasse un mondo
giovanile inquieto. Non a caso quel pezzo trovava posto nella colonna sonora di “Blackboard Jungle” (tradotto nella versione italiana in “Il seme della violenza”) ed ebbe poi una sua trasposizione cinematografica con protagonista lo stesso
Bill Haley due anni dopo.
Quell'irrequietudine nasceva dalla progressiva distanza dai valori e dagli stili di vita dei padri. La generazione nata a guerra conclusa aveva assaporato nuove forme di benessere, e una nuova voglia di libertà si esprimeva nell'esplorazione di uno spazio più ampio, nell'indisponibilità alla disciplina scolastica e familiare, nel cercare una propria via senza che fossero i genitori a tracciarla. Erano aspirazioni largamente diffuse e il rock seppe trasformarle in costume sociale, in linguaggio, in un modo di vivere, perfino nell'abbigliamento e nel modo di acconciare i capelli, nonché in una fisicità che il rock'n'roll prima e il rock poi seppero offrire a giovani desiderosi di perdere un autocontrollo imposto dall'esterno.
Quando i
Beatles irruppero sulla scena con “Love me do”, nel 1962, (
http://www.youtube.com/watch?v=_xuMwfUqJJM ), il terreno era fertile perché la loro proposta venisse accolta con un entusiasmo che raggiunse punte di delirio. Quando si presentarono i Rolling Stones, con uno stile progressivamente aggressivo, i Beatles fecero la figura dei bravi ragazzi. E se i due gruppi interpretavano il bisogno di uscire dal condizionamento degli stereotipi di una cultura tradizionale, gli
Who regalarono a quella generazione il proprio inno: in “My generation” (1965) si auguravano di morire prima di diventare vecchi (per una delle loro prime apparizioni televisive:
http://www.youtube.com/watch?v=7xZOrWK6d4g ; per la celeberrima versione a Woodstock:
http://www.youtube.com/watch?v=cH9IgJZCx4c ).
Quando all'antagonismo esistenziale proprio delle distanze generazionali si aggiunse la consapevolezza delle tensioni sociali, determinata dalla crescente massa critica presente tra i giovani, il rock era a disposizione anche per rappresentare la colonna sonora dei primi movimenti giovanili visti in azione nel secondo dopoguerra. Gli Who, per esempio, non rappresentarono solamente un'identità generazionale, incarnarono anche la rabbia sociale di giovani proletari ed emarginati, diffidenti del potere (“Meet the new boss, same as the old boss”: Won't get fooled again - 1971 -
http://www.youtube.com/watch?v=Rp6-wG5LLqE ).
Negli Stati Uniti, intanto, la critica al potere era divenuta esplicita: dalle radici del folk emergeva Bob Dylan: Blowin in the wind (
http://www.youtube.com/watch?v=JlDrHDc8DSQ ) in particolare, ma anche Masters of war, in cui la condanna ai signori della guerra si accompagnava all'augurio che potessero morire presto, costituirono la colonna sonora del movimento di protesta contro la guerra in Vietnam (per performance di Dylan di questo pezzo il copyright impera, mentre per le numerose cover c'è l'imbarazzo della scelta). Anche
Joan Baez fu protagonista di quel movimento: si veda una giovanissima Baez che canta “Blowin in the wind” in
http://www.youtube.com/watch?v=DFvkhzkS4bw .). Erano le radio, infatti, il maggior veicolo per conoscere nuovi pezzi. Il rock aveva fatto nascere un mondo professionale nuovo: trasmissioni radiofoniche dedicate alla musica “dei giovani” e, di conseguenza, selezionata dai dj; riviste specializzate, film che rappresentavano gli aneliti generazionali accompagnarono la crescita del rock. Pellicole come “Easy Rider” (1969) e “Fragole e sangue” (1970), rispettivamente di Dennis Hopper e di Stuart Hagmann, simboleggiavano la tensione tra un'America tradizionale e violenta e una generazione che aveva voglia di libertà e non voleva cedere all'autoritarismo. In questi, come in altri film che esprimevano la nuova cultura giovanile, una parte decisiva era assegnata alla sua colonna sonora. Si ritrovano così titoli importanti in quelle pellicole, come “Born to be wild” degli Steppenwolf (
http://www.youtube.com/watch?v=rMbATaj7Il8 , che accompagna i titoli di testa del film “Easy Rider”), Give Peace a Chance di John Lennon, inno del movimento pacifista, con cui si chiude la repressione poliziesca di “Fragole e sangue” ambientata alla Columbia University. La musica, rock e folk, in particolare, insomma, seguì ogni passo della cultura generazionale statunitense.
La contrapposizione generazionale, dunque, non rimase la sola componente di una cultura antiautoritaria e antimperialista. In alcune sue componenti quella generazione ambiva a una rivoluzione sociale. Alla fine degli anni Sessanta anche i maggiori gruppi dovettero confrontarsi con tale termine e prendere posizione. I Beatles furono netti: “Tutti vogliamo cambiare il mondo, ma se parli di distruzione non puoi contare su di me” (Revolution – 1968:
http://www.youtube.com/watch?v=AqC_Gma221M ); i Rolling Stones, invece, quasi si scusavano perché, nella Londra sonnolenta non c'era posto per un combattente di strada, e un ragazzo ribelle poteva solo suonare in una rock'n'roll band (Street fighting man – 1969 –
http://www.youtube.com/watch?v=qUO8ScYVeDo ); mentre i Jefferson Airplane intendevano arruolare “Volunteers for the revolution” (“Volunteers”:
http://www.youtube.com/watch?v=6ljxpyH4dnA ) (1969) anche perché “This generation got no destination to hold”. A quest'ultimo pezzo (e al disco che portava lo stesso titolo), venne interdetto qualsiasi passaggio radio, ma vendette comunque milioni di copie.
E se nel mondo anglosassone il folk americano, il pop e il rock inglese e statunitense prestavano ispirazione ai contestatori, in Europa erano apprezzati anche gli chansonnier. In Italia
Fabrizio De André si metteva sulle tracce di Jacques Brel, mentre il primo Guccini sembrava più seguire le orme di Dylan. Paragoni forse esagerati, ma filoni musicali seguiti da molti ragazzi di allora. Certo la scelta dei ragazzi inglesi e americani appariva più ampia e spaziava dal folk, al pop, al rock. Quella musica veniva suonata e cantata in ogni luogo dove una massa di giovani rifiutava di essere condizionata come le balle di fieno, ridotta in quadrati uguali, ed esprimeva anche la necessità di trovare una colonna sonora alla propria rabbia e all'esclusione sociale.
© Riproduzione riservata