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Spettacolo

02 luglio 2012

Il sarto-manager, la moglie e una musica "cattiva": il punk

Marco De Nicolò

Quando il rock ha attenuato la sua funzione di colonna sonora della variopinta generazione degli anni Sessanta e primi Settanta, l'energia inespressa di una gioventù ribelle doveva trovare altre forme di rappresentanza musicale. Beninteso, il rock non era certamente morto, anzi, continuava la sua navigazione, non aveva mai messo giù le brande durante il suo viaggio. Ma gli atteggiamenti da

star di molti suoi protagonisti non erano in grado di colmare quella distanza dalle esperienze di vita condotte ai margini delle metropoli. L'emergere di nuove forme di comunicazione, dalla poesia maudit e alla sua connessione con la musica, tramite Patti Smith, l'eredità lasciata da un lato dai Velvet Underground, dall'altra dagli Who, avevano già seminato il campo di nuove sonorità, prime tra le quali quelle dei finti fratelli Ramones, che esordivano nel 1974. Nel loro primo album, inciso nell'anno successivo, spiccavano “Blitzkrieg bop”: e “Judy is a Punk”. Il termine “Punk” venne poi ripreso da una rivista messa in piedi da Legs Mc Neil e John Holmstrom, con il compito di trattare prevalentemente i nuovi fenomeni musicali che prendevano piede negli States. La musica dei Ramones fece scuola: pezzi brevissimi, nessun virtuosismo, solo energia, sezione ritmica talvolta “spezzata” tra basso e batteria. Era la ricetta per una scena inglese, e poi europea, per rinnovare la scena musicale e per rappresentare quella che sarebbe stata definita una “blank generation”: uno spazio bianco da riempire ma che, grazie a un po' di nichilismo, non sarebbe approdata ad alcuna sponda, preferendo rimanere una generazione “no future”.

La rabbia, l'esasperata opposizione a tutto ciò da cui si era circondati, segnavano una forte distanza dalla generazione precedente e, teoricamente, anche dalla musica che si sarebbe concretizzata sulla scena punk. Altro che hippies, altro che progressive, altro che pop e rock già metabolizzato: “No Elvis, No Beatles, No Rolling Stones”, proclamavano i Clash nel 1977.

Tutto ciò però, molto probabilmente, non si sarebbe tradotto in un movimento dai confini più larghi del campo musicale e che avrebbero investito il modo di presentarsi alla società. L'abbigliamento e le acconciature dovevano comunicare alla società circostanti, che una generazione che non aveva niente da perdere si faceva avanti minacciosa.

A Londra, a King's Cross, per l'esattezza, aveva la sua boutique Malcolm Mc Laren, validamente assistito da Vivienne Westwood, la sua compagna. Non era la sola occupazione, perché Malcolm si era occupato anche del management dei New York Dolls. Tornato in Inghilterra, volle dare vita a un look di rottura. Il materiale di base già c'era: i giubbotti di pelle dei motociclisti venivano semplicemente riempiti di borchie a cui si potevano accompagnare stivali alti e pantaloni sdruciti. Se si aggiungeva poi una certa fantasia nell'acconciatura e qualche spilla da balia, il più era fatto. Egli riuscì a convincere Steve Jones, Glen Matlock e Paul Cook a vestirsi così; non riuscì a convincere un altro quasi musicista, Richard Hell. Così ripiegò su Johnny Lydon, cioè Johnny Rotten: erano nati i Sex Pistols (integrati poi da Sid Vicious che avrebbe preso il posto di Glen Matlock), che sarebbero poi ascesi nella scena punk per quel look, per l'assoluta approssimazione musicale, per lo stile e i testi provocatori. Rimangono le loro performance, i testi “sovversivi” come “God save the Queen”: in cui il Regno di Sua maestà era definito fascista e in cui si ribadiva che non c'era futuro o “Anarchy in UK” (“Sono un anarchico, non so cosa voglio, ma so come ottenerlo”).

La triade più rappresentativa del punk includeva anche i “Damned” e i “Clash”. I primi erano soprattutto caratterizzati dalle performance e dai travestimenti. Il loro primo 45 giri, “New Rose”, fu la scossa iniziale del movimento musicale.

Se i Sex Pistols erano i classici ribelli senza causa, per di più nati in un laboratorio di look, se i “Damned” diedero l'avvio allo stile classico fatto del risalto della voce e dal ritmo duro e frenetico, i “Clash” appaiono, rispetto agli altri due gruppi, i meno approssimativi e più decisamente orientati politicamente: da “White Riot”, a “I'm so bored with the USA” in cui “il dollaro yankee parla ai dittatori del mondo” per passare a “London Calling” e presentarsi, infine, con il triplo album “Sandinista” (1980), la loro inclinazione sembra ben chiara. Meno ossessivi e ripetitivi degli altri gruppi, i Clash presentavano una chiara matrice rock, che non escludeva però passaggi per il raggae e una maggiore struttura armonica rispetto agli altri gruppi.

Il punk certo non era tutto nei tre gruppi fondamentali: gli Angelic Upstarts, i South Shields, i Chelsea erano altre band molto seguite. I gruppi racchiusi nell'Oi! Music, rappresentarono poi una corrente punk di direzione ambigua, in cui alla critica e all'esaltazione dell'energia si alternavano pezzi con testi omofobi e vicini al razzismo. Proletari e skinheads, ultrà del tifo calcistico e caos si mescolarono in una miscela che rappresentò una rabbia quasi sempre senza una direzione precisa. Esperimenti punk si ebbero poi in tutta Europa e con varie declinazioni. L'aggressività, l'esasperazione del ritmo, strumenti poveri, lontani delle celebrate Fender e Gibson, pezzi tirati, molto spesso senza grande perizia, furono gli elementi predominanti. Il caos e il rumore che si levò da molti palchi punk rappresentava d'altronde il disorientamento di un pezzo di una generazione.

Mi capitò, in pieni anni Ottanta, di essere testimone della seguente scena: adolescenti punk, con creste, borchie e stivaloni percorrevano Corso Vittorio a Roma. Un ragazzo si staccò dal gruppo e si avvicinò a un telefono pubblico. Gli altri chiesero cosa stesse facendo. “Devo telefona' a mi' madre se famo tardi, se no m'ammazza quanno torno”. Era forse la versione italiana di una ribellione che si fermava alla soglie del nostro dannato, incurabile e rassicurante familismo.

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