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Spettacolo

29 febbraio 2012

Professione cinema. Scuola o fai da te?

Claudio Vecchio

Ogni anno migliaia di giovani sono pronti ad entrare nello showbiz, come hanno imparato a definire il mondo dello spettacolo negli innumerevoli corsi di laurea o master dedicati alle discipline di scrittura creativa, di manager dell’audiovisivo, di ideazione di format per webt tv esistenti ovunque in Italia. Una moltitudine quasi sempre mossa dai più variegati obiettivi, c’è chi vuole rivoluzionare forme e stili di narrazione e chi

già si immagina al volante di una Ferrari. Anni luce dai tempi in cui l’unico sbocco dei talenti era l’approdo a Roma, per tentare l’ammissione ai corsi dell’Accademia Silvio D’Amico o del Centro Sperimentale di Cinematografia. Ma qualità della formazione a parte, quali sono poi le strade effettive per accedere al mondo del lavoro nello spettacolo e, nello specifico, nel cinema? A partire dalle fasi iniziali, l’acquisto del soggetto e la stesura della sceneggiatura, sino alla compilazione della richiesta per ottenere il visto censura del trailer, produrre un film significa vedere impegnata una massa variabile di lavoratori, da qualche decina sino a diverse centinaia. Come in tutti i settori farne parte è impresa ostica, le chiavi di accesso sono molteplici e non sempre connesse alla formazione svolta. Per lavorare nel reparto produzione di un film a low budget che racconta le tribolazioni sentimentali di un giovane ragusano nella propria città, vale di più un prestigioso Master conseguito negli USA o un risicato diploma accompagnato da tanta buona volontà e capacità d’improvvisazione? La neodiplomata alla rinomata accademia di costume, talentuosa disegnatrice ed esperta di tessuti, avrà per questo più facilmente accesso al reparto costumi della megaproduzione americana, in Italia per realizzare l’ennesimo sequel di “Vacanze romane”? Escluse le segnalazioni di congiunti e affini, pratica diffusa ma forse in questo campo al di sotto della media globale, alla fine a farla da padroni sono i mix intuito/esperienza (di chi seleziona) e fortuna/potenzialità (di chi viene selezionato). Basteranno pochi giorni per verificare se il cocktail è riuscito e se l’aspirante erede di Milena Canonero è anche in grado di azionare una lavatrice e mercanteggiare con scaltrezza tra le bancarelle dell’abbigliamento usato. L’aspirante Jerry Bruckheimer mostrerà se, oltre ad aver ben assimilato articolate teorie sui futuri modelli di sfruttamento dell’audiovisivo sui social networks, maneggia con disinvoltura la fotocopiatrice, conosce la giusta temperatura di servizio del caffè espresso (macchiato freddo) destinato all’attore in visita negli uffici e riesce a stivare nella sua station wagon ogni genere di attrezzatura senza fare danni. Il tutto corredato da sorrisi sinceri ed entusiasmo inesauribile, sostenuti dalla prospettiva di arrivare sul set, meta di qualsiasi stagista ed effettivo big bang della neonata carriera. In questa fase successiva, quando il film effettivamente “si gira”, gli stagisti godranno di un iniziale occhio di riguardo, nel senso che saranno controllati con accortezza per valutarne idoneità e, soprattutto, evitare di provocare sconquassi sul set che, al pari di qualsiasi ingranaggio, è sensibile ai granelli di polvere. Terminate le riprese, fatte le ultime fotocopie e ordinati i costumi “vintage”, gli oramai ex stagisti si chiederanno se era proprio necessario studiare così tanto, visto che nessuno ha chiesto loro di mettere a frutto gli anni di studio quanto piuttosto di dare fondo alla propria pazienza, entusiasmo e ogni sorta di virtù. Non troveranno facilmente risposta, "Ma questa è un'altra storia" come diceva Moustache, il filosofo-barman di “Irma la dolce”.

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