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Tecnologia

01 giugno 2012

Facebook in borsa, l'inizio di una nuova bolla?

Nicola Nosengo

Ma insomma, è flop o non è flop? Sui grandi giornali di lingua inglese, le opinioni sulla storica IPO (Initial Public Offering, l’equivalente della nostra OPA) di Facebook divergono. Non tanto sul risultato in sé (i numeri non mentono, e le quotazioni delle azioni di Facebook non sono esattamente schizzate alle

stelle). Ma su cosa questo significhi per il futuro della Internet Economy in generale.
Sul New York Times, l'editorialista Ross Douthat ha preso spunto dall’entrata in borsa di Facebook (che Business Week ha definito “il più grande flop del decennio”), per cantare il de profundis dell’idea che il Web 2.0 sia destinato a trasformare l’economia, rivelando finalmente la ricetta per fare soldi con Internet.
In effetti, Mark Zuckerberg e soci si aspettavano probabilmente molto di più dall'entra in borsa. Dal prezzo iniziale di 38 dollari ad azione, la quotazione di Facebook era arrivata, il 30 maggio, a 28 dollari ad azione, ben dieci in meno. Per il povero (si fa per dire) Zuckerberg, propri in questi giorni in luna di miele in Italia, questo ha significato tra l'altro uscire dalla lista dei primi 40 miliardari del pianeta stilata quotidianamente da Bloomberg. Le sue fortune personali, per effetto della perdita di valore della società, sono infatti crollate da quasi 19 miliardi di dollari a 14,75.
La spiegazione per la deludente performance di borsa di Facebook è più o meno la stessa secondo tutti i commentatori, ed è un vecchio ritornello quando si parla di Internet economy. Nonostante l'enorme quantità di clienti e la straordinaria riconoscibilità del marchio, Facebook non ha ancora trovato un modello di business convincente, un modo per spillare soldi a tutti quei clienti. La pubblicità sul social newtork è poca e non così efficace come quella mirata su Google, per esempio. In realtà la più grande ricchezza di Facebook è l'enorme quantità di dati personali di cui dispone sui propri utenti, ma le più elementari norme sulla privacy in tutti i paesi occidentali impediscono a Zuckerberg di capitalizzare davvero quella risorsa, vendendo informazioni sui suoi utenti alle grandi aziende.
E così, memori della bolla delle dot.com alla fine degli anni Novanta, gli investitori si sono avvicinati a Facebook con grande scetticismo. Douthat ci vede non solo il problema di una singola società, ma un “segno dei limiti commerciali di Internet”. Che funziona molto bene finché si tratta di fornire “divertimento a buon mercato”, ma che non è in grado di generare posti di lavoro e crescita, quello che ci si aspetterebbe da una vera rivoluzione tecnologica.
In fondo, nota, le maggiori storie di successo dell'era digitale, Apple e Amazon, usano la rete solo per gestire ordinazioni e consegne di beni molto tangibili e molto “tradizionali” (apparecchi elettronici, libri e DVD). Chi invece offre prodotti al cento per cento digitali, finora, ha avuto profitti altrettanto eterei. E dopo due anni di “entusiasmo da dot.com”, il settore impiega ancora relativamente poche persone, e almeno in USA ha un tasso di disoccupazione tra i più alti del paese. 
Il verdetto è impietoso: “Internet è sicuramente una rivoluzione, ma culturale più che economica. Twitter non è la Ford, e Google non è la General Electric”.
Tutto sbagliato, gli ha risposto dall'Economist il blog “Free Exchange” (anonimo come tutto il settimanale inglese). Secondo cui Douthat “fraintende malamente l'impatto economico di Internet”. Quest'ultima, scrive, è una tecnologia “general-purpose”, come l'elettricità. Non vale tanto in sé, quanto per quello che consente di fare a tutti gli altri settori economici. L'impatto della rivoluzione elettrica non sta in quante persone siano andate a lavorare nella produzione e fornitura di energia elettrica, ma in quanti hanno visto il loro lavoro trasformato e migliorato dall'elettricità. In più, notano dall'Economist, la dimensione tipica delle grandi aziende a cui siamo abituati (vedi Ford e General Electric) è una conseguenza delle tecnologie di produzione del XX secolo, che favorivano economie di scala e integrazione orizzontale e verticale. L'economia digitale ha prima di tutto l'effetto di rendere conveniente produrre con organizzazioni più snelle. Quindi il fatto che nessuna dot.com raggiunga le dimensioni della Ford non può essere considerato di per sé un segno di fallimento. E sopratutto, va sempre ricordato che Internet, per quanto ormai familiare a tutti noi, è ancora una tecnologia nella sua infanzia. In fondo, è solo da pochi anni che tutti (o quasi) hanno un indirizzo email, e buona parte della popolazione non ha ancora uno smartphone. “Continueremo a sottovalutare l'importanza dell'economia di Internet fino a che, un giorno, la chiameremo semplicemente l'economia” conclude l'Economist.

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