Tacito orror di solitaria selva

      Tacito orror di solitaria selva
       di sì dolce tristezza il cor mi bea,
       che in essa al par di me non si ricrea
       tra’ figli suoi nessuna orrida belva.
5        E quanto addentro più il mio piè s’inselva,
       tanto più calma e gioia in me si crea;
       onde membrando com’io là godea,
       spesso mia mente poscia si rinselva.
       Non ch’io gli uomini abborra, e che in me stesso
10        mende non vegga, e più che in altri assai;
       né ch’io mi creda al buon sentier più appresso:
       ma, non mi piacque il vil mio secol mai:
       e dal pesante regal giogo oppresso,
       sol nei deserti tacciono i miei guai.

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PARAFRASI

La silenziosa e minacciosa oscurità d’una selva solitaria mi allieta il cuore di una tristezza così dolce che nessuna orribile belva feroce in compagnia dei suoi cuccioli vi trova ristoro come faccio io. E quanto più il mio piede si addentra nella foresta, tanto più si producono in me calma e gioia; quindi, ricordando come là mi sentivo felice, spesso poi la mia mente torna di nuovo a rifugiarvisi. Non è che io detesti gli uomini, e che non veda in me stesso dei difetti, anzi ne vedo più che in altri; né che io creda d’essere più vicino alla buona strada: ma il mio vile secolo non mi è mai piaciuto e, (poiché sono) oppresso dal pesante giogo della tirannide, le mie sofferenze si placano solo nei luoghi solitari.

COMMENTO

Questo famoso sonetto è del 1786 (l’autore ha trentasette anni). Come e più che in altri delle Rime, composte tra il 1776 e il 1799 - tra le maggiori raccolte poetiche del secolo - il riferimento al Petrarca è chiarissimo (Canzoniere, CLXXVI: “un solitario orrore / d’ombrosa selva ”); ma ben diverso è il risultato dell’affinità tra la solitudine cercata in luoghi oscuri (“i più deserti campi” petrarcheschi) e la tranquillità dell’animo (calma e gioia), che culmina in un ossimoro doppio in uno stesso verso (dolce tristezza - il cor mi bea). La volontà di scrivere in “versi in cui spiri l’arte del Petrarca e di Dante”, come lui dice nella Vita, porta l’Alfieri a un petrarchismo che quasi si direbbe ‘metallizzato’, nel suo originalissimo stile ‘tragico’: tal è l’indole del poeta, preromantico nell’animo, nella cui fortissima tensione spirituale tutto è autobiografia, ribellione alla tirannide e aspirazione alla libertà.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Vittorio Alfieri (Asti 1749 - Firenze 1803), nobile, orfano di padre a meno di un anno, irrequieto viaggiatore per tutta l’Europa, cresciuto in operoso isolamento, è legato dal 1777 fino alla morte a Luisa Stolberg, contessa d’Albany. Abbandonato il Piemonte, vive a Siena, a Firenze, a Roma, a Colmar, a Parigi. Illuminista, ma caratterizzato da un individualismo ribelle che rifiuta gli ideali dell’Arcadia e prelude alla poetica romantica, compone fra l’altro trattati politici (Del principe e delle lettere, 1778-1786; Della tirannide, 1777-89), commedie, satire, l’antifrancese Misogallo (epigrammi, sonetti e prose), un’autobiografia fra le maggiori del secolo (Vita scritta da esso, 1790 e 1804, postuma) e soprattutto una ventina di tragedie in endecasillabi sciolti che ne fanno il maggior poeta tragico italiano, tra le quali Filippo (1775-83), Polinice (1775-83), Antigone (1776) e i due capolavori Saul (1782) e Mirra (1784-86).
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