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Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra

      Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
       son giunto, lasso, ed al bianchir de’ colli,
       quando si perde lo color ne l’erba:
       e ’l mio disio però non cangia il verde,
5        sì è barbato ne la dura petra
       che parla e sente come fosse donna.
       Similemente questa nova donna
       si sta gelata come neve a l’ombra;
       ché non la move, se non come petra,
10        il dolce tempo che riscalda i colli,
       e che li fa tornar di bianco in verde
       perché li copre di fioretti e d’erba.
       Quand’ella ha in testa una ghirlanda d’erba,
       trae de la mente nostra ogn’altra donna;
15        perché si mischia il crespo giallo e ’l verde
       sì bel, ch’Amor lì viene a stare a l’ombra,
       che m’ha serrato intra piccioli colli
       più forte assai che la calcina petra.
       La sua bellezza ha più vertù che petra,
20        e ’l colpo suo non può sanar per erba;
       ch’io son fuggito per piani e per colli,
       per potere scampar da cotal donna;
       e dal suo lume non mi può far ombra
       poggio né muro mai né fronda verde.
25        Io l’ho veduta già vestita a verde,
       sì fatta ch’ella avrebbe messo in petra
       l’amor ch’io porto pur a la sua ombra:
       ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba,
       innamorata com’anco fu donna,
30        e chiuso intorno d’altissimi colli.
       Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli,
       prima che questo legno molle e verde
       s’infiammi, come suol far bella donna,
       di me; che mi torrei dormire in petra
35        tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,
       sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.
       Quandunque i colli fanno più nera ombra,
       sotto un bel verde la giovane donna
       la fa sparer, com’uom petra sott’erba.

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PARAFRASI

Alle brevi giornate e alle lunghe notti (invernali) sono giunto, ahimè, e all’imbiancarsi delle colline, quando l’erba perde il suo colore: ma tuttavia il mio desiderio non appassisce, tanto è radicato nella dura pietra (l’amata), che parla e sente come fa una donna. Così questa strana giovinetta si mantiene gelida come la neve all’ombra: non la commuove, più di quanto farebbe a una pietra, il tempo primaverile che riscalda le colline, e che da bianche le fa tornare verdi coprendole di fiori e d’erbe. Quando lei ha sul capo una ghirlanda d’erba, elimina dalla mia mente ogni altra donna: i riccioli biondi si mescolano con il verde con tanta grazia che in quest’ombra trova la sua dimora Amore, che mi ha imprigionato fra due collinette molto più fortemente di quanto faccia la calcina con i mattoni. La sua bellezza ha più virtù (magiche) di una pietra preziosa, e le sue ferite non possono essere guarite con un’erba (medicamentosa); infatti sono fuggito per pianure e colline per potermi salvare da una donna come lei; ma dalla sua luce non può ripararmi né un colle, né un muro, né una siepe. L’ho vista, una volta, vestita di verde, così bella che avrebbe potuto far nascere in una pietra l’amore che provo anche solo per la sua ombra: perciò l’ho desiderata in un bel prato d’erba, circondato da altissimi colli, innamorata quanto può essere una donna. Ma i fiumi scorreranno verso i colli prima che questo legno umido e verde si accenda, come avviene alle belle donne, per me, che accetterei di dormire sempre sulla dura pietra e di cibarmi d’erba solo per guardare sotto la sua veste. Quando i colli fanno più scura l’ombra, sotto la bella veste verde la giovane la fa sparire, come si fa con una pietra sotto l’erba.

COMMENTO

All’inverno 1296-1297 (Beatrice è morta nel 1290; fra tre anni Dante sarà uno dei Priori di Firenze) risalgono quattro rime dette “petrose”, forse ispirate da una certa Petra, giovane donna, fredda e insensibile, o da una figura allegorica (la Filosofia?), tra cui questa sestina. La forma metrica è la più difficile, ideata dal provenzale Arnaut Daniel, maestro del trobar clus (‘comporre chiuso’, complesso ed ermetico), che Dante considera il più grande poeta del suo tempo: sei parole-rima si alternano in sei strofe di sei versi e nei tre versi finali, secondo uno schema rigorosamente prefissato. Immaginandosi prigioniero in un luogo isolato - quasi una radura in un labirinto - e fantasticando un incontro d’amore, con ossessivo lavorio mentale, il poeta piega queste parole simboliche a oscillazioni del significato, o le trasferisce a nuovi contesti con perifrasi, metafore, similitudini, paradossi. Siamo lontani dal dolce stil novo e dalla sua bellezza angelica e rarefatta: qui, in forme austere e forti, che preannunciano “le rime aspre e chiocce” della Commedia, predomina la passione del poeta non più giovane, in un paesaggio tagliente come vetro.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321), di piccola nobiltà guelfa, padre di famiglia, uomo di vasta cultura, dedito a un amore idealizzato per Beatrice, l’ ispiratrice della Vita nuova e della Divina Commedia, si dedica all’attività politica fino a raggiungere il priorato, poi è costretto all’esilio. Amico di Guido Cavalcanti e degli altri poeti del Dolce stil novo, scrive opere in latino e in volgare, in prosa e in versi: Vita nuova (1293-94), De Vulgari Eloquentia (1303-05), Convivio (1304-08), De Monarchia (1312-13), Rime, Epistole, Eclogae, probabilmente il Fiore e il Detto d’amore, e soprattutto le tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) della Commedia (1306-21), uno dei capolavori della letteratura mondiale.