S’i’ fosse foco

      S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo;
       s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
       s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
       s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo;
5        s’i’ fosse papa, sere’ allor giocondo,
       ché tutti cristïani imbrigherei
       s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei?
       A tutti mozzarei lo capo a tondo.
       S’i’ fosse morte, andarei da mio padre;
10        s’i’ fosse vita, non starei con lui:
       similemente faria da mi’ madre,
       S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,
       torrei le donne giovani e leggiadre:
       e vecchie e laide lasserei altrui.

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PARAFRASI

Se fossi fuoco brucerei il mondo, se fossi vento lo tempesterei, se fossi acqua lo farei annegare, se fossi Dio lo farei sprofondare; se fossi papa sarei felice, perché così metterei nei guai tutti i cristiani; sai cosa farei se fossi imperatore? Taglierei la testa a tutti quanti (a tondo, come una falce rotante). Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei da lui: la stessa cosa farei con mia madre. Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, mi prenderei le donne giovani e carine: quelle vecchie e brutte le lascerei agli altri.

COMMENTO

Il più angiolieresco sonetto di Cecco, che tanto ha contribuito a formare di lui la falsa immagine di un ‘poeta maledetto’, è in realtà fra i maggiori esempi della realizzazione dello ‘stile comico’ in modi letterari abilissimi. Ma v’è anche l’innegabile inclinazione di Cecco allo scherzo da taverna, pronto a degenerare in rissa; la sua insofferenza corrucciata e irridente, la sua passione per la parodia scritta sul serio; il suo temperamento poetico, insomma. Non c’è frattura tra la chiusa e il resto del sonetto: se non nel modo, a lui abituale, di ‘sorpresa’ epigrammatica e irriverente, per scandalizzare i bempensanti e divertire gli amici, quasi recitando su un palcoscenico. Effetti e immagini sono di un gusto tutto medievale, così come gli elementi, l’acqua e il fuoco, il papa e l’imperatore, la morte e la vita, le giovani e le vecchie: un contrasto realistico, ma insieme stilizzato e metafisico. La luce è diversissima, diversissimo l’animo; ma questi sono le gerarchie, i gironi, i sorprendenti ordini strutturali dell’Inferno di Dante.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Cecco Angiolieri (Siena 1260 circa - 1312 circa) è figlio di un facoltoso cavaliere appartenente ai Signori del Comune e all’ordine dei Frati della Beata Vergine Maria, detti anche “Frati gaudenti”. Conduce vita sregolata, è più volte multato e implicato in processi penali, dilapida l’eredità paterna, muore in miseria lasciando ai figli soltanto debiti. Conosce Dante Alighieri, con il quale scambia sonetti scherzosi e sferzanti. Di lui ci restano un centinaio di sonetti, oltre ad alcuni di dubbia attribuzione, molti dei quali dedicati all’amore sfortunato per una certa Becchina, che fanno di lui il capofila di quei poeti ‘giocosi’ o ‘comico-realistici’ che, profondi conoscitori della retorica provenzaleggiante, capovolgono l’ideale del Dolce stil novo nei modi parodistici e dissacranti della nuova borghesia mercantile.
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