Quando eu stava in le tu’ cathene

ANONIMO DELLA PERGAMENA RAVENNATE

      Quando eu stava in le tu’ cathene,
       oi Amore, me fisti demandare
       s’eu volesse sufirir le pene
       ou le tu’ rechiçe abandunare,
5        k’ènno grand’e de sperança plene,
       cun ver dire, sempre voln’andare.
       Non [r]espus’a vui di[ritamen]te
       k’eu fithança non avea niente
       de vinire ad unu cun la çente
10        a cui far fistinança non plasea.
       Null’om non cunsillo de penare
       contra quel ke plas’al so signore,
       ma sempre dire et atalentare,
       como fece Tulio, cun colore.
15        Fùçere firir et increvare
       quel ki l’è disgrathu, surt’enore:
       qui çò fa non pò splaser altrui,
       su’ bontathe sempre cresse plui,
       çogo, risu sempre passce lui,
20        tute l’ure serv[e] curtisia.
       Eu so quel ke multo sustenea
       fin ke deu non plaque cunsilare;
       dì né notte, crethu, non durmia,
       c’ongni tempu era ’n començare. / sì m’av[e]a p[o]sto in guattare.
25        Co’ ’n me braçe aver la crethea,
       alor era puru l’[abra]çare;
       mo son eu condutto in parathisu,
       fra [su’] braçe retignuthu presu,
       de regnare sempre su confisu
30        cun quella k’eu per la [av]er muria.
       Feceme madonna gran paura
       quando del tornar me cons[e]llava
       [dicen]te: «De ro[m]or no ve cura».
       [Se ratta] la gente aplan[ea]va
35        [..aviande que]the [s]ententi[e] l’ura,
       ka s’ella cun gran voce c[ri]thava
       quando ’lu povol multu se riavesse,
       contra ’l parlathor se rengrochiss[e]
       de[l] mal dir se [da] ella custothisse,
40        si fa[r]ò eu per la plana via.
       D[e quî tuti] k’[ài], [Amo]re, tego,
       teve prego, non me smentegare,
       [ka sol vitha vale c’]abi sego
       o ria morte [tore]e supor[t]are.
45        [.......] de av[e]r mego,
       ne cun lei fi’ s[a]ço co[n]tr’andare
       [s’a]l [messer]l[odase] non so cui.
       Fals’è l’amor ke n’eguala dui
       [et] eu [so] ko[sì servent’]a vui,
50        como fe’ Parise tuttavia.
      

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PARAFRASI

Quando stavo nelle tue catene, o Amore, mi facesti chiedere se volessi soffrire le pene oppure rinunciare alle tue ricchezze, che sono grandi e, a dire il vero, vogliono essere (sono) sempre piene di speranza. Non risposi a voi subito perché non mi fidavo a unirmi alla donna gentile cui non piaceva far presto. Non consiglio a nessuno di opporsi a ciò che piace al suo signore, bensì di parlare in modo da rendersi gradito, come Cicerone, con abbellimenti retorici. Evitar di ferire e di rimproverare chi è sgradito procura onore: chi fa questo non dispiacerà a nessuno, il suo merito cresce sempre di più, gioco e riso lo nutrono sempre, in ogni momento segue le norme della cortesia. Io sono quello che molto sopportavo finché a dio non piacque di aiutarmi; giorno e notte, credo, non dormivo perché in ogni istante ero sempre all’inizio (e tanto m’ero posto a vigilare). Come credevo di averla tra le braccia, allora il mio abbraccio era puro; ora io sono portato in paradiso, tenuto prigioniero tra le sue braccia, sono sicuro di vivere per sempre con colei per cui, per averla, sarei disposto a morire. Madonna mi fece molta paura quando mi consigliava di tornare, dicendo “Non curatevi delle maldicenze”. Tosto la donna gentile si rabboniva, ricevendone allora parole mansuete, perché se lei chiedeva a gran voce, qualora la gente avesse molto da dire, che se la prendessero con la mala lingua, che venisse creduta contro ai maldicenti, così farò io con grande naturalezza. Di tutti coloro che hai con te, Amore, ti prego, non mi dimenticare, perché vale soltanto la vita che posso avere con lei, oppure sopportare una brutta morte. [.......] di avere con me, e non sarà cosa saggia mettersi in contrasto con lei, se lodasse messer non so chi (qualcun altro). Difettoso è l’amore che non rende uguali due (persone che si amano), e io sono così al servizio vostro in ogni momento, come fece Paride (con Venere, e poi con Elena).

COMMENTO

Fino a qualche anno fa si pensava che il vero inventore della poesia amorosa in Italia fosse Giacomo da Lentini, capofila della scuola siciliana. Questa canzone, però (scoperta nel 1938 e poi ‘riscoperta’ nel 1999 da A. Stussi, in Cultura neolatina), precede la sua produzione di almeno un ventennio, e dunque appare tra le più antiche attestazioni della lirica profana italiana. Corredata da una sommaria notazione musicale, fu trascritta tra il 1180 e il 1210, in area umbromarchigiana, su una pergamena ora conservata nell’Archivio Storico Arcivescovile di Ravenna. Le sue caratteristiche formali e tematiche riflettono un rapporto coi modelli provenzali diverso rispetto alla poesia siciliana, sì da rimettere in discussione le coordinate sui primi testi italiani. Si è ipotizzata un’origine settentrionale, seguita da un passaggio in Italia Centrale e dal ritorno con trascrizione nel Nord, oppure una salita del testo dal Centro, dove sarebbe stato composto, al Nord. Lo schema metrico si trova identico solo in due composizioni di poeti siculo-toscani della metà del Duecento. Anche il linguaggio è quello provenzale elaborato in Sicilia; ma di una poesia amorosa in volgare italiano, alla data presunta della trascrizione, finora non avevamo alcuna traccia. Si tratta quindi di una misteriosa, e attraente, reliquia degli albori della poesia italiana.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


BIO AUTORE
Nulla sappiamo dell’autore. L’inchiostro della pergamena è qua e là illeggibile: qui sono tra parentesi quadre sia le lettere di dubbia lettura sia i puntini corrispondenti a lettere invisibili. Il verso 11 andrebbe forse letto Null’om cun cunsillo de’ penare, ‘Nessuno dotato di discernimento deve opporsi’ (a ciò che piace al suo signore). Quanto al verso che segue il v. 24, esso costituisce una sua variante, della stessa mano del copista: la prima variante della letteratura italiana.
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