Fratel mio car

      Fratel mio car, tu m’hai tanto suspinto
       con li to’ dolzi preghi che far sai,
       che scoprirotte cosa ch’ognor mai
       me la credia celar col viso infinto.
5        Tu sai ch’i’ porto el cor de doglia pinto,
       e so che te ne pesa e dole assai,
       ma l’è sì grande el colmo d’i me’ guai
       che tu non senti e non conosci ’l quinto.
       A’ preghi miei la Morte è fatta sorda,
10        Fortuna me sta dura come sasso,
       l’età che regna è vizïosa e lorda,
       el çoco m’ha d’ogni speranza casso;
       unde, senza penser che me remorda,
       in un sol punto vo’ saltar ’sto passo:
15        ch’a voler, prima ch’a çugar me incenda,
       non vo’ cosa cercar con ch’io m’impenda.

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PARAFRASI

Caro fratello mio, tu mi hai tanto commosso con le affettuose preghiere che sai fare così bene, che ti rivelerò una cosa che avevo sempre creduto di saper celare con una faccia fintamente allegra. Tu sai che ho il cuore sempre circondato (o sospinto) dal dolore, e so che questo ti pesa e ti dispiace molto; ma la quantità delle mie disgrazie è così grande che non puoi saperne e conoscerne neppure un quinto. La Morte è completamente sorda alle mie preghiere, la Fortuna con me è più dura di una pietra, il tempo in cui viviamo è pieno di vizio e di sporcizia; il gioco mi ha privato di qualunque speranza; perciò, senza alcun pentimento, voglio superare questo momento (disastroso) con un solo gesto, e cioè, prima di ricadere nella passione per il gioco, voglio trovare il modo dìimpiccarmi.

COMMENTO

Il sonetto, in risposta “per le rime”, cioè con le stesse rime, a un altro del fratello Niccolò (Fratel mio caro, un gran pensier mi ha vinto), che si chiedeva preoccupato perché Antonio girasse con una corda che non prometteva nulla di buono (a dimandarte che voler tu hai / de quel capestro che tu porti cinto), è la confessione di una serie di contrarietà, di cattive inclinazioni, di fallimenti, che spinge il giocatore disperato, abbandonato dalla Fortuna e inascoltato dalla Morte stessa, a pensare di risolvere tutto con il suicidio. Si tratta, beninteso, dell’amplificazione retorica di un letterato: proprio a Maestro Antonio da Ferrara si deve l’invenzione delle “disperate”, canzoni in cui maledice se stesso e la propria sorte, genere molto in voga al suo tempo.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Antonio Beccari (Ferrara 1315-1371/4), discendente da una famiglia di macellai, donde il nome, e detto dai contemporanei Maestro Antonio da Ferrara, è un verseggiatore dalla vita alquanto travagliata e disordinata. Le disagiate condizioni economiche, il vizio del gioco e il carattere aggressivo, che gli costa un processo e un bando per il ferimento di un poeta rivale, lo costringono a passare dall’una all’altra delle corti settentrionali: da Bologna a Forlì, da Venezia a Padova, a Ravenna, a Rimini, a Modena, a Firenze, a Siena. Grande ammiratore di Dante, scambia sonetti con Fazio degli Uberti e con Francesco Petrarca (che lo reputa uomo non malvagio, ma bizzarro (“non mali ingenii vir, sed vagi”). Una sua ballata, Per fugir né per dormire, sulla difesa contro gli attacchi della Fortuna, è citata da Franco Sacchetti nel Trecentonovelle (CCXXIX). Scrive soprattutto versi politici e morali; la sua poesia, cortigiana e spesso occasionale, accosta reminiscenze classiche a temi e modi della realtà borghese trecentesca.
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