Alla sua donna

      Chiome d’argento fine, irte e attorte
       senz’arte, intorno a un bel viso d’oro;
       fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,
       dove spunta i suoi strali amore e morte;
5        occhi di perle vaghi, luci torte
       da ogni obbietto disuguale a loro;
       ciglia di neve, e quelle, ond’io m’accoro,
       dita e man dolcemente grosse e corte;
       labbra di latte, bocca ampia celeste,
10        denti d’ebano, rari e pellegrini,
       inaudita, ineffabile armonia;
       costumi alteri e gravi: a voi, divini
       servi di amor, palese fo, che queste
       son le bellezze de la donna mia.

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PARAFRASI

Capelli d’argento fino, irti e aggrovigliati senza alcuna grazia, intorno a una bella faccia gialla; fronte aggrottata, che a guardarla impallidisco, ove si spuntano le frecce dell’ amore e della morte; begli occhi simili a perle, pupille distorte da qualunque cosa che non sia in linea con loro; ciglia imbiancate, e quelle dita e mani, per le quali mi struggo, dolcemente tozze e corte; labbra biancastre, grande bocca celeste, denti neri come l’ebano, radi e malfermi, armonia inaudita e indicibile; modi superbi e severi; a voi, divini servitori d’amore, rendo noto che le bellezze della mia donna sono queste.

COMMENTO

Il capovolgimento assoluto del petrarchismo, in questa parodia di un celebre sonetto di Pietro Bembo sulle bellezze dell’amata (Crin d’oro fresco e d’ambra tersa e pura), si basa essenzialmente sul contrasto tra i vocaboli eletti e le cose a cui sono collegati (chiome d’argento anziché d’oro, labbra di latte anziché di corallo, mani grosse e corte precedute, con un tocco di superiore maestria, dall’avverbio dolcemente). La formula del capovolgimento è molto antica (già ben nota ai poeti giocosi del tempo di Dante); ma le parole sono quelle dell’elegantissima terminologia petrarchesca. A questo modello, perfettamente assimilato, subentra il gusto fintamente antiletterario - ma in realtà letteratissimo - del Berni: beffardo e pittoresco, ma con un retrogusto amaro, che tende, sì, a ispirare risate da osteria; ma, nello stesso tempo, satireggia i petrarchisti (divini servi d’amor) e la loro vanità poetica, trasformando la sua Laura in una sorta di laida e invecchiata prefigurazione di quella Maritornes che don Chisciotte scambierà per una principessa, rivale della sua Dulcinea del Toboso. (Certamente - come Shakespeare - Cervantes conosce i sonetti del Berni).

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Francesco Berni (Lamporecchio, Pistoia, 1497/98 - Firenze 1535), forse figlio di un notaio, trascorre gli anni giovanili a Firenze; poco più che ventenne si trasferisce a Roma, al servizio del cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena, poi di suo nipote Angelo, protonotaro apostolico, e di Giovan Matteo Giberti, vescovo di Verona;da qui passa a Venezia e a Bologna, al servizio del cardinale Ippolito de’ Medici, e a Firenze, ove è misteriosamente assassinato. Tra le opere, oltre alle Rime (Capitoli e sonetti) e al Rifacimento dell’Orlando innamorato del Boiardo, è il Dialogo contra i poeti (1526).
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