Frammento: A se stesso

      Ho compiuti settant’anni,
       e son qui pien di malanni
       che mi tocca sopportar
       con la gran filosofia
5        di chi altro non può far.
       Con la gran filosofia
       di chi aspetta d’andar via
       per più indietro non tornar.
       Disperarsi è tempo perso,
10        di restare non c’è verso:
       devo andare all’ora mia:
       dunque andiamo, e così sia.

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COMMENTO

Questa breve composizione, del luglio 1910, è probabilmente l’ultima di Vittorio Betteloni, e nella sua breve semplicità racchiude tutti i pregi, e i limiti, della poesia di questo gentile ed elegante esponente del post-romanticimo verista. Amico dell’Aleardi, e poi di Emilio Praga e del Carducci, è un realista che rifugge dal patetismo della poesia romantica come dalle esagerazioni e dallo sperimentalismo della Scapigliatura; nei suoi versi, ove rimane un lieve profumo di poesia neoclassica, è sempre latente una venatura ironica e leggera; le sue rievocazioni di amori giovanili e di modeste scene di vita quotidiana, che sembrano preludere alla poesia dei crepuscolari, sono volutamente vicine a una prosa narrativa intimista e apparentemente dimessa, ma sempre sostenuta da un gusto e da un tono aristocraticamente sicuri. Anche questo commiato lascia trasparire un pessimismo illuminato, sotto la serena ironia degli ottonari baciati, con la ripetizione di una formula “la gran filosofia”, che sembra avvolgere e sigillare tutta la condizione umana.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Vittorio Betteloni (Verona 1840 - Castelrotto di San Pietro in Cariano, Verona, 1910, nella villa avita), figlio di Cesare, anch’egli poeta, morto suicida nel 1858, studia a Padova, a Torino e a Pisa, dove si laurea, e a Milano diviene amico di Emilio Praga e di altri “scapigliati”. Nel 1875 stringe amicizia con Giosue Carducci, che scrive una prefazione piena di elogi per i suoi Nuovi versi del 1880. Dal 1877 insegna letteratura italiana a Verona; traduce l'Arminio e Dorotea di Goethe (1893) e il Don Giovanni di Byron (1897); collabora ai quotidiani L'Adige e L'Arena. Tra gli altri volumi, dopo l’esordio con In primavera (1869), sono Crisantemi (1903) e il romanzo Prima lotta (1896).
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