Tetrasticum cantus quater ordine quatuor rithmis comutato

      Rime inaudite e disusati versi
       ritrova il mio disegno,
       ma nel novo rimar non toca il segno,
       sì che al par del dolor possa dolersi.
5        La voce perse indarno, i passi persi,
       il perso tempo in la fiorita etade,
       e tutto quel che per costei sofersi,
       fan di me stesso a me tanta pietade
       che un nimbo lacrimoso il cor me invoglia,
10        e poi da li ochi cade
       né lascia fuor uscir l’ardente noglia.
       E pur così confuso a scoprir vegno
       quel che già ricopersi,
       e così gli ochi e il cor hagio conversi
15        a chi me impose il peso che io sostegno.
       Dove è quel tuo felice e lieto regno,
       falace Amor? falace, ove è la zoglia
       che me se impromettea per fermo pegno?
       Miser colui che per te si dispoglia
20        il proprio arbitrio e la sua libertade,
       con sperar che si soglia
       per tempo o per pietà tua crudeltade!
       Ahi, lasso me, che questo più me adoglia,
       che sapendo io toa penta falsitade,
25        sapendo come rade
       volte del seme tuo frutto si coglia,
       lassai portarmi a la sfrenata voglia,
       e tardi doppo il danno li ochi apersi,
       tardi, che più non fia che indi me stoglia.
30        Ma per qual cor gentil quai laci fersi
       giamai con tanto inzegno,
       quando io stesso a mia voglia me copersi
       nel nodo che mostrava sì benegno?
       Chi avria creduto mai che tal beltade
35        fosse sì cruda? e che sì ferma voglia
       fosse poi come foglia,
       mostrando grave fuor sua levitade?
       Coperto orgoglio e finta umanitade
       fòr quei che me pigliar senza rategno,
40        e che m’han posto in tal captivitade.
       Fanciul protervo, perfido e malegno
       che da li ochi mei versi
       quel duol de che il mio cor fu tanto pregno,
       parti a mia fede questo convenersi?
45        Crudele istelle e cieli a me perversi
       che fuor creasti in lei tal nobiltade
       che il perfido suo cor non pò vedersi;
       crudele istelle, che tal novitade
       creasti al mondo per mia eterna doglia,
50        mostratime le strade
       che a voi ne venga e da costei mi toglia.

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PARAFRASI

Canzone costruita su quattro rime ricorrenti il cui ordine è scambiato quattro volte. Il mio disprezzo trova rime mai sentite prima d’ora e versi poco usati, ma nel mio inconsueto comporre rime non giunge al bersaglio tanto da potersi addolorare quanto il dolore (che provo). Le parole perdute invano, i passi perduti, il tempo perduto nel fiore dell’età, e tutto quanto ho sopportato per lei, mi fanno tanta pietà di me stesso che una nube di lacrime mi avvolge il cuore, e poi cade dagli occhi senza però lasciar uscire l’ardente tormento. E anche così smarrito vengo a scoprire quello che già avevo tenuto nascosto (Amore), e così ho volto gli occhi e il cuore a colui (Amore) che mi ha imposto il peso che sostengo. Dov’è quel tuo regno lieto e felice, falso Amore? ingannatore, dov’è la gioia che mi veniva promessa come sicura ricompensa? Infelice chi per te si priva delle proprie scelte e dalla libertà, nella speranza che con il tempo o grazie alla benevolenza la tua crudeltà si sciolga! Ahimé, ecco la cosa che più mi addolora: che pur conoscendo la tua falsa apparenza, sapendo come di rado si possa cogliere un frutto dal tuo seme, mi sono lasciato trasportare dal desiderio sfrenato, e ho aperto gli occhi troppo tardi, dopo il danno, tanto tardi che non potrò mai più liberarmene. Ma per quale cuore gentile tali lacci (d’Amore) furono tesi con tanta abilità, quando io stesso andai volontariamente ad avvilupparmi in quel nodo che sembrava così benigno? E chi avrebbe potuto credere una simile bellezza fosse tanto crudele? e che una volontà così forte fosse poi (instabile) come una foglia, mostrando all’esterno una solidità che (in realtà) era solo leggerezza? Orgoglio nascosto e umanità fittizia furono quelli che mi catturarono senza che io stessi in guardia, e che mi hanno ridotto in tale prigionia. Fanciullo (Amore) protervo, perfido e maligno, che dai miei occhi fai versare quel dolore di cui il mio cuore è stato tanto riempito, questo ti sembra un giusto trattamento per la mia fiducia? Crudeli stelle e cielo a me ostile, che esteriormente avete creato in lei tanta nobiltà da rendere impossibile scorgere la perfidia del suo cuore, crudeli stelle, che avete posto nel mondo una così inconsueta creatura per darmi eterna sofferenza, mostratemi la via per la quale io possa (morendo) unirmi a voi e liberarmi da lei.

COMMENTO

Questa canzone degli Amorum libri presenta, nelle sue quattro stanze di 11 versi (con il congedo di 7 versi), costruite geometricamente su quattro rime ricorrenti, una sorta di incrocio tra due canzoni del Petrarca tra le più vicine alle forme provenzali, Verdi panni sanguigni e S’il dissi mai. Il linguaggio risente fortemente del volgare settentrionale, e il poeta sembra sottolineare l’aspetto inconsueto della sua scrittura, le rime inaudite e i disusati versi del suo novo parlar. Il tema è l’amore infelice per una donna bella e crudele, con l’accusa del poeta al giovinetto Amore, figlio di Venere, d’aver giocato con i suoi sentimenti, e la preghiera al destino, anch’esso ingannatore, di liberarlo dal dolore anche con la morte. Alcuni elementi del suo discorso amoroso si direbbero ispirati alla poesia trobadorica, ma poi prevale il segno petrarchesco della passione come un alternarsi di speranza e di delusione, di ardore e di gelo, di dolce e d’amaro.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Matteo Maria Boiardo (Scandiano, Reggio nell’Emilia, 1441 - Reggio 1494), conte di Scandiano, orfano di padre a dieci anni, cugino di Pico della Mirandola, scrive egloghe in latino (Pastoralia, primi anni ’60) e in volgare (Egloghe), traduce opere latine e greche, compone il canzoniere (Amorum libri tres, 1469-71, il più ricco dopo quello del Petrarca (180 componimenti), dedicato ad Antonia Caprara, il cui nome appare più volte in acrostici). Gentiluomo alla corte di Ercole I d’Este a Ferrara (1476), marito di Taddea Gonzaga (1479), governatore di Modena (1480-83), capitano di Reggio (dal 1487), dal 1476 si dedica all’Orlando innamorato, un poema cavalleresco interrotto al III libro, nel quale fonde elementi del ciclo carolingio e del ciclo arturiano, con una sensibilità del tutto nuova, in cui gli ideali eroici sono avvivati da un sentimento amoroso pieno di energia, cui s’ispirerà l’Ariosto per l’Orlando furioso.
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