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Superbi colli

      Superbi colli, e voi sacre ruine,
       che ’l nome sol di Roma ancor tenete,
       ahi che reliquie miserande avete
       di tant’anime eccelse e pellegrine!
5        Colossi, archi, teatri, opre divine,
       trïonfal pompe glorïose e liete,
       in poco cener pur converse siete
       e fatte al vulgo vil favola alfine.
       Così, se ben un tempo al tempo guerra
10        fanno l’opre famose, a passo lento
       e l’opre e i nomi il tempo invido atterra.
       Vivrò dunque fra’ miei martir contento;
       ché se ’l tempo dà fine a ciò ch’è in terra,
       darà forse ancor fine al mio tormento.

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PARAFRASI

Colli superbi e voi, sacre rovine, che di Roma avete ormai soltanto il nome, ahimé, quali miseri resti conservate di tanti spiriti di altissimo e raro valore! Strutture colossali, archi, teatri, opere divine, cortei trionfali, gloriosi e lieti, siete ora ridotti a poca cenere e, alla fine, divenuti una favola di nessun valore per il volgo.Così, benché le imprese famose contrastino, (anche) per poco, (l’oblio che porta con sé) il trascorrere del tempo, il tempo, nemico, finisce per far cadere a poco a poco sia le opere, sia i nomi. E quindi io vivrò pago delle mie sofferenze (d’amore): infatti, se il tempo fa finire tutto ciò che esiste su questa terra, forse darà fine anche al mio tormento.

COMMENTO

Il più famoso sonetto del Castiglione, composto nel 1503 in occasione del primo soggiorno a Roma a seguito di una missione diplomatica (e pubblicato, anonimo, solo nel 1547), che è stato per secoli oggetto di moltissime imitazioni, traduzioni (da Joachim du Bellay a Lope de Vega e a Scarron), adattamenti e perfino parodie, diviene nel Novecento il bersaglio di vari critici, che dal Croce in poi lo considerano poco originale, enfatico, sproporzionato nella similitudine tra le rovine romane e le sue pene amorose. Il trattamento del tema umanistico mostra in effetti una tecnica compositiva ingegnosa, ma non all’altezza dell’opera maggiore, il Libro del cortegiano, composto tra il 1513 e il 1524: un trattato in quattro libri, in forma dialogica, che tratteggia l’ideale figura del perfetto gentiluomo; e in cui si parla, infatti, di qualcosa di fondamentale che in questi versi giovanili sembra ancora mancare: “per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi”.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Baldassarre Castiglione (Casatico, Mantova, 1478 - Toledo 1529), conte e uomo di cultura, al servizio del marchese di Mantova Francesco Gonzaga e di sua moglie Isabella d’Este, nel 1504 si trasferisce a Urbino alla corte di Guidobaldo da Montefeltro e di Elisabetta Gonzaga, sorella di Francesco, ricoprendo poi vari incarichi diplomatici, in Inghilterra e a Milano come ambasciatore. Nel 1506 scrive l’egloga Tirsi, cui seguono rime in volgare e versi in latino; a Roma, nel 1521, rimasto vedovo, abbraccia lo stato ecclesiastico. Nel 1524, protonotario pontificio di Clemente VII, è inviato alla corte di Carlo V. Nel 1528 è pubblicato il Cortegiano. Alla sua morte, per la peste, Carlo V lo piangerà come “uno dei migliori cavalieri del mondo”.