La città addormentata

ENRICO CAVACCHIOLI 16 marzo
Come la rete intricata delle strade violette,
sulle quali un asino pigro sferraglia nella penombra,
con le finestre chiuse e qualche beghina, in piedi,
su la porta, che scruta il cielo orientale,
5 la città che dorme, ha stamane un profumo
di convalescenza.
Ma dalla campagna lontana, giungono strani carriaggi,
che sanno di verdura e di concime. Schiocca una frusta
dietro lo zoccolante passo di un ronzino da fiera,
10 ed una canzone, a mezza voce, accompagna l’apparizione.
Piccolo borgo paesano, pare questa città nell’alba
con le bandiere
dei cenci che l’adornano da una finestra all’altra;
con due caffè che spalancano le loro luci beffarde
15 prima delle chiese, e le campane malinconiche,
sguinzagliate a chiamar fedeli, di porta in porta....
Se non fosse la sua scenografia da Bastiglia,
se non fosse l’artiglieria delle sue ciminiere,
questa città sembrerebbe una ridicola
20 messa in scena borghese
crescita e morta su di una fossa:
in cui per fortuna, un pesco distende a gran pena
un braccio tutto fiorito della sua gloria rossa...

COMMENTO

La poesia futurista del giovane Cavacchioli, in questa composizione tratta da Cavalcando il sole, seguendo le idee del suo caposcuola F.T. Marinetti, inquadra immagini e atmosfere d’un mondo urbano (anzi suburbano, simile a un piccolo borgo paesano, ma immerso in una luce lievemente metafisica), per poi svelare a poco a poco, mentre le ombre della notte cedono alle prime luci dell’alba, non solo i panni stesi ad asciugare simili a cenciose bandiere, le luci beffarde dei caffè, la malinconia delle campane sguinzagliate a chiamar fedeli - con una punta di anticlericalismo -, la Bastiglia delle mura cittadine simili a un carcere, l’artiglieria delle operose ciminiere, ma anche l’intenzione satirica antiborghese celata in ogni particolare. I lunghi - con tre sole eccezioni - versi liberi si basano su intrecci di alessandrini (doppi settenari) e di esametri ‘barbari’ variamente combinati; sul finale, tra il terzultimo e l’ultimo verso, allegra e beffarda, come in un balletto di Stravinskij, campeggia una rima.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli

BIO AUTORE

Enrico Cavacchioli (Pozzallo, Ragusa, 1885 - Milano 1954), commediografo e giornalista, giunge in giovane età a Milano, ove frequenta gli ambienti letterari. I suoi esordi sono futuristi, con i volumi L’incubo velato. Poemetti e liriche (1906), Le ranocchie turchine (1909) e Cavalcando il sole (1914). Critico drammatico del Secolo, dirige la rivista Il Mondo e il periodico teatrale Comoedia; è poi redattore capo della Stampa di Torino e direttore dell'Illustrazione Italiana e, nel secondo dopoguerra, della Gazzetta di Parma. Tra le sue commedie “d’avanguardia”, basate sul contrasto tra illusione e realtà e animate da una sottile ironia nei confronti del dramma borghese, sono L'uccello del paradiso e Quella che t'assomiglia (1919), La danza del ventre (1921), Il cammello (1923), La corte dei miracoli (1927), Il cerchio della morte (1930), Le stelle nel pozzo (1943).