Angel de Deo simiglia

      Angel di Deo simiglia in ciascun atto
       questa giovane bella,
       che m’ha con gli occhi suoi lo cor disfatto.
       Di cotanta vertù si vede adorna,
5        che qual la vuol mirare,
       sospirando convene il cor lassare.
       Ogni parola sua sì dolce pare,
       che là ’ve posa torna
       lo spirito, che meco non soggiorna,
10        però che forza di sospir lo storna,
       sì angoscioso è fatto
       quel loco, de lo qual Amor l’ha tratto.
       Io non m’accorsi, quand’io la mirai,
       che mi fece Amore
15        l’asalto agli occhi, e al corpo e al core,
       sì forte che ’n quel punto tratta fòre
       dell’anima trovai
       la mia vertù, che per forza lassai;
       per che, campar non aspettando omai,
20        di ciò più non combatto:
       Dio mandi ’l punto di finir pur ratto.
       Ballata, chi del tuo fattor dimanda,
       dilli che tu ’l lassasti
       piangendo quando tu t’acommiatasti;
25        e vederlo morir non aspettasti,
       però ch’elli ti manda
       tosto, perché lo su’ stato si spanda.
       A ciascun gentil cor ti raccomanda,
       ch’i’ per me non acatto
30        come più viver possa a nessun patto.

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PARAFRASI

In ogni suo atteggiamento sembra un angelo di Dio questa bella giovane donna che con i suoi occhi mi ha distrutto il cuore. Appare tanto ricca di virtù che chiunque voglia contemplarla è costretto, sospirando, a lasciare (in pegno) il proprio cuore . Ogni sua parola sembra così dolce, che dove risiede lei dimora il mio spirito vitale, che non resta più in me, giacché la forza dei sospiri se lo porta via, tanto doloroso è divenuto il luogo (il cuore) dal quale Amore lo ha fatto uscire. Quando l’ho guardata, non mi sono accorto che Amore mi ha assalito gli occhi, il corpo e il cuore, con tanta forza che a quel punto ho trovato che aveva abbandonato l’anima la mia forza vitale, che a malincuore ho dovuto lasciar andare; quindi, non sperando di trovare scampo, in questa situazione non faccio più resistenza: che Dio mi mandi il più presto possibile il momento di morire. Ballata, a chi ti chiede chi ti ha composta, di’ che quando te ne sei andata lo hai lasciato in lacrime, e non hai aspettato di vederlo morire, perché lui t’ha spedita via in fretta, affinché la sua condizione sia nota a tutti. Rivolgiti a ogni cuore benevolo, perché io, per quanto mi riguarda, non penso di poter trovare alcun modo di sopravvivere.

COMMENTO

Dante Alighieri nel De vulgari eloquentia cita, accanto a se stesso (indicato come unum alium, ‘un altro’), i fiorentini Guido Cavalcanti e Lapo Gianni e il pistoiese Cino: sono i poeti stilnovisti, che hanno “sperimentato l’eccellenza del volgare illustre” e - come dice nella Commedia - “le rime d’amor [...] dolci e leggiadre”. Rispetto agli altri ‘tre grandi’, quanto allo stile, Cino si distingue per la dolce musicalità e l’elegiaca malinconia nel cantare la lontananza dall’amata e il ricordo di un tempo felice. Questa ballata descrive la potenza spietata dell’Amore, che colpisce attraverso gli occhi e le parole della donna e toglie all’animo dell’innamorato ogni possibilità di resistenza.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Cino (Guittoncino) di ser Francesco dei Sigisbuldi (Pistoia, 1270 - 1336), di nobile famiglia, studia diritto a Bologna e a Orléans. Tra il 1303 e il 1306 è costretto a vivere in esilio come guelfo di parte nera, tornando però in patria e ricevendo riconoscimenti ed onori. Giudice e giurista tra i maggiori del suo tempo, docente a Siena, a Perugia e a Napoli, è autore di importanti opere giuridiche, tra cui la Lectura in Codicem (1314), monumentale commento ai primi nove libri del Codice giustinianeo. Compone un ampio numero di Rime - almeno venti canzoni, undici ballate e centotrentaquattro sonetti -, apprezzate sia da Dante (suo amico di gioventù, per la cui morte nel 1321 compone una canzone-compianto), sia dal Petrarca. Alla sua opera è di fatto riconosciuto un ruolo di mediazione fra lo stilnovismo fiorentino, “o si dica” secondo Gianfranco Contini “l’ideale melodico o di ‘unione’ che fu quello di Dante [...], e il melodismo supremo dell’altro suo più giovane amico, il Petrarca”.
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