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La vita in versi

GIOVANNI GIUDICI

20 maggio

      Metti in versi la vita, trascrivi
       fedelmente, senza tacere
       particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
       Ma non dimenticare che vedere non è
5        sapere, né potere, bensì ridicolo
       un altro voler essere che te.
       Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
       complicità di visceri, saettano occhiate
       d’accordi. E gli astanti s’affacciano
10        al limbo delle intermedie balaustre:
       applaudono, compiangono entrambi i sensi
       del sublime - l’infame, l’illustre.
       Inoltre metti in versi che morire
       è possibile a tutti più che nascere
15        e in ogni caso l’essere è più del dire.

COMMENTO

Sin dalle prime raccolte, come La vita in versi (1965), da cui sono tratte queste terzine in cui il primo verso rima con il terzo, la poesia postermetica di Giovanni Giudici è stata definita una sorta di neocrepuscolarismo ironico, o meglio autoironico, che insiste sulla vicenda autobiografica: il suo discorso poetico è frutto di un miscuglio altamente formalizzato, a volte quasi al limite del manierismo, di impulsi sociali, di reminiscenze cattoliche e populiste; di forme e figure della realtà quotidiana, con le sue dolenti frustrazioni; di ‘frasi fatte’ il cui accostamento fa scattare sorprese esistenziali. Nel dialogo ideale tra il poeta e il suo doppio, un personaggio di intellettuale piccolo-borghese acutamente critico, nel sotto e nel sopramondo, gli spettatori (gli astanti) si affacciano in una sorta di limbo ad applaudire e compiangere quella che potrebbe definirsi la vanitas vanitatum dell’esistere umano. Tradotte in versi, vita e poesia sono indissolubilmente legate, in questa forma amara e disillusa, sentenziosa e sorretta da una intensa moralità, di ascendenza montaliana e pasoliniana.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli

BIO AUTORE

Giovanni Giudici (Porto Venere, La Spezia, 1924 - La Spezia 2011) studia a Roma, dove si laurea in lettere e vive fino al 1956; poi lavora presso la Olivetti a Ivrea, a Torino e a Milano e svolge attività di giornalista; poi vive a La Serra (Lerici) e a Porto Venere. Traduce, tra l’altro, Robert Frost e Aleksandr Puškin. Tra i suoi saggi: La letteratura verso Hiroshima (1976), La dama non cercata (1985) e Per forza e per amore (1996). Tra le raccolte di versi: La vita in versi (1965), Autobiologia (1969, premio Viareggio), O Beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). L’intera opera poetica è raccolta nel volume I versi della vita (2000).