O bella angioletta, con questo canto ti vengo a rivelare la mia sofferenza e il mio aspro dolore. A lungo sono passato per questa strada soltanto per amor tuo; ahimé, povero sventurato, sono costretto a congelare questo mio grande ardore! Devo mantenere il segreto solo per (salvaguardare) il tuo onore, ma anche stando silenzioso io soffro, o gentile fiore. Donna, quando ti vedo non oso contemplare il tuo nobile aspetto; povero me, io non credo di poter mai avere alcun piacere senza di te. Non mi piace più vivere, giacché mi è sottratto il tuo bel viso, e vivo in grande dolore. O morte, o mio destino, o dio dell’amore, o bei momenti passati! (Volesse il cielo che) io avessi finito nella culla i (miei) giorni sventurati! Non posso recuperare i bei piaceri d’ un tempo, e neppure guardare il tuo viso luminoso. Se solo per una volta potessi contemplarti senza pericolo, e poi l’anima sconsolata si separasse dal misero corpo, ahimè, se io morissi, concluderei la mia esistenza contento in questo amore così ardente. Ahimè, quanto mi dispiace che la mia colpa mi costringa a stare lontano dal volto che, quando lo guardo, mi libera da ogni angoscioso affanno! Questo mio pesante fardello mi forza a piangere e a desiderare la morte in questo dolore. Impreco contro i miei stessi pensieri, i giorni passati e la mia crudele sfortuna, poiché ho perduto colei che era la salda colonna del mio cuore. O sola mia signora, o sola mia gioia, o nobile fiore, ti lascio soltanto per colpa mia! Ma dato che decido, pur controvoglia, di partire, non ti dimenticare della mia fedeltà nel servirti, cara madonna: voglio pregarti solo di questo, me infelice, piangendo: fiore leggiadro, a te mi raccomando!
Il tema severo della dura necessità di lasciare la donna amata, con un dolore quasi disperato che percorre tutta la canzonetta in forma di ballata, sembra contrapporsi alla leggerezza ariosa e dolce del suo ritmo melodico, dovuta al fatto che si tratta di un testo composto per essere cantato in musica (della quale lo stesso poeta è il ‘cantautore’) e al fitto e ripetuto intrecciarsi di assonanze, di consonanze e di rime. Di molte composizioni simili, divenute presto molto popolari nel Quattrocento, non è certo che il vero autore sia Leonardo Giustinian, il quale però ne è considerato l’inventore; e “giustiniana” o “veneziana” è il nome rimasto a questo leggiadro genere letterario-musicale, d’argomento amoroso, scritto in veneziano italianizzato e in uno stile fra il colto e il popolaresco.