dalla FIMERODIA, II, III

      Veduti aresti ilustri fiorentini,
       ch’eran con questa, e chiari gli conduce
       la vita dove fûr già peregrini.
       Più presso a llei nel carro era quel duce
5        e gloria de’ poeti, eccelso Dante,
       che di tre lumi il mondo e ’1 ciel ne luce.
       Dopo el qual seguitava le sue piante
       quell’alma di costumi e virtù carca,
       dottrina certa di ciascuno errante:
10        Francesco coronato, il gram Petrarca,
       che col suo Affrican sempre fia vivo
       di fama che sopr’ogni stella varca.
       Quel Boccacio, che fu di vizii privo,
       che degli dèi compose ogni radice,
15        degno assai più d’alaur ch’ io non descrivo.
       A questa vaga e sì bella e filice
       vita, veduto avresti quel buon Guido
       de’ Cavalcanti, dello qual si dice
       che nel filosofare ebbe gran grido,
20        e appresso di lui Din di Mugello,
       ch’ aprir Giustinïan fu tanto fido.
       Appresso di costui, veniva quello
       da Strata, el chiar Zanobi, un degno vaso
       coronato d’alloro, ornato e bello.
25        Del Garbo seguitava, el gram Tomaso,
       nel qual mostrò natura ogni sua parte
       aperta, del qual fu vero Parnaso.
       Veduto aresti quel della somma arte,
       alto d’ingegno, Giotto dipintore,
30        che lasciò Cimabu’ tutto in disparte.
       Pose in costui natura tanto amore
       che ciò che fece o seppe immaginare
       col pennel diè parer, forma e colore.
       Con abito d’uom degno seguitare
35        veduto aresti, al ciel fare alti voli
       l’arismetrico Paol misurare.
       Adorni seguitavan due figliuoli
       di questa donna: l’un Manno Donati
       chiamato e l’altro fu degli Acciaiuoli,
40        che fu eletto, infra tanti pregiati
       baron del regno, in siniscalco, e fessi
       grande per senno e per costumi ornati.
       Quanti dolci pensier credi ch’avessi
       la mente tua di veder quelle genti,
45        dove muor chi vivendo sta sanz’essi?

  • Condividi
PARAFRASI

Avresti potuto vedere fiorentini illustri, che erano con lei (la personificazione di Firenze), e li rende luminosi la vita nella quale furono tanto eccezionali. Il più vicino a lei, sul carro, era quella guida e gloria dei poeti, l’eccelso Dante (Alighieri), grazie al quale la terra e il cielo brillano di tre luci (le tre cantiche della Commedia). Dopo di lui seguiva le sue orme quell’anima carica di comportamenti virtuosi, sicura guida dottrinale di tutti gli uomini privi di certezze: l’incoronato (con il lauro poetico, a Roma, nel 1341) Francesco, il grande Petrarca, che con il suo Africano (Scipione, personaggio dell’Africa) godrà sempre di una fama che supera ogni stella. Quel Boccaccio, che fu immune da ogni difetto, che spiegò l’origine di tutti gli dei (nella Genealogia deorum gentilium), assai più degno d’alloro di quanto io possa dire. In questa aggraziata, bella e lieta vita avresti potuto vedere l’illustre Guido Cavalcanti, di cui si dice che fu un filosofo famoso; e dietro di lui Dino del Mugello (Dino Rossoni, grande giureconsulto dei tempi di Dante), tanto affidabile nell’interpretazione (del Codex Juris Civilis) di Giustiniano. Dopo di lui veniva il famoso Zanobi da Strada (intellettuale e poeta in latino del XIV secolo), degno vaso coronato d’alloro, ricco e bello. Seguiva il grande Tommaso del Garbo (medico suo contemporaneo), nel quale la natura mostrò l’estensione della propria ricchezza, e di cui lui fu un (nobile monte come quello del) Parnaso. Avresti potuto vedere quel sommo artista dall’alto ingegno, il pittore Giotto, che mise in ombra Cimabue. La natura pose tanto amore in lui, che a quanto fece, o seppe ideare, diede con il pennello visibilità, forma e colore. Avresti poi potuto veder giungere, con un aspetto di grande dignità, misurare i moti celesti lo scienziato Paolo (Dagomari, detto Paolo dell’Abaco, precettore di uno dei figli di Dante). Seguivano due bei figli della bella donna (Firenze): uno fu chiamato Manno Donati (della nobile famiglia, uomo d’armi e politico) e l’altro era un Acciaiuoli (Niccolò) che fu eletto gran siniscalco, fra tanti celebri baroni del regno (di Napoli), e divenne illustre per saggezza e nobiltà dei costumi. Puoi pensare quanto dolci sarebbero stati i pensieri nella tua mente, se tu avessi potuto vedere quelle persone, vivere senza le quali equivarrebbe a morire?

COMMENTO

La Fimerodia di Jacopo del Pecora è una lunghissima e scenografica processione di allegorici carri trionfali, al cui seguito compaiono centinaia di personaggi storici, mitologici, letterari, biblici e personificazioni delle virtù. Nel terzo canto del secondo libro sono passati in rassegna i fiorentini illustri, tra cui i tre grandi modelli del poeta, il quale da parte sua ne riproduce la struttura in terzine, il vocabolario e i caratteri stilistici, pur senza riuscire a fonderli in un linguaggio personale. L’operazione retorica segue la scia della secolare tradizione dei poemi didattico-allegorici; ma nella sua fervida erudizione - non comune per un gentiluomo che langue da anni, “nello abominevole precipizio di tutti i mali”, in un carcere medievale - il poema non è privo, in vari passaggi, di una forza espressiva che fa di Jacopo da Montepulciano più che un semplice verseggiatore.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Jacopo di Bertoldo Novello del Pecora da Montepulciano (Montepulciano 1340-50 - dopo il 1412), della nobile famiglia che ha avuto la signoria della città, poi costretta all’esilio, partecipa alla vita politica schierandosi con Gian Galeazzo Visconti, ma è processato, condannato all’ergastolo nel 1390, rinchiuso nel carcere fiorentino delle Stinche e rilasciato diciassette anni dopo, nel 1407, per poi finire probabilmente in miseria. Durante la prigionia, molto probabilmente tra il 1395 e il 1397, scrive un poema allegorico, la Fimerodia (‘Famoso canto d’amore’), su commissione di Luigi di Manetto Davanzati (il cui padre, nei primi tempi dell’esilio, lo aveva riccamente ospitato nella sua casa) per celebrare l’amore del giovane per Alessandra dei Bardi, nobildonna da tempo già sposata. La vicenda, complessa e macchinosa, segue il tradizionale motivo stilnovistico dell’amore che, da terreno, diviene spirituale e puro. L’opera, che comprende 38 capitoli in terzine intervallati da tre canzoni, si rifà agli illustri modelli della Commedia di Dante, del Trionfo della Castità del Petrarca e soprattutto dell’Amorosa visione del Boccaccio.
0