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O iubelo del core

      O iubelo del core,
       che fai cantar d’amore!
       Quanno iubel se scalda,
       sì fa l’omo cantare,
5        e la lengua barbaglia
       e non sa che parlare:
       dentro non pò celare,
       tant’è granne ’l dolzore.
       Quanno iubel è acceso,
10        sì fa l’omo clamare;
       lo cor d’amor è appreso,
       che nol pò comportare:
       stridenno el fa gridare,
       e non virgogna allore.
15        Quanno iubelo ha preso
       lo core ennamorato,
       la gente l’ha ’n deriso,
       pensanno el suo parlato,
       parlanno esmesurato
20        de che sente calore.
       O iubel, dolce gaudio
       ched entri ne la mente,
       lo cor deventa savio
       celar suo convenente:
25        non pò esser soffrente
       che non faccia clamore.
       Chi non ha costumanza
       te reputa ’mpazzito,
       vedenno esvalïanza
30        com’om ch’è desvanito;
       dentr’ha lo cor ferito,
       non se sente da fore.

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PARAFRASI

O giubilo del cuore, che fai cantare per amore! Quando il giubilo scalda, esso induce gli uomini a cantare, e la lingua balbetta e non sa che dire:non lo si può nascondere dentro di sé, tanto grande è la dolcezza. Quando il giubilo è acceso, allora induce a gridare; il cuore è infiammato d’amore, (tanto) che non lo può sopportare; (il giubilo) fa sì che si gridi con alti lamenti, e allora non si prova vergogna. Quando il giubilo ha occupato interamente il cuore innamorato, la gente lo deride, pensando al suo modo di esprimersi, che dice cose fuor di misura di quell’ardore che sente. O giubilo, dolce gioia che entri nella mente, il cuore diventerebbe saggio (se sapesse) nascondere la propria condizione; (il cuore) non può sopportare (tale giubilo) in modo da non urlare. Chi non ha esperienza (di questo stato psicologico) ti reputa impazzito, vedendo (da parte tua) un comportamento insensato, simile a quello di un uomo che stia vaneggiando; (mentre chi è in preda al giubilo) ha il cuore ferito internamente, e non si rende conto del mondo esterno.

COMMENTO

Il tema della lauda (una ballata di settenari, con lo schema xx, ababbx) è l’amore puro, terribile e incomunicabile dell’uomo per il suo Dio. Questo amore è simile al fuoco ardente dell’amore terreno, sia nella sua ineffabilità, sia nell’impossibilità di tenerlo celato; la sua tematica non è quindi lontana da quella della poesia provenzale e della Scuola siciliana. Qui tuttavia domina un linguaggio esaltato, in cui l’anafora (la continua ripetizione dell’O iubelo del primo verso) e la sinonimia dei vocaboli (cantare, clamare, gridare; ’mpazzito, desvanito) brillano di cupo splendore. Un tormento estatico e un ardore solitario, lontano dall’amore francescano per tutte le creature, e pure amorosissimo in modo quasi disperato, per il quale anche la gioia è drammatica, fanno dell’ardente poesia di Jacopone un fenomeno unico in tutta la letteratura, sia sacra che profana.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Jacopone dei Benedetti, detto Jacopone (Todi 1236? - Collazzone, Perugia, 1306), di nobile famiglia, notaio e procuratore legale, sposa nel 1267 una contessa, Vanna, morta tragicamente l’anno seguente; dopo la conversione, abbandona la vita mondana e, distribuiti ai poveri i propri averi, peregrina per dieci anni, vivendo di elemosina. Nel1278 entra nell’ordine dei Frati minori francescani, nella corrente più rigorista degli Spirituali, o ‘fraticelli’. Fra i tre francescani che nel 1297 firmano il “manifesto di Lunghezza” che dichiara decaduto papa Bonifacio VIII, l’anno dopo viene, per questo, scomunicato e carcerato fino al 1303, anno della morte del papa; poi si ritira fino alla morte nel convento di San Lorenzo a Collazzone. Di lui restano uno Stabat Mater e novantadue Laude, tra cui la più famosa è Donna di Paradiso o Pianto della Madonna: opere di un poeta colto che nella sua forza espressionistica non disdegna anche forme rozze e dialettali, nella violenta negazione del mondo nutrita di un altrettanto violento amore di Dio.