La gondoleta

      La biondina in gondoleta
       l’altra sera g’ho menà;
       dal piacer la povereta
       la s’à in bota indormenzà.
5        La dormiva su sto brazzo,
       mi ogni tanto la svegiava,
       ma la barca che ninava
       la tornava a indormenzar.
       Fra le nuvole la luna
10        gera in cielo meza sconta,
       gera in calma la laguna,
       gera el vento bonazzà.
       Una sola bavesela
       sventolava i so caveli
15        e faceva che dai veli
       sconto el sen no fusse più.
       Contemplando fisso fisso
       le fatezze del mio ben,
       quel viseto cussì slisso,
20        quela boca e quel bel sen,
       me sentiva drento al peto
       una smania, un missiamento;
       una spezie de contento
       che no so come spiegar.
25        So’ stà un pezzo rispetando
       quel bel sono e ho soportà,
       benché Amor de quando in quando
       el m’avesse assae tentà;
       e ò provà a butarme zozo
30        là con ela a pian pianin,
       ma col fogo da vicin
       chi averrìa da ripossar?
       M’ho stufà po’ finalmente
       de sto tanto so dormir,
35        e g’ho fato da insolente,
       né m’ò avudo da pentir,
       perché, oh Dio, che bele cosse
       che g’ho dito e che g’ho fato!
       No, mai più tanto beato
40        ai me’ zorni no son sta.

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PARAFRASI

L’altra sera ho portato la biondina in gondoletta; la poverina, dal piacere, si è addormentata di colpo. Dormiva su questo braccio e ogni tanto la svegliavo, ma la barca che (ci) cullava la faceva riaddormentare. Fra le nuvole la luna nel cielo era mezza nascosta, la laguna era quieta, il vento era calmo. Un solo lieve soffio di brezza scompigliava i suoi capelli e faceva sì che il suo seno non fosse più nascosto dai veli. Mentre contemplavo fissamente i lineamenti della mia amata, quel piccolo viso così liscio, quella bocca e quel bel seno, mi sentivo nel petto una smania, un turbamento, una gioia che non so spiegare. A lungo ho rispettato quel bel sonno e pazientato, benché Amore varie volte m’avesse tentato parecchio; e ho provato a sdraiarmi giù con lei, pian piano, ma vicino al fuoco chi può riposare? Infine mi sono stancato di tutto quel dormire e mi sono fatto audace, e non ho avuto di che pentirmi, perché, oh Dio, che belle cose ho detto e ho fatto! No, non sono mai stato tanto beato in vita mia.

COMMENTO

La struttura metrica della celeberrima canzonetta, con le quartine alternate di ottonari (a rima alterna o a rima baciata al centro, con l’ultimo verso sempre tronco), rappresenta una forma ideale della poesia per musica. Questo è il più classico esempio di canzone da batelo veneziana, concepita per intrattenere i partecipanti a passeggiate in barca; tali canzoni erano eseguite abitualmente di notte, su barche decorate con palloncini colorati. Composta nel 1786 per la bella Marina Querini Benzon, nota per la sua esuberante vita amorosa, La gondoleta è musicata da Johann Simon Mayr, nella sua forma comunemente nota, e poi da Ludwig van Beethoven (1816) e da Reynaldo Hahn (1901). Quanto al testo, l’eleganza aggraziata del quadretto e il raffinato avvicinarsi dei versi alla conclusione, solo apparentemente inattesa, della piccola avventura degli amanti al chiaro di luna rendono la composizione un frutto esemplare della produzione galante settecentesca.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Anton Maria Lamberti (Venezia 1757 - Belluno 1832), per un ventennio console dei Cavalieri di Malta a Venezia, con la fine della Repubblica si ritira a Belluno come cancelliere del tribunale. Scrive moltissimo in dialetto veneziano, tra cui la traduzione di alcune poesie di Giovanni Meli; gran parte della sua produzione in versi è raccolta nei tre volumi delle Poesie (1817). Gli si devono anche varie malinconiche composizioni di gusto arcadico, che si adattano bene al tramonto di Venezia, e numerosi almanacchi in dialetto. Parte delle sue Memorie è stata pubblicata, postuma, nel 1959 (Ceti e classi nel ’700 a Venezia).
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