S’eo son distretto

      S’eo son distretto inamoratamente
       e messo jn grave affanno
       assai più ch’io non posso soferire,
       non mi dispero né smago neiente,
5        membrando che mi dànno
       una buona speranza li martire,
       com’eo degia guerire:
       ché lo bon soferente
       riceve usatamente
10        buon compimento delo suo disire.
       Dunqua, s’io pene pato lungiamente,
       non lo mi tegno a danno,
       anzi mi sforzo ognora di servire
       lo bianco fioreauliso, pome aulente
15        che nova ciascuno anno
       la gran bieltade e lo gaio avenire.
       Così mi fa parere
       fenice veramente;
       ch’ello similemente
20        è solo, e poi rinova suo valere.
       Pertanto mi sconforto coralmente,
       ché ne ricevo inganno,
       poi m’è lontano ov’eo nom posso gire;
       ma vo’ seguir lo ciervio umilemente
25        che, poi conquiso l’ànno,
       a’ cacciator ritorna per morire.
       Ed io volglio rivenire
       al mio ’more sovente
       sì ch’alo suo vidente
30        ello m’agiuti o veiami perire.
       Ormai mi ’nchino e son merzé cherente
       algli amadori, che sanno
       chi ’m balia m’ave e faciemi languire;
       che ’l movano a pietanza dolzemente
35        quando con ello stanno,
       ch’a sé m’acolga e facciami gioire:
       ch’io non posso campire
       se prosimanamente
       ello, che fue ferente,
40        non mi risana e fa gioia sentire.
       Vatene, chanzonetta mia piagiente,
       a que’ che canteranno
       pietosamente delo meo dolire,
       e di’ che ’n mare frango malamente
45        ma contro a tempo spanno,
       ch’al dritto porto nom posso tenere.
       Pregagli che ’n piacere
       metano a l’avenente,
       che mi dea prestamente
50        conforto tal che mi degia valere.

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PARAFRASI

Se io sono imprigionato dai lacci d’amore e posto in grave sofferenza, assai maggiore di quanto io possa sopportare, tuttavia non mi dispero affatto né mi perdo d’animo, ricordando che i miei dolori mi danno una buona speranza di poter guarire: infatti chi sa ben sopportare, di solito, raggiunge il compimento del proprio desiderio. Se dunque io soffro a lungo queste pene non lo considero un danno, anzi mi sforzo sempre di stare al servizio del giglio bianco, frutto fragrante che ogni anno rinnova la (sua) grande bellezza e l’aspetto gioioso. Così mi fa sembrare che questo sia davvero una fenice; che anch’esso nello stesso modo rimane solo, ma poi rinnova la propria energia. Eppure io mi sento il cuore pieno di sconforto, perché lui m’inganna, dato che sta lontano da me, in un luogo dove non posso andare; ma con umiltà voglio seguire l’esempio del cervo, che, quando è stato catturato (e ferito), torna spontaneamente dai cacciatori per morire. Anch’io voglio tornare spesso dal mio amore, sì che, sotto i suoi occhi, lui possa aiutarmi o mi veda perire. Alfine mi inchino e chiedo pietà agli innamorati, che sanno che mi ha in suo potere e mi fa languire; sì che dolcemente lo muovano a compassione quando gli stanno vicini, in modo che mi accolga e mi tenga con sé e mi renda felice: perché io non posso più trovare scampo se entro breve tempo lui, che è stato il mio feritore, non mi risana e non mi dà la gioia. Va’ , mia piacevole canzonetta, a coloro che canteranno compassionevolmente il mio dolore, e dì loro che nel mare sono sballottato dalle onde e spiego le vele contro il maltempo, e non riesco a raggiungere un porto sicuro. Pregali che dispongano favorevolmente verso di me quella bella persona, in modo che presto mi dia un conforto (amoroso) tale da essere in grado di farmi guarire.

COMMENTO

La ‘canzonetta’ di Brunetto Latini, di stile sicilianeggiante, in endecasillabi e settenari, lo pone tra i cosiddetti “poeti siculo-toscani”. Nel codice che la riporta è accompagnata da una risposta (‘kanzonetta’) di Bondie Dietaiuti, il che ha fatto pensare che si tratti di una storia d’amore omosessuale; circostanza peraltro tutt’altro che certa. (Il bianco fioreauliso, il fiordaliso, del verso 14 potrebbe essere semplicemente il giglio, emblema di Firenze, la patria lontana e per ora preclusa). La tematica è quella amorosa della poesia cortese, con le immagini del fiore che rifiorisce, della fenice che risorge, del cervo ferito che si consegna ai cacciatori, della ferita risanata dal feritore, del mare in tempesta.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Brunetto (o Burnetto) Latini (Firenze 1220 circa - 1274), notaio, nel 1260 è ambasciatore guelfo in Castiglia presso Alfonso X; dopo la sconfitta di Montaperti, esule, vive in Francia, ad Arras, Parigi e Bar-sur-Aube; dopo la battaglia di Benevento torna a Firenze, occupando importanti cariche pubbliche fino al priorato (1287). Dante Alighieri lo considera suo maestro, e nell’Inferno, pur ponendolo tra i sodomiti, ne ricorda con grande affetto “la cara e buona imagine paterna”. Tra i maggiori intellettuali laici del suo tempo, nell’esilio francese compone Li livre dou Trésor, ricca enciclopedia in tre libri; in italiano e in versi (settenari a rima baciata) il Favolello, epistola sull’amicizia, e il Tesoretto, compendio dell’opera maggiore, nonché la canzone S’eo son distretto. Traduce, per primo in Europa, Cicerone (tre orazioni, Pro Ligario, Pro Marcello, Pro rege Deiotaro e i primi 17 libri del De inventione, anche commentati nella Rettorica).
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