Ecco di rose

      Ecco di rose a questa tomba intorno
       aprir, quasi in su’ onor, pomposa schiera;
       che ’l seno aprendo sembra dir: “Tal era
       di colei che qui giace il volto adorno;
5        e tal ne sentian l’altre invidia e scorno
       qual di noi gli altri fiori a primavera.
       Cresceale il vanto odor d’onestà vera,
       ch’in lei fea con Amor dolce soggiorno.
       S’oltra ogni stil fiorisce in noi beltate
10        è perché nel terren ch’in sé converse
       le belle membra, siam concette e nate.
       Ma qui tosto ancor noi cadrem disperse
       da l’aspra pioggia, in che l’altrui pietate
       ne tien, piangendo, eternamente immerse”.

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PARAFRASI

Ecco che intorno a questa tomba si apre una sontuosa schiera di rose, che schiudendo i propri boccioli sembra dire: “Tanto era bello il volto di colei che qui giace, e tanto le altre donne se ne sentivano invidiose e umiliate, quanto in primavera se ne sentono gli altri fiori nei nostri confronti. Aumentava la sua fama il profumo di vera probità, che con Amore dimorava dolcemente in lei. Se la bellezza fiorisce in noi oltre ogni possibilità di esprimerla con le parole, si deve al fatto che siamo state concepite e siamo nate nel terreno che ha assimilato il suo bel corpo. Ma ben presto anche noi cadremo, qui, sciolte dalla fredda pioggia (di lacrime) nella quale il dolore degli altri che la piangono ci tiene immerse in eterno”.

COMMENTO

Gli opulenti mazzi di rose sulla tomba di una bella donna traggono dal dissolversi della sua spoglia mortale il loro splendore. Nel passaggio dal classicismo petrarchesco all’incipiente barocco, l’austero Celio Magno rischia di cadere dalla gravità funebre di tante sue composizioni a un tono involontariamente macabro, certo ben lontano dalle immortali parole del Petrarca sulla tomba di Laura (‘Felice sasso che ’l bel viso serra!’). Le sue rose, tuttavia, rivaleggiando con la bellezza della donna e illuminate dalla luce della primavera, suggeriscono la nobiltà di quelle che saranno le urne foscoliane “confortate di pianto”.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Celio Magno (Venezia 1536-1602), avvocato e diplomatico, compie missioni in Siria, in Dalmazia, in Spagna come segretario degli ambasciatori della Serenissima e giunge alle altissime cariche di Segretario del Consiglio dei Dieci e del Senato. Il suo libretto Trionfo di Cristo è ispirato dalla vittoria di Lepanto nel 1571. Tra le Rime, composte nel corso degli anni ma da lui pubblicate nel 1600, due anni prima della morte, dopo varie revisioni, congiuntamente a quelle dell’amico Orsatto Giustinian, si contano composizioni di carattere religioso, funebre, amoroso e dedicate agli affetti familiari. Il petrarchismo, particolarmente vivo nell’area veneta sotto l’influsso di Pietro Bembo, nei suoi versi è ormai alquanto schematico e preannuncia chiaramente la sensibilità barocca.
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