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Vergini che pensose

      Vergini che pensose a lenti passi
       da grande ufficio e pio tornar mostrate,
       dipinta avendo in volto la pietate,
       e più negli occhi lagrimosi e bassi,
5        dov’è colei, che fra tutt’altre stassi
       quasi Sol di bellezza e d’onestate?
       al cui chiaro splendor l’alme ben nate
       tutte scopron le vie d’onde al Ciel vassi?
       Rispondon quelle: “Ah non sperar più mai
10        tra noi vederla: oggi il bel lume è spento
       al mondo, che per lei fu lieto assai.
       Sulla soglia d’un chiostro ogni ornamento
       sparso, e gli ostri, e le gemme al suol vedrai,
       e ’l bel crin d’oro se ne porta il vento”.

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PARAFRASI

Fanciulle che, pensierose e a passi lenti, mostrate di essere di ritorno da una importante cerimonia religiosa, con la devozione impressa nel viso, e ancora di più negli occhi pieni di lacrime e rivolti a terra, dov’è quella che in mezzo a tutte le altre si presenta come un Sole di bellezza e di probità, e al cui luminoso splendore le anime nobili scoprono le strade per giungere al Cielo? E loro ripondono: “Ah, non sperare di poterla mai più rivedere tra noi; oggi la sua bella luce è spenta per il mondo, che grazie a lei era tanto felice. Sulla soglia del chiostro, vedrai sparso al suolo ogni ornamento, e le porpore, e i gioielli; e i suoi bei capelli d’oro (recisi) sono portati via dal vento”.

COMMENTO

Una bella e ricca fanciulla si è fatta suora: i suoi abiti sontuosi, l’oro e i gioielli sono aboliti, e tagliati i bei capelli biondi; le sue compagne tornano dalla cerimonia con animo molto commosso. L’ultimo verso, di grande effetto sentimentale e sonoro, sigilla il sonetto, nel quale il tema - abbastanza frequente nei versi di Eustachio Manfredi, tardo petrarchista agli inizi della poesia arcadica - è affrontato con eleganza sentimentale e con adesione lirica più personale se, come pare, la fanciulla è Giulia Vandi (amata per anni dal poeta, ora ventiseienne), che ha preso il velo nel 1700. I sentimenti malinconici ed elegiaci del petrarchista ‘romantico’ si discostano sia dalle ultime scorie delle ricercate e pompose meraviglie del barocco, sia dalle movenze un po’ fredde della poesia razionalista dell’età neoclassica: il grande scienziato mostra nei suoi versi una vena di poesia più sincera, limpida e naturale di quella di altri ‘professionisti’.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Eustachio Manfredi (Bologna 1674-1739), insegnante di matematica all’università di Bologna nel 1699, soprintendente alle acque nel 1704, astronomo alla Specola nel 1711, membro dell’Académie des Sciences di Parigi (1736) e della Royal Society di Londra (1729), è autore di Ephemerides motuum coelestium (1715-1725) e, postumi, Elementi della Cronologia (1744), Instituzioni astronomiche (1749), Elementi della geometria e della trigonometria (1755). Accademico dell’Arcadia con il nome di Aci Delpusiano, tra i fondatori della colonia Renia di Bologna, traduttore dell’Orlando Furioso in dialetto bolognese, è il capofila dei letterati bolognesi detti i riformatori della bella letteratura, che propugnano un ritorno a un corretto petrarchismo. Pubblica Rime (1713 e 1732), spesso d’occasione, tra cui la famosa canzone Donna, ne gli occhi vostri, anch’essa sulla monacazione di Giulia Vandi.