dall’Invito a Lesbia Cidonia

      Quanto ne l’alpe e ne le aerie rupi
       natura metallifera nasconde;
       quanto respira in aria e quanto in terra,
       e quanto guizza ne gli acquosi regni
5        ti fia schierato a l’occhio: in ricchi scrigni
       con avveduta man l’ordin dispose
       di tre regni le spoglie. Imita il ferro
       crisoliti e rubin; sprizza dal sasso
       il liquido mercurio; arde funesto
10        l’arsenico; traluce ai sguardi avari
       da la sabbia nativa il pallid’oro.
       Che se ami più de l’eritrea marina
       le tornite conchiglie, inclita Ninfa,
       di che vivi color, di quante forme
15        trassele il bruno pescator da l’onda!
       L’aurora forse le spruzzò de’ misti
       raggi, e godé talora andar torcendo
       con la rosata man lor cave spire.
       Una del collo tuo le perle in seno
20        educò verginella; a l’altra il labbro
       de la sanguigna porpora ministro
       splende; di questa la rugosa scorza
       stette con l’or su la bilancia, e vinse.
       Altre si féro, invan dimandi come,
25        carcere e nido in grembo al sasso; a quelle
       qual dea del mar d’incognite parole
       scrisse l’eburneo dorso? e chi di righe
       e d’intervalli sul forbito scudo
       sparse l’arcana musica? Da un lato
30        aspre e ferrigne giaccion molte; e grave
       d’immane peso, assai rosa da l’onde,
       la rauca di Triton buccina tace.
       Questo ad un tempo è pesce ed è macigno;
       questa è, qual più la vuoi, chiocciola o selce.
35        Tempo già fu che le profonde valli
       e ’l nubifero dorso d’Apennino
       copriano i salsi flutti; pria che il cervo
       la foresta scorresse, e pria che l’uomo
       da la gran madre antica alzasse il capo.
40        L’ostrica allor su le pendici alpine
       la marmorea locò famiglia immensa:
       il nautilo contorto a l’aure amiche
       aprì la vela, equilibrò la conca;
       d’affrico poscia al minacciar, raccolti
45        gl’inutil remi, e chiuso al nicchio in grembo,
       deluse il mar: scola al nocchier futuro.
       Cresceva intanto di sue vote spoglie,
       avanzi de la morte, il fianco al monte.

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PARAFRASI

Quanto la natura ricca di metalli nasconde nella montagna e nelle aeree rupi, quanto respira nell’aria e sulla terra, quanto guizza nei regni dell’acqua, ti sarà posto ordinatamente sotto gli occhi: in ricche vetrine sono stati disposti ordinatamente i resti dei tre regni (animale, vegetale e minerale). Il ferro imita i crisoliti (gemme verde-gialle di olivina) e i rubini; dalla roccia zampilla il mercurio liquido; esala il fumo velenoso dell’arsenico; luccica sotto gli occhi avidi l’oro pallido dalla sabbia aurifera da cui proviene. E se ti piacciono di più, o nobile Ninfa (Lesbia Cidonia), le conchiglie tornite del Mar Rosso, (vedrai) di che vivaci colori, di quante forme le ha tratte dal mare il pescatore dalla pelle scura! Forse l’aurora le bagnò con i suoi raggi multicolori, e talvolta si dilettò ad avvolgere con la sua mano di rosa le loro cave spirali. Una di queste (l’ostrica perlifera, Pinctada margaritifera) allevò, fanciulla, nel suo seno le perle che ora porti sul collo; a un’altra (il murice, Murex Brandaris) brilla l’orlo che fornisce la porpora scarlatta; la scorza rugosa di quest’altra (il Malleus) supera, sulla bilancia, lo splendore dell’oro. Altre (il dattero di mare, Lithodomus dactylus) si sono scavate nella roccia, non chiedermi come, gallerie in cui si sono annidate; e quale dea del mare a queste altre (della Venus literata) avrà vergato sul dorso d’avorio lettere sconosciute? e chi ha sparso una misteriosa musica di righi e di pause sul levigato scudo (della Voluta musica)? Molte stanno lì stese, ruvide e ferrigne; e non suona più, sotto l’immenso peso delle rocce, e molto consumata dalle onde, la rauca conchiglia (Buccina Tritonis) in cui soffiava Tritone (il dio marino figlio di Nettuno). Questo è pesce e insieme roccia; quest’altra è, se vuoi, chiocciola o selce (conchiglie fossili). Vi fu un tempo (lontanissimo) in cui le vallate profonde e la catena del nuvoloso Appennino erano coperti dalle onde dal mare salato; prima che i cervi percorressero la foresta, e prima che l’uomo levasse la testa dalla gran madre antica (la terra). Allora sulle pendici delle montagne le ostriche, dure come il marmo, vissero in immensa quantità; il nautilo contorto si aprì come una vela al vento favorevole, dispose in equilibrio la propria conchiglia (come lo scafo di un’imbarcazione); poi, sotto la minaccia del libeccio (vento di sud-ovest), ritirati i remi divenuti inutili, e chiuso all’interno della chiocciola, si fece beffe del mare, facendo scuola ai futuri marinai. E intanto con le vuote spoglie dei nautili, ciò che resta della loro morte, i fianchi delle montagne s’ingrandivano.

COMMENTO

Tra le più riuscite opere didattico-scientifiche dell’epoca illuminista, l’Invito a Lesbia Cidonia intreccia elegantemente con la materia scientifica digressioni mitologiche e letterarie di raffinata eleganza neoclassica. In questo brano dal I libro (versi 57 e seguenti) è descritto il Museo di storia naturale, con i suoi metalli e le conchiglie marine, delle quali si illustrano diverse specie, e lo sviluppo delle montagne dai depositi dei loro fossili. Si ammirano, nella fluida chiarezza dell’esposizione, in cui si avverte l’influenza della poesia di Giuseppe Parini, la precisione dei termini e insieme la loro ‘letterarizzazione’, come nella similitudine tra la ‘scrittura’ di un’arcana musica sulla superficie levigata della conchiglia e la notazione musicale su un pentagramma.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Lorenzo Mascheroni (Castagneta, Bergamo, 1750 - Parigi 1800), tra i maggiori scienziati del suo tempo, nel 1767 veste l’abito ecclesiastico; dal 1770 è insegnante a Bergamo, prima di retorica ed eloquenza, e poi, dal 1778, di fisica e matematica; dal 1786 insegna algebra e geometria all’università di Pavia, di cui è poi rettore. Deputato al Corpo legislativo di Milano nel 1797, nel 1798 è a Parigi nella commissione per le nuove monete e misure, e vi resta, onorato e famoso, fino alla morte. Vincenzo Monti lo celebra con la cantica In morte di Lorenzo Mascheroni, o Mascheroniana. Tra le opere scientifiche: Adnotationes ad calculum integrale Euleri (1790-92); Nuove ricerche sull’equilibrio delle volte (1795); la Geometria del compasso (1797), con dedica in versi a Napoleone. Membro di numerose accademie, tra cui, col nome di Dafni Orobiano, di quella dell’Arcadia, svolge anche intensa attività letteraria, e nel 1793 compone il suo capolavoro, il poemetto L’invito, versi sciolti di Dafni Orobiano a Lesbia Cidonia (il nome arcadico della contessa Paolina Secco Suardo Grismondi di Bergamo, anche lei poetessa), alla quale descrive le collezioni di storia naturale dell'università di Pavia.
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