Vergine bella

      Vergine bella,
       non vedi tu
       che stanco il sonno appella
       il tuo Giesù?
5        Deh dunque il Sonno intanto
       s’inviti qui col canto.
       O dolce Sonno
       qui volgi il piè;
       ché posa aver non ponno
10        senza di te
       i dolci rai sereni;
       vieni, deh Sonno, vieni.
       O Sonnicello,
       deh vola qui,
15        deh serra i lumi a quello,
       ch’alluma il dì.
       Vieni chiudi i bei rai,
       vieni, deh vieni, omai.
       Bel mammoletto,
20        caro Giesù,
       posa, deh posa il petto,
       non pianger più;
       ch’il sonno acqueta e molce,
       dormi, Giesù mio dolce.
25        Par che s’acchete
       il Figlio già,
       dolce già la quiete
       serpendo va
       intorno al corpicello,
30        dormi, Giesù mio bello.
       Già posa e tace,
       eccolo qui
       quei che riposo e pace
       al mondo aprì,
35        deh posa, o mio tesoro,
       dormi, Giesù mio d’oro.

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PARAFRASI

Vergine bella, non vedi che il tuo Gesù, stanco, chiede di dormire? Dunque, intanto invitiamo il Sonno cantando. O dolce Sonno, per favore, volgi qui i tuoi passi, perché senza di te non possono aver riposo i dolci occhi sereni; vieni, su, Sonno, vieni. O Sonnicello, ti prego, vola qui, su, chiudi gli occhi a colui che illumina il giorno. Vieni a chiudere i begli occhi, vieni, prego, vieni, adesso. Bel fiorellino, caro Gesù, ti prego, riposa il tuo respiro, non piangere più, perché il sonno acquieta e ristora; dormi, mio dolce Gesù. Sembra che il Figlio già si calmi, già la quiete va serpeggiando dolcemente intorno al corpicino; dormi, Gesù mio bello. Già riposa in silenzio, eccolo qui, colui che offrì al mondo il riposo e la pace; orsù, riposa, tesoro mio; dormi, Gesù mio d’oro.

COMMENTO

Questa Nenia della Beatissima Vergine addormentante il fanciulletto Giesù fa parte delle Poesie sacre e morali, pubblicate postume nel 1662, nelle quali il marinista Bernardo Morando sfrutta, oltre alla sua vena di scrittore di drammi per musica, la tradizione umanistica delle nenie per addormentare i bambini e il ‘travestimento’ in senso religioso della lirica degli affetti, in genere rivolta a temi amorosi. In questa ‘canzonetta’, composta di sei strofe di quinari (il secondo e il quarto tronchi) e di settenari, rigorosamente rimati, è notevole l’equilibro raggiunto tra il registro della ‘poesia popolare’ e quello della ‘poesia d’arte’, che mostra la sicurezza tecnica dell’autore di versi adatti di volta in volta per melodrammi, per feste, per balletti, per argomenti religiosi. La dolce ninnananna, nella sua tonalità lievemente galante, sembra preludere alle melodiose leggerezze dell’Arcadia.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Bernardo Morando (Sestri Ponente, Genova, 1589 - Piacenza 1656) si trasferisce presto nella città emiliana, ove continua l’opera del padre, abile mercante. La sua ascesa sociale, alla corte dei Farnese, lo porta a ottenere la riscossione delle imposte sul sale, a prestare denaro ai potenti, a divenire conte, senza tuttavia trascurare l’attività di scrittore ufficiale di feste e spettacoli teatrali per Odoardo Farnese. Rimasto vedovo nel 1652, prende i voti. Tra le opere sono drammi per musica e soggetti per feste e balletti (Le risse pacificate da Cupido, 1644; Il ratto d’Elena, 1646; Ercole nell’Erimanto, 1651; Le vicende del tempo, 1652) e il romanzo edificante La Rosalinda (1650, con varie riedizioni): un’opera assai notevole nel suo secolo, benché ingiustamente dimenticata, nelle cui quasi 600 pagine la ricca borghesia mercantile genovese oppone alla nobiltà naturale della stirpe aristocratica la propria validità sociologica, mentre i temi religiosi si intrecciano con le vicende avventurose. Postumi sono i versi delle Fantasie poetiche e delle Poesie sacre e morali, che comprendono le Divozioni poetiche pubblicate nel 1639.
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