Questo sito contribuisce all'audience di

L’aer, l’acqua, la terra e gli animali

NICCOLO' DA CORREGGIO

13 agosto

      L’aer, l’acqua, la terra e gli animali
       se alegran tutti a la nova stagione.
       Cantan le Nymfe, e qual serti compone,
       altre per boschi van provando strali.
5        Solo per nui non son tempi vernali,
       ma le Pliade stelle et Orione
       regiano in celo, e qui in ceca prigione
       pur mo demmo principio a’ nostri mali.
       Vui, ucellin, che la stagion decora
10        fati co i versi e con suavi canti,
       di vostre grotte hor seti usciti fora.
       E per le strate i cavalleri erranti
       vanno armeggiando e ciascun s’inamora.
       Sol nui staremo a consumarsi in pianti.

PARAFRASI

L’aria, l’acqua, la terra e gli animali sono tutti lieti per la nuova stagione (la primavera). Le Ninfe cantano, e qualcuna intreccia ghirlande, qualcun’altra va per i boschi a provare le frecce (per la caccia con l’arco). Solo per noi questi non sono tempi primaverili, ma brillano nel cielo le Pleiadi e Orione (costellazioni invernali) e noi, in questa oscura prigione, abbiamo visto l’inizio dei nostri mali. Voi, uccelletti, che rendete bella la stagione con i vostri lieti suoni e canti, siete da poco usciti dai vostri rifugi. E per le strade vanno (liberamente) in giro i cavalieri, giostrando con le loro armi, e tutti pensano all’amore. Soltanto noi resteremo qui a consumarci nel pianto.

COMMENTO

Le Rime di Niccolò da Correggio, pur seguendo il modello petrarchesco, trovano accenti di originalità nei contenuti e nei toni; non soltanto in questo sonetto, composto in prigionia nella primavera del 1483, nel quale rimpiange amaramente il risveglio della natura, la libertà e l’amore, ma anche nelle sue descrizioni del mondo di corte, da lui ben conosciuto nel suo splendore ma anche nelle sue invidie e nelle sue insidie. La melodia dei suoi versi, sempre velata da una vena leggermente malinconica, rispecchia una visione aristocratica e disincantata della vita in cui si avverte un abbandono pensoso e sincero, non comune in quel mondo cortigiano, elegante e guerresco, in cui si è trovato a vivere.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli

BIO AUTORE

Niccolò da Correggio (Ferrara 1450 - 1508), detto Postumo per essere nato qualche mese dopo la morte del padre, l’omonimo signore di Correggio, è figlio di Beatrice, sorellastra di Borso e di Ercole I d’Este. Marito di Cassandra, figlia di Bartolomeo Colleoni (1472), è un perfetto cavaliere, uomo di corte a Ferrara presso gli Estensi, diplomatico e condottiero (prigioniero per circa un anno a Venezia, in condizioni di estremo disagio, nel 1482-1483). Nel 1487 è rappresentata alla corte ferrarese la sua Favola di Cefalo, in ottave inframmezzate da terzine e canzonette, fra i primissimi esempi del teatro italiano. Dal 1490 al 1498 vive a Milano, presso gli Sforza; del 1491 è il poemetto in centosettantanove ottave Fabula Psiches et Cupidinis, dedicato a Isabella d’Este, che di lui lascia il seguente ritratto: Il “più atilato de rime et cortesie erudito cavagliere et barone che ne li tempi suoi se ritrovasse in Italia”. Del 1493 è la Silva, una breve composizione in ventuno ottave, Lascia anche una raccolta di Rime, una delle più ricche del tempo. Nel 1506, due anni prima della morte, si ritira a vita privata.