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L’orologio da rote

CIRO  DI  PERS

      Mobile ordigno di dentate rote
       lacera il giorno e lo divide in ore,
       ed ha scritto di fuor con fosche note
       a chi legger le sa: Sempre si more.
5        Mentre il metallo concavo percuote,
       voce funesta mi risuona al core;
       né del fato spiegar meglio si puote
       che con voce di bronzo il rio tenore.
       Perch’io non speri mai riposo o pace,
10        questo, che sembra in un timpano e tromba,
       mi sfida ognor contro all’età vorace.
       E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
       affretta il corso al secolo fugace,
       e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.

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PARAFRASI

Questo pregiato meccanismo (fatto) di ruote dentate frammenta il giorno e lo suddivide in ore, e reca all’esterno, scritto in segni scuri (le ore sul quadrante), per chi le sa leggere (forse corrispondenti alle dodici lettere del motto), “Si muore a ogni istante”. Mentre esso batte (con il martelletto) sulla campana metallica, nel cuore mi rintocca una voce funesta; e non si può spiegare meglio il suo significato infausto se non con la voce (cupa) del bronzo. Affinché io non possa mai sperar (di trovare) riposo e pace, quest’oggetto, che sembra insieme un tamburo (come quelli delle esecuzioni capitali) e una tromba (come quelle del Giudizio), mi sfida incessantemente a battermi contro il tempo, che divora ogni cosa. E con quei colpi, che fanno risuonare il metallo, affretta la corsa del mondo che fugge, e picchia di continuo sulla pietra tombale, affinché essa si apra (ad accoglierci per sempre).

COMMENTO

In questo, come in altri sonetti delle Poesie (Orologio da sole, Orologio da polvere), un oggetto inanimato, e tecnologicamente avanzato, diviene un simbolo incessante della Morte inevitabile, la cui costante presenza è cupamente scandita dal suo moto cadenzato e oscuramente minaccioso. La fusione barocca tra la tensione del pensiero e del linguaggio e il tema controriformistico del Memento mori e della condizione umana, sempre in balia del destino, trova nella cupa sonorità dei versi martellanti e ‘fatali’ di questa meditazione metafisica la sospensione drammatica della “meraviglia” che anima gli oggetti e ne fa quasi delle armi di distruzione di massa, raggiungendo una sorta di totalità paradossalmente intemporale

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


BIO AUTORE
Ciro di Pers (castello di Pers, nel Friuli, 1599 - San Daniele del Friuli, Udine, 1663), di nobile origine, studia filosofia morale a Bologna, dove frequenta Claudio Achillini e Girolamo Preti; entra nell’ordine gerosolimitano dei Cavalieri di Malta, e per un paio d’anni partecipa a una spedizione contro i Turchi; poi torna nella terra natale, nel suo palazzo di San Daniele che non lascia quasi più fino alla morte, restando in corrispondenza con molti poeti, uomini di cultura e principi del suo tempo. Lascia una tragedia, L’umiltà esaltata ovvero Ester regina (1664), postuma come il grosso volume delle Poesie (1666), più volte ristampate fino all’edizione più ricca del 1689, nelle quali si avverte l’influenza diretta del marinismo, nei sonetti d’amore, e del tema della morte, fortemente animato da un empito religioso nel quale la sincerità dell’ispirazione si ammanta della magniloquenza solenne tipica del suo tempo.
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