Erano i capei d’oro

      Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
       che ’n mille dolci nodi gli avolgea,
       e ’l vago lume oltra misura ardea
       di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;
5        e ’l viso di pietosi color farsi,
       non so se vero o falso, mi parea:
       i’ che l’ésca amorosa al petto avea,
       qual meraviglia se di sùbito arsi?
       Non era l’andar suo cosa mortale
10        ma d’angelica forma; e le parole
       sonavan altro, che pur voce umana.
       Uno spirto celeste, un vivo sole
       fu quel ch’i’ vidi: e se non fosse or tale,
       piaga per allentar d’arco non sana.

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PARAFRASI

I suoi capelli biondi come l’oro erano sciolti nel vento (l’aura / Laura) che li intrecciava in mille leggiadri nodi [immagine ripresa dalla Venere dell’Eneide di Virgilio e da Dafne o Diana dalle Metamorfosi di Ovidio], e la luce scintillante dei suoi occhi belli, che ora l’hanno in gran parte perduta (per il trascorrere del tempo), splendeva straordinariamente; e mi sembrava - non so se fosse una cosa reale o illusoria - che il suo viso si atteggiasse a grande benevolenza: io, che avevo nel cuore l’esca infiammabile dell’amore, che c’è di strano se m’accesi all’istante? Il suo portamento non era quello di una donna mortale, ma d’un essere angelico; e le parole avevano un suono diverso dalla voce umana. Quello che vidi fu uno spirito del Cielo, un sole vivente; e, benché ora non sia più tale, per quanto si allenti la tensione della corda di un arco [altra reminiscenza della dea cacciatrice] la sua ferita non può più guarire.

COMMENTO

Il sonetto (Rime, XC) ricorda il primo incontro del poeta ventitreenne con la donna amata da lontano, per sempre, da viva e da morta. Tra i maggiori modelli della lirica d’ogni tempo, la sua visione supera quella della donna-angelo dello Stil novo con una partecipazione sentimentale già tutta moderna.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Francesco Petrarca (Arezzo 1304 - Arquà, oggi Arquà Petrarca, Padova, 1374), figlio di un fiorentino esiliato, dal 1312 si trasferisce a Carpentras e alla vicina Avignone, sede del papato, dove tornerà più volte. Studia legge a Montpellier e a Bologna. Presi gli ordini minori, è cappellano del cardinale Giovanni Colonna. Come diplomatico e studioso compie molti viaggi in Italia e in Europa; la sua fama letteraria gli vale la solenne incoronazione poetica a Roma (1341). Amico del Boccaccio e ammiratore di Cola di Rienzo, peregrina per l’Italia sempre accolto con grandi onori. Dal 1353 al 1361 è a Milano, ospite dei Visconti; vive poi a Venezia, a Padova e infine, dal 1370, ad Arquà. Il suo Canzoniere, o Rime (Rerum Vulgarium Fragmenta), elaborato dal 1335 alla morte in nove redazioni (317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine,7 ballate e 4 madrigali), è dedicato in gran parte all’amore ideale per Laura, conosciuta nel 1327 e morta nel 1348. In volgare sono anche i Trionfi, in terzine. Molte le opere in latino; tra queste, in versi, il poema Africa, sulla seconda guerra punica, interrotto al nono libro; il Bucolicum carmen (1346-1357), 12 egloghe sull’amore, la politica e la morale; le Epistolae metricae (1333-1361), 66 lettere in esametri; in prosa, il De viris illustribus (1337), raccolta di biografie; i Rerum memorandarum libri (1350), con esempi storici e aneddoti morali; il Secretum o De secreto conflictu curarum mearum (1347-1353), dialogo immaginario in tre libri tra il poeta e sant'Agostino; il De vita solitaria e il De otio religioso (1346-1356); il De remediis utriusque fortunae (1360-1366); infine le lettere (Familiares, Seniles, Sine nomine liber e Variae).
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