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Eo, sinjuri, s’eo fabello

RITMO CASSINESE

      Eo, sinjuri, s’eo fabello,
       lo bostru audire compello:
       de questa bita interpello
       e•ddell’altra bene spello.
5        Poi ke’ nn altu m’encastello,
       ad altri bia renubello
       e•mmebe cendo [e] flagello.
       Et arde la candela, sebe libera,
       et altri mustra bïa dellibera.
10        Et eo, se ’nce abbengo culpa, jactio:
       por vebe luminaria factio;
       tuttabia me’nde abbibatio
       e•ddico’nde quello ke sactio,
       c’alla scriptura beneplatio.
15        Ajo nova dicta per fegura,
       ke da materia no•sse transfegura,
       e•ccoll’altra bene s’affegura.
       La fegur’a desplanare,
       ca poi, lo bollo pria mustrare.
20        Ai, dumque, pentia null’omo fare
       [en] questa bita regnare,
       deducere, deportare?
       Mort’è, non guita gustare,
       cunqua de questa sia pare.
25        Ma tantu quistu mundu è gaudebele,
       ke l’unu e•ll’altru face mescredebele.
       Ergo, poneteb’a mente
       la scriptura como sente:
       ca là•sse mosse d’orïente
30        unu magnu vir prudente,
       et un altru occidente.
       Foru junti ’n albescente:
       addemandaruse presente.
       Ambo addemandaru de nubelle,
35        l’unu e•ll’altru dicuse nubelle.
       Quillu d’orïente pria
       altia l’occlu, s’illu spia:
       addemandaulu tuttabia
       c’omo era, como gia.
40        “Frate meu, de quillu mundu bengo;
       loco sejo, et ibi me combengo.”
       Quillu, auditu ’stu respusu
       cuscì bonu d’amorusu,
       dice: “Frate, sedi joso,
45        non te paira despectusu,
       ca multu fora colejusu
       tïa fabellare ad usu.
       Hodie mai plu non andare,
       ca•tte bollo multu addemandare,
50        serbire, se•mme dingi commandare.
       Boltier’ audire nubelle
       d’esse toe dulci fabelle,
       onde sapientia spelle,
       [e] dell’altra bene spelle.
55        [. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .]
       Certe credotello, frate,
       ca tutt’è ’m beritate.
       Una caosa me dicate
       d’essa bostra dignitate:
60        poi ke ’n tale destuttu state,
       quale bita bui menate?
       que bidande manicate?
       Abete bidande cuscì amorose
       como queste nostre saporose?”
65        “Ei parabola dissensata,
       quantu male fui trobata!
       Obebelli n’ài nucata,
       tia bidanda scelerata!
       obe l’ài assimilata!
70        Bidand’abemo purgata,
       d’ab enitiu preparata,
       perfecta binja plantata,
       de tuttu tempu fructata.
       En qualecumqua causa delectamo,
75        tutt’a quella binja lo trobamo,
       e•ppuru de bedere ni satiamo.”
       “Ergo non mandicate?
       Non credo ke bene ajate.
       Homo ki•nimm bebe ni manduca
80        non sactio com’unqua se deduca,
       nim quale vita se conduca.”
       “Dumqua te mere scoltare:
       tie’ que•tte bollo mustrare.
       Se tu sai judicare,
85        tebe stissu metto a•llaudare:
       credi, non me betare,
       lo mello ci•tte’nde pare.
       Homo ki fame unqua non sente,
       non è sitiente,
90        qued à besonju, tebe saccente,
       de mandicare, de bibere niente?”
       “Poi ke ’n tanta gloria sedete,
       nullu necessu n’abete,
       ma quantumqu’a Deu petite
95        tuttu lo ’m balia tenete,
       et em quella forma bui gaudete,
       angeli de celu sete.”

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PARAFRASI

Io, signori, se parlo, sollecito il vostro ascolto: su questa vita (terrena) avanzo riserve, e dell’altra parlo bene. Dato che mi sono arroccato in alto, ad altri faccio ritrovare la (retta) vita, e verso me stesso ardo e mi struggo. La candela arde, consuma se stessa, ma agli altri mostra la strada sgombra. E io, se ci trovo colpa, colpisco; e faccio luce per voi; subito mi ci affretto e ne dico quello che so, perché mi attengo correttamente alla scrittura. Ho nuove (straordinarie) parole da intendere in senso figurale, che non si scosta dalla lettera, ma anzi si conforma bene con l’altra (realtà). Per spiegare il senso figurale, voglio chiarire subito piuttosto che in seguito. Qualcuno potrebbe dunque pensare di vivere questa vita divertendosi, spassandosela? Sarebbe morire, non assaporare la vita, qualunque vita simile a questa. Ma questo mondo è tanto godibile, che rende ognuno miscredente. Quindi considerate quello che dice la scrittura: che da laggiù, dall’Oriente, si mosse (per venire qui) un grand’uomo molto saggio, e un altro da Occidente. S’incontrarono quando albeggiava, e subito si interrogarono. Entrambi si posero domande nuove, tutti e due si diedero risposte nuove. L’orientale per primo alza gli occhi, (per vedere) se l’altro lo interroga, e gli chiede subito chi sia, e perché venga. “Fratello mio, vengo da quel mondo là; ci abito, e mi ci trovo bene.” L’altro, sentita questa risposta, così gentile, da persona amorevole, dice: “Fratello, siediti qui, non ti sembri cosa sgradevole, ché a me parrebbe molto desiderabile parlare amichevolmente con te. Per ora non andare via, perché voglio chiederti molte cose, e servirti, se ti degni di chiedere. Vorrei sapere notizie da codeste tue gentili parole, attraverso le quali parla la tua sapienza, e spiegami bene dell’altra (tua vita). Certamente ti credo, fratello, perché è tutto è detto secondo verità. Ditemi una cosa di codesta vostra dignità: dal momento che vivete in questo stato piacevole, quale vita voi conducete? quali vivande mangiate? Avete alimenti così gradevoli come questi nostri, (così) saporosi?” “È un paragone privo di senso, è stato trovato proprio a sproposito! Da dove l’hai tirata fuori, la tua vivanda scellerata? dove l’hai presa come termine di paragone? Noi abbiamo una vivanda pura, preparata sin dall’inizio dei tempi, una perfetta vigna piantata, che dà i suoi frutti in ogni stagione.Qualunque cosa ci piaccia, la troviamo tutta in quella vigna, e ci saziamo anche soltanto a vederla.” “Dunque non mangiate? Non credo che vi faccia bene. Chi non beve e non mangia non so come campi, né che vita faccia.” “Ora ti conviene ascoltare: ecco cosa voglio mostrarti. Se sai giudicare, prendo te a giudice: senti, non negarmi il giudizio che ti sembra migliore. Uno che non ha mai fame, che non ha sete, secondo te che bisogno ha di mangiare o di bere?” “Giacché state in tanta gloria, non vi manca nulla, ma qualunque cosa chiediate a Dio la possedete tutta, e in quel modo voi godete, siete angeli del cielo.”

COMMENTO

L’efficacia della narrazione dialogata, di cui l’autore dà prova, si presta all’ammaestramento di un pubblico di semplici fedeli, cui però l’intelligente chierico-giullare attribuisce il titolo di sinjuri, ‘signori’. Non c’è la contrapposizione tra il Bene e il Male; c’è l’ammaestramento illuminante sulla superiorità della vita celeste rispetto a quella terrena. L’intento non è poetico, ma edificante, e il pensiero benedettino conta sulla forza eloquente del messaggio, fortemente ritmato e rimato, che al nostro orecchio moderno potrebbe ricordare certe insistenze delle attuali tecniche pubblicitarie. Composto negli ultimi anni del XII secolo in una lingua dell’Italia centrale e tramandato da un codice di Montecassino - la capitale culturale della regione fra il Lazio, la Campania e l’Abruzzo, donde il nome con cui è noto - questo poemetto è uno tra i primissimi testi della poesia italiana: poesia ‘popolare’ che si avvale dell’attività dei giullari, tramite fra i monasteri benedettini e i fedeli. Probabilmente lacunoso, il testo comprende 96 versi, in lasse dalla struttura metrica di origine transalpina, bipartite fra ottonari-novenari monorimi e due o tre decasillabi-endecasillabi con un’altra rima. Dopo il prologo del ‘narratore’, che vi celebra la vita contemplativa e vi condanna l’esistenza quotidiana concentrata sui beni terreni, il tema è affidato al dialogo tra due nobili personaggi, un orientale, dedito alla vita ascetica, e un occidentale, più ancorato a un terreno buonsenso. L’argomento sembra ispirarsi a un testo campano dell’XI secolo, la Collatio Alexandri cum Dindimo rege: uno scambio epistolare in cui il re indiano Dindimo celebra la temperanza dei brahmani, mentre Alessandro Magno trova inferiore tale pretesa di perfezione. (Quel testo, a sua volta, s’ispira ai Dialogi di san Sulpicio Severo, dell’anno 404, in cui alla inedia cibi - astinenza - degli eremiti orientali si contrappone l’edacitas - esigenza di mangiare e di bere - dei monaci gallo-romani.) Qui però la tesi è rovesciata: la vera vita è quella spirituale e i sobri monaci sono assimilati agli angeli.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


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