da Le api

      I vasi ove lor fabbriche fan l’api,
       o sien ne’ tronchi d’alberi scavati,
       o ’n corteccie di sugheri, e di quercie,
       ovver con lenti vimini contesti,
5        fa ch’abbian tutti le portelle strette
       quanto più puoi: perché l’acuto freddo
       il mel congela e ’l caldo lo risolve;
       è l’un soverchio e l’altro nuoce all’api,
       ch’amano il mezzo tra il calore e ’l gelo.
10        Né senza cagion travaglian sempre,
       con le cime dei fior viscosi e lenti
       e con la cera fusile, e tenace,
       in turar con grand’arte ad uno ad uno
       i fori e le fessure donde il sole
15        aspirar possa vapor caldi, o ’l vento
       iI freddo boreal che l’onda indura.
       Tal colla, come visco, o come pece
       o gomme di montani abeti, e pini,
       serban per munizione a questo ufficio:
20        come dentr’ai navai de la gran terra,
       fra le lacune del mar d’Adria posta,
       serban la pece la togata gente:
       ad uso di lor navi e lor triremi,
       per solcar poi sicuri il mare ondoso,
25        difensando la patria loro e ’l nome
       cristiano dal barbarico furore
       del re de’ Turchi; il qual, mentre ch’io canto,
       muove le insegne sue contra l’Egitto,
       che pur or l’aspro giogo dal suo collo
30        ha scosso, e l’arme di Clemente implora.
       Spesso ancor l’api, se la fama è vera,
       cavan sotterra l’ingegnose case,
       o certe cavernette dentro a’ tufi
       o nell’aride pomici o ne’ tronchi
35        aspri e corrosi delle antiche quercie.
       Ma tu però le lor rimose celle
       leggermente col limo empi, e ristucca,
       e ponvi sopra qualche ombroso ramo.
       Se quivi appresso poi surgesse il tasso,
40        sbarbal dalle radici, e ’l tronco fendi,
       per incurvare i lunghi, e striduli archi,
       che gli ultimi Britanni usano in guerra.
       Né lasciar arder poi presso a quei lochi
       gamberi, o granchi con le rosse squame;
45        e fuggi l’acque putride, e corrotte
       della stagnante, e livida palude,
       o dove spiri grave odor di fango,
       o dove dalle rupi alte, e scavate
       il suon rimbombi della voce d’Eco,
50        che fu forse inventrice delle rime.

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PARAFRASI

Fa’ in modo che gli alveari in cui le api costruiscono le loro fabbriche, nei tronchi d’albero scavati o nelle cortecce di sugheri o di querce, oppure fatte di flessibili vimini intrecciati, abbiano tutti le aperture strette il più possibile, perché il freddo pungente congela il miele, mentre il calore lo scioglie; uno è troppo, e l’altro nuoce alle api, che preferiscono un via di mezzo tra il caldo e il gelo. E non senza ragione sono sempre in attività, con le cime dei fiori vischiosi e molli e con la cera fondente e appiccicosa, a otturare con grande perizia a uno a uno i fori e le fessure da cui il sole possa far passare l’aria calda, o il freddo invernale, che trasforma l’acqua in ghiaccio, faccia filtrare il vento. Conservano come scorta, a tale scopo, questa colla, come vischio, o pece, o la resina gommosa di abeti e pini di montagna; come dentro agli arsenali della grande città (Venezia) che giace nelle lagune del mare Adriatico quel nobile popolo conserva la pece, da usare per le navi e le triremi in modo da poter solcare con sicurezza il mare agitato, difendendo la loro patria e il nome della Cristianità dalla furia barbarica del sovrano dei Turchi; il quale, mentre io canto, muove con le sue insegne contro l’Egitto, che però si è appena scrollato di dosso il suo duro giogo e chiede aiuto alle armi di (papa) Clemente (VII). Inoltre - se è vero quanto si dice - spesso le api scavano sotto terra ingegnosamente le loro dimore, e piccole particolari cavità nel tufo o nella secca pomice, o nei tronchi duri e corrosi delle vecchie querce. Tu, comunque, riempi con un po’ di fango le loro cellette piene di fessure, e ristuccale, e coprile con qualche ramoscello che le mantenga all’ombra. Se poi lì vicino cresce un tasso, estirpalo dalle radici, e tagliane il tronco per curvare i lunghi e fischianti archi che i discendenti dei Britanni usano in guerra. E non bruciare nelle vicinanze gamberi o granchi dalle squame rosse;ed evita le acque putride e malsane della palude stagnante e livida, o dove si senta un forte odore di fango, o dove dalle rupi alte e piene di caverne rimbombi il suono della voce di Eco, alla quale (per il suo ripetere l’ultima parola) si attribuisce l’invenzione delle rime.

COMMENTO

Anche in un breve passo del poemetto sull’apicoltura Giovanni Rucellai mostra i principali caratteri della sua maniera di trattare, in eleganti e scorrevoli endecasillabi sciolti, un argomento tecnico-scientifico-letterario. Da un lato segue passo passo, con animo d’artista, e con una simpatia amorevole per gli industriosi insetti, il modello del IV libro delle Georgiche di Virgilio (cui aggiunge gli aggiornamenti delle tecniche più moderne); dall’altro inserisce nel discorso avvenimenti di viva attualità, come le vicende guerresche tra Veneziani e Turchi per il dominio del Mediterraneo, ivi compresa la politica di papa Clemente VII, con la rapidissima descrizione delle navi da guerra in navigazione, e - en passant la supposta origine della rima.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Giovanni Rucellai (Firenze 1475 - Roma 1525) è di nobile famiglia fiorentina: la madre, Nannina, è sorella di Lorenzo il Magnifico; il padre, Bernardo, storico e umanista, promuove nei giardini della sua villa – gli Orti, dal suo nome detti Oricellari - le riunioni dell’Accademia platonica, con il concorso dei maggiori ingegni italiani. Ecclesiastico, a Roma, nel 1515, diviene grande amico di Gian Giorgio Trissino, con il quale condivide le teorie sulla tragedia, e che gli dedica il dialogo Il Castellano. A sua volta compone due tragedie: la Rosmunda, finita nel 1516 - una contaminazione tra le vicende della regina longobarda e dell’Antigone di Sofocle - e l’Oreste, parafrasi dell’Ifigenia in Tauride di Euripide, terminato verso il 1525: opere non molto significative, benché interessanti per l’impiego del settenario sciolto e della sestina petrarchesca. Nunzio di papa Leone X (figlio di suo zio Lorenzo) in Francia, nel 1523 è nominato da papa Clemente VII (nipote di Lorenzo) castellano di Castel Sant’Angelo a Roma: qui compone la sua opera più riuscita, il poemetto didascalico sulle Api (1060 versi), pubblicato postumo nel 1539.
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