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La capra

      Ho parlato a una capra.
       Era sola sul prato, era legata.
       Sazia d’erba, bagnata
       dalla pioggia, belava.
5        Quell’uguale belato era fraterno
       al mio dolore. Ed io risposi, prima
       per celia, poi perché il dolore è eterno,
       ha una voce e non varia.
       Questa voce sentiva
10        gemere in una capra solitaria.
       In una capra dal viso semita
       sentiva querelarsi ogni altro male,
       ogni altra vita.

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NOTE

1 parlato: con lo sguardo, come in un dialogo muto ma eloquente.
5 uguale: monotono e continuato come un lamento.
7 celia: gioco.
9 “sentiva”: è forma arcaica per ‘sentivo’, ripetuta al v. 12.
11 “semita”: ebraico, quasi ad affratellare visivamente il profilo della capra a quello tradizionale, con la barbetta appuntita, della sua gente.
12 querelarsi: forma aulica per ‘dolersi’, in una muta protesta.

COMMENTO

In una lingua da lui definita “rasoterra”, cresciuta con semplicità quotidiana e con forza tranquilla al di fuori di tutte le scuole, ma seguendo quasi di nascosto le orme della più illustre tradizione lirica, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento rivela - umilmente, fraternamente - la sua condivisione della sofferenza comune a tutto il creato: quello che più tardi sarà il montaliano “male di vivere”, affrontato con una costante, benché dolente, energia vitale. In questa composizione, tra le più note, pubblicata nel 1912, nel ‘dialogo’ con una capra umile e paziente, legata e belante sotto la pioggia, sottilissimi e solidissimi fili (rime e assonanze, parole quasi trasparenti nella loro leggerezza) legano endecasillabi e settenari al quinario finale, che al male accomuna la vita.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Umberto Saba (pseudonimo di U. Poli, Trieste 1883 - Gorizia 1957), di madre ebrea, autodidatta, direttore e proprietario (dal 1919) di una libreria antiquaria a Trieste. Dolorose vicende personali lo portano a terapie psicoanalitiche e a soggiorni in cliniche psichiatriche come quella di Gorizia, sua ultima dimora. Amico di Ungaretti e di Montale, inizia a scrivere versi nel 1900 ma il suo primo libro, Poesie, è del 1911; seguono Coi miei occhi (1912), poi Trieste e una donna; Cose leggere e vaganti (1920); Il Canzoniere (1921); Preludio e canzonette (1922); Figure e canti (1926); Preludio e fughe (1928); Tre composizioni (1933); Parole (1934); Ultime cose (1944), raccolti nell’edizione definitiva del Canzoniere (1945), premio Viareggio ex aequo 1946; Mediterranee (1947); Uccelli - Quasi un racconto (1951). Nel 1951 vince il premio dell’Accademia dei Lincei e il premio Taormina. Tutte le poesie appaiono postume nel 1988. Fra le prose: Scorciatoie e raccontini (1946), Ricordi-racconti (1956); Storia e cronistoria del Canzoniere (1948) e, postumo (1975 e 1995), il romanzo incompiuto Ernesto, del 1953.