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Taci, anima stanca di godere

      Taci, anima stanca di godere
       e di soffrire (all’uno e all’altro vai
       rassegnata).
       Nessuna voce tua odo se ascolto:
5        non di rimpianto per la miserabile
       giovinezza, non d’ira o di speranza,
       e neppure di tedio. Giaci come
       il corpo, ammutolita, tutta piena
       d’una rassegnazione disperata.
10        Non ci stupiremmo,
       non è vero, mia anima, se il cuore
       si fermasse, sospeso se ci fosse
       il fiato … Invece camminiamo,
       camminiamo io e te come sonnambuli.
15        E gli alberi son alberi, le case
       sono case, le donne
       che passano son donne, e tutto è quello
       che è, soltanto quel che è.
       La vicenda di gioia e di dolore
20        non ci tocca. Perduto ha la voce
       la sirena del mondo, e il mondo è un grande
       deserto. Nel deserto
       io guardo con asciutti occhi me stesso.

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COMMENTO

Questi primi versi di Pianissimo, pubblicati nel 1913 sulla Riviera Ligure e poi più volte ristampati, sono il manifesto, tanto sommesso quanto lucido e forte, della poetica di Sbarbaro, ligure come Montale, di cui sembra anticipare la visione scabra e disillusa della realtà. Sommessa e antioratoria, apparentemente quasi prosastica (tanto che non ha bisogno di note; ma la metrica è a posto: agli endecasillabi sciolti si alternano settenari, quaternari e novenari), la scrittura è sorprendentemente moderna: va al di là non solo del lirismo carducciano, pascoliano e dannunziano, ma anche della malinconia crepuscolare. Eppure il poeta conserva echi dell’ispirazione introspettiva di un Leopardi e di un Baudelaire; e pare, come loro, sporgersi sull’abisso per contemplare con occhi asciutti se stesso e il grande deserto del mondo.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, Genova, 1888 - Savona 1967), impiegato a Savona e poi a Genova, nel 1911, per iniziativa dei compagni di liceo pubblica i primi versi, Resine, seguiti da Pianissimo (1914). Collabora a riviste come Riviera Ligure, Circoli e la Voce. Volontario della Croce Rossa e poi ufficiale dell’esercito nella prima guerra mondiale, lascia l’insegnamento del greco e del latino per non aderire al fascismo e si dedica alla raccolta di muschi e di licheni, giungendo a fama internazionale. Nel 1941 si trasferisce con la sorella a Spotorno, traducendo dal greco (Euripide) e dal francese (Flaubert, Huysmans, Zola). Tra i successivi volumi sono le prose liriche di Trucioli (1920 e 1948), Liquidazione (1928); Fuochi fatui (1956); Scampoli (1960); Gocce (1963); Quisquilie (1967) e, fra i versi, la nuova stesura di Pianissimo (1954); Rimanenze (1955), con i Versi a Dina (1931); Primizie (1958).