Chioma rossa di bella donna

      Tutta amor, tutta scherzo e tutta gioco,
       il suo vermiglio crin Lidia sciogliea,
       e un diluvio di fiamme a poco a poco
       sovra l’anima mia piover parea.
5        E con ragion, s’io dal mio cor traea
       mille caldi sospir languido e fioco,
       succeder finalmente un dì devea
       a vento di sospir pioggia di foco.
       Certo costei nel tuo bel regno, Amore,
10        scioglie, quasi cometa, il crine ardente,
       per minacciar la morte a più d’un core;
       o pur, per gareggiar col sol lucente,
       tinge la chioma sua di quel colore,
       di cui la tinge il sol ne l’orïente.

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PARAFRASI

Lidia, tutta amorosa, scherzosa e giocosa, scioglieva i suoi rossi capelli, e a poco a poco sulla mia anima pareva piovere un diluvio di fiamme. Ed era naturale, se io traevo dal mio cuore stanco e indebolito mille caldi sospiri, che un giorno a un vento di sospiri subentrasse una pioggia di fuoco. Certamente nel tuo bel regno, Amore, questa donna scioglie i capelli ardenti come una cometa, per minacciare di morte molti cuori; oppure, per gareggiare con il sole splendente, tinge la sua chioma del colore di cui la tinge il sole che sorge.

COMMENTO

Per il poeta barocco, marinista e non più petrarchista, che ama le vivaci descrizioni pittoriche e i colori brillanti, i capelli rossi di questa Lidia, benevola e ridente, portano con sé due immagini uguali e contrarie, il diluvio e le fiamme, la pioggia e il foco. La chioma femminile è minacciosa come una cometa ardente, apportatrice di calamità secondo la credenza popolare; ma forse la bella donna - che vive nel bel regno di Amore, il dio cui il poeta si rivolge - si tinge i capelli del colore del sole sorgente soltanto per gareggiare con il suo splendore. Con un’operazione retorica alquanto insistita, alla ricerca della “meraviglia”, la donna dai rossi capelli è solo apparentemente pericolosa: in realtà è paragonata al sole.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Giovan Leone Sempronio (Urbino 1603-1646) studia legge a Bologna, dove conosce Claudio Achillini. Tornato a Urbino, entra a far parte dell’accademia degli Assorditi. Nel 1633 pubblica la raccolta di sonetti marinisti La selva poetica, accentuando l’ingegnosità barocca con l’insistenza sulle imperfezioni (La bella zoppa, La bella balba, La bella lentigginosa, La bella nana). Postuma uscirà nel 1648 la seconda parte della raccolta, così come il poema Boemondo o Antiochia difesa (1651), in cui compaiono i personaggi della Gerusalemme liberata del Tasso, e la tragedia Il conte Ugolino (1724), in versi sciolti, d’ispirazione dantesca.
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