L'alta bellezza tua è tanto nova

      L’alta bellezza tua è tanto nova,
       chi subito ti vede isprende tutto:
       ciascun altro piacer si fa distrutto
       ch’allato al tuo di sé vogli far pruova.
5        Tu se’ colei ch’a ogni cosa giova;
       in te ogni vertù fa suo ridutto,
       radice ramo fronda fiore frutto
       d’ogni dolcezza ch’al mondo si truova.
       In compagnia di tua somma biltade
10        è gentilezza puritade e fede
       e adornezza e perfetta onestade.
       Tu se’ tal maraviglia a chi ti vede,
       alto valor sovr’ogni umanitade,
       che discesa dal ciel ciascun ti crede.

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PARAFRASI

La tua grande bellezza è tanto eccezionale, (che) chi ti vede improvvisamente si illumina tutto: qualunque altra cosa bella, che voglia misurarsi con te, scompare. Tu sei quella che fa bene a tutte le cose, ogni virtù trova la propria dimora in te, (che sei) radice, ramo, fronda, fiore e frutto di qualunque cosa dolce si trovi al mondo. Accanto alla tua somma bellezza stanno la nobiltà, la purezza, la fede, la leggiadria e la perfetta dignità. Tu sei una così grande meraviglia per chi ti vede, grandissimo pregio al disopra di ogni altra misura umana, che ognuno ti crede discesa dal cielo.

COMMENTO

In questo sonetto, dedicato alla bellezza spirituale e salvifica della donna, Sennuccio del Bene sembra riecheggiare da vicino il famoso Tanto gentile e tanto onesta pare di Dante (con il suo “venuta /di cielo in terra a miracol mostrare”) e la dottrina della donna angelicata, adorna di ogni virtù, che è propria del Dolce stil novo. Nella sua elegante misura stilistica, tuttavia, c’è qualcosa di nuovo e di più umanizzato, come nella visione quasi naturalistica della figura femminile paragonata a una pianta in tutte le sue fasi di sviluppo (radice ramo fronda fiore frutto), che apparenta il suo linguaggio a quello del giovane Petrarca, facendo delle sue Rime un ideale ponte di passaggio tra le due maggiori personalità liriche del tempo.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Sennuccio del Bene (Firenze 1275-1349), guelfo di parte bianca come Dante, del quale è di dieci anni più giovane, nel 1313 è bandito dalla città per essere stato anche lui un sostenitore dell’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, ma già dal 1311 è a Milano, probabilmente in volontario esilio. In seguito vive ad Avignone, al seguito della corte papale, e qui conosce il Petrarca, di cui diviene grande amico. Nel 1326 può tornare a Firenze; nel 1342 è a Napoli, nel 1345 di nuovo ad Avignone; nel 1349 il Petrarca ne piange la morte. Le sue Rime comprendono quattordici composizioni - in gran parte sonetti - tra cui le canzoni Da poi ch’i’ ho perduta ogni speranza, per la morte di Arrigo VII, e Amor, tu sai ch’i’ son col capo cano, in cui parla, con una malinconia lievemente ironica, di un suo innamoramento in età matura.
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