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I non servati voti e i molti errori

SIMONE SERDINI

11 novembre

      I non servati voti e i molti errori
       ch’io ho commessi, fatti e perpetrati
       contra di te, Maria, che m’hai già dati
       mille scampi da morte e da dolori,
5        me fan sì ch’i’ vergogno a’ tuoi aiutori
       ricorrer più. Ahimè! che tra i dannati
       esser me par, se me seran negati
       mo al maggior bisogno i tuoi favori.
       Ma pur qualche speranza a me s’avviva
10        per la qual sol l’anima se conforta,
       cioè che la piatà vinca l’errore.
       O Regina del ciel, da cui deriva
       ogni nostra salute, or me riporta
       sotto la grazia tua e nel tuo amore.

PARAFRASI

Le promesse non mantenute e i molti errori da me commessi, fatti e compiuti contro di te, Maria, che mi hai già salvato mille volte dalla morte e dai mali, fanno sì che io mi vergogni di rivolgermi ancora al tuo aiuto. Ahimè, mi pare di essere già fra i dannati, se proprio nel momento del maggior bisogno i tuoi favori mi venissero negati. Eppure in me si accende un po’ di speranza, che da sola basta a confortare la mia anima, che cioè la tua misericordia vinca la mia cattiva condotta. O Regina del cielo, da cui proviene ogni nostra salvezza, riportami ora sotto la tua grazia e nel tuo amore.

COMMENTO

Questo sonetto, dedicato e rivolto alla Vergine, esprime la capacità di Simone Serdini (buon conoscitore della Commedia, da lui riassunta, e della vita di Dante, da lui narrata in un capitolo, nonché dell’opera di Fazio degli Uberti, del Petrarca, del Boccaccio ) di conferire non solo nobiltà retorica (come nella ridondanza dei molti errori commessi, fatti e perpetrati), ma anche sincerità umana alla riflessione sulla propria condizione di peccatore pentito e perseguitato dalla fortuna.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli

BIO AUTORE

Simone Serdini, detto il Saviozzo (Siena 1360 circa - Toscanella, od. Tuscania, Viterbo, 1419 o 1420), bandito dalla città natale nel 1389 in seguito a una rissa, vive peregrinando, prima in Casentino presso i conti Guidi, poi a Firenze; tornato in patria nel 1400, è un intellettuale ‘precario’ al servizio delle corti padane, dei Malatesta, di vari capitani di ventura, di re Ladislao d’Angiò-Durazzo, e infine cancelliere del condottiero Angelo Tartaglia di Lavello, che lo fa imprigionare per motivi a noi ignoti; muore in carcere, suicida. La sua tragica fine è preceduta dalla canzone “disperata” Le ’nfastidite labbra, ove già posi, una delle sue Rime, notissime ai suoi tempi e della più varia natura: novelle in versi, poesie moraleggianti, religiose, encomiastiche, politiche, amorose, spesso su commissione, in tutti i tipi metrici della poesia tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento.