All’Altezza del duca di Savoia

      Carlo, quel generoso invitto core,
       da cui spera soccorso Italia oppressa,
       a che bada? a che tarda? a che più cessa?
       Nostre perdite son le tue dimore.
5        Spiega l’insegne omai, le schiere aduna,
       fa’ che le tue vittorie il mondo veggia;
       per te milita il Ciel, per te guerreggia,
       fatta del tuo valor serva, Fortuna.
       La Reina del mar riposi il fianco,
10        si lisci il volto e s’inanelli il crine;
       e mirando le guerre a sé vicine
       seggia ozioso infra le mense il Franco.
       Se ne’ perigli de l’incerto Marte
       non hai compagno e la tua spada è sola,
15        non ten caglia, Signor, e ti consola
       ch’altri non fia de le tue glorie a parte.
       Gran cose ardisce, è ver, gran prove tenta
       tuo magnanimo cor, tua destra forte,
       ma non inalza i timidi la sorte,
20        e non trionfa mai uom che paventa.
       Per dirupate vie vassi a la gloria,
       e la strada d’onor di sterpi è piena;
       non vinse alcun senza fatica e pena,
       ché compagna del rischio è la vittoria.
25        Chi fia, se tu non se’, che rompa il laccio
       onde tant’anni avvinta Esperia giace?
       Posta ne la tua spada è la sua pace,
       e la sua libertà sta nel tuo braccio.
       Carlo, se ’l tuo valor quest’Idra ancide
30        che fa con tanti capi al mondo guerra,
       se questo Gerion da te s’atterra
       ch’ Italia opprime, i’ vo’ chiamarti Alcide.
       Non isdegnar frattanto i prieghi e i carmi
       che ti porgiamo, e tua bontà n’ascolti,
35        fin che di servitù liberi e sciolti
       t’alziamo i bronzi e ti sacriamo i marmi.

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PARAFRASI

Carlo, quel (tuo) cuore generoso e invitto dal quale l’Italia oppressa spera (che le giunga il tuo) soccorso, a che cosa s’interessa? perché tarda? Per quale ragione desiste ancora? I tuoi indugi sono a nostro danno. Ormai alza le tue insegne, raccogli il tuo esercito, fa’ che il mondo veda le tue vittorie; come tuo alleato si è schierato il Cielo, per te combatte la Fortuna, asservita al tuo valore. La Regina del mare (Venezia) rimanga in riposo, si imbelletti il viso e si arricci i capelli; e guardando le guerre a lui vicine il Francese (il re di Francia) resti seduto e inoperoso a banchettare. Se nei pericoli imprevedibili della guerra non hai alcun alleato, e la tua spada è sola, non preoccupartene, Signore, e consolati pensando che nessun altro potrà condividere la tua gloria. Grandi cose, è vero, osano intraprendere, grandi imprese affrontano il tuo cuore magnanimo, la tua forte mano; ma la fortuna non aiuta gli indecisi, e un uomo che ha paura non può mai vincere. Alla gloria si giunge attraverso sentieri dirupati, e la strada dell’onore è piena di sterpi; nessuno ha mai vinto senza fatica e sofferenza, perché la vittoria è compagna del rischio. Chi, se non tu, potrà spezzare il legame oppressivo di cui da tanti anni l’Esperia (l’Italia) giace prigioniera?La sua pace è affidata alla tua spada, e la sua libertà sta nel tuo braccio. Carlo, se il tuo valore uccide quest’Idra (il mostro di Lerna, dalle sette teste) che con tante teste fa guerra al mondo, se questo Gerione (altro mostro mitologico, simbolo della frode) che opprime l’Italia verranno da te abbattuti, io voglio chiamarti Alcide (Ercole, che li uccise entrambi). Intanto non ignorare le preghiere e i versi celebrativi che ti porgiamo, e ascoltami con la tua benevolenza, fino a quando, liberati e sciolti dalla schiavitù, potremo erigerti monumenti di bronzo e consacrarti lapidi di marmo.

COMMENTO

In queste quartine a rime incrociate (schema ABBA), composte e pubblicate nel 1617 in onore e gloria di Carlo Emanuele I di Savoia, l’arte versificatoria del ventenne Fulvio Testi (poi considerato una tra le maggiori voci di poesia civile del secolo) mostra le proprie caratteristiche più appariscenti: l’ispirazione politica (qui rivolta ad auspicare, anche senza l’appoggio di Venezia, l’intervento del duca come possibile liberatore dell’Italia dal pesante giogo della monarchia spagnola); la severa sonorità, quasi un susseguirsi di gloriosi squilli di tromba; il classicismo, già ispirato all’imitazione di Orazio più che di Pindaro e incline a forme più simili a quelle del Chiabrera che a quelle del Marino. I sonanti endecasillabi barocchi, isolandosi in una solennità monumentale, sembrano rivaleggiare coi bronzi e i marmi dell’ultimo verso.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Fulvio Testi (Ferrara 1593 - Modena 1646) entra al servizio dei duchi di Modena e con gli Estensi rimane per quasi tutta la vita, compiendo una brillantissima carriera, poi finita tragicamente. Numerose missioni diplomatiche lo portano a Roma, a Mantova, a Torino, a Milano, a Venezia, a Vienna. Segretario di stato del ducato estense, dal 1633 al 1635 è a Roma; nel 1636 e nel 1638 è ambasciatore a Madrid; nominato conte e governatore della Garfagnana, preferisce tornare a corte. Sospettato di tradimento per i suoi rapporti segreti con l’ambasciatore francese, nel 1646 è rinchiuso nella fortezza di Modena, ove muore qualche mese dopo. Le sue Rime (1613 e 1617) contengono anche ottave scritte nel 1615 e più note con il titolo Il pianto d’Italia, dedicate a Carlo Emanuele di Savoia. Altre opere: le Poesie liriche (1627, 1644 e 1648, postume), la Raccolta generale delle poesie (postuma, 1655) e la tragedia L’isola di Alcina (1636). Le Lettere, postume, sono pubblicate in 3 volumi nel 1967.
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