A una foglia

      Foglia, che lieve a la brezza cadesti
       sotto i miei piedi, con mite richiamo
       forse ti lagni perch’io ti calpesti.
       Mentr’eri viva sul verde tuo ramo,
5        passai sovente, e di te non pensai;
       morta ti penso, e mi sento che t’amo.
       Tu pur coll’aure, coll’ombre, co’ rai
       venivi amica nell’anima mia;
       con lor d’amore indistinto t’amai.
10        Conversa in loto ed in polvere, o pia,
       per vite nuove il perpetuo concento
       seguiterai della prima armonia.
       E io, che viva in me stesso ti sento,
       cadrò tra breve, e darò del mio frale
15        al fiore, all’onda, all’elettrico, al vento.
       Ma te, de’ cieli nell’alto, sull’ale
       recherà grato lo spirito mio;
       e, pura idea, di sorriso immortale
       sorriderai nel sorriso di Dio.

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PARAFRASI

Foglia, che al vento sei caduta leggera sotto i miei piedi, forse con un sommesso richiamo ti lamenti perché ti calpesto. Mentre eri viva, sul tuo ramo verde, spesso passavo senza pensare a te, ma da morta ti penso, e sento di volerti bene. Anche con il vento, con le ombre e con le luci venivi come un’amica nella mia anima, e con loro ti ho amata con un amore indistinto. Trasformata in fango e in polvere, continuerai attraverso nuove vite, tu mite (foglia morta), il concerto senza fine dell’armonia iniziale (impressa da Dio nell’universo). E anch’io, che ti sento ancora viva in me stesso,fra poco tempo cadrò, e abbandonerò parte del mio fragile (corpo) al fiore, all’onda, all’energia (che percorre elettricamente il creato), al vento. Ma il mio spirito porterà (anche) te, con gratitudine, sulle ali, nell’alto dei cieli, e tu, (ridivenuta) pura idea, sorriderai di un sorriso immortale nel sorriso di Dio.

COMMENTO

Queste terzine incatenate di endecasillabi dal ritmo costante, con accenti fissi, composte nel 1855 e dedicate alle misteriose corrispondenze fra gli esseri anche più umili del creato, sono animate da un afflato religioso, in contrapposizione a un’analoga poesia del Leopardi (Imitazione), ispirata a un pessimismo naturalistico, sulla “povera foglia frale” destinata a errare “pellegrina” verso il nulla dove tutto finisce “naturalmente”. I versi, benché nutriti da un’antica tradizione formale, sembrano anticipare certe atmosfere pascoliane o le visioni di poeti più moderni (da Onofri a Rebora o a Turoldo).

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Niccolò Tommaseo (Sebenico, Dalmazia, 1802 - Firenze 1874), d’origine italiana, dopo gli studi al Seminario di Spalato e la laurea in legge (1822) a Padova, ove conosce Antonio Rosmini, nel 1824 è a Milano, ove da cattolico liberale collabora al Nuovo Ricoglitore e all’Antologia di G.P. Vieusseux e conosce il Manzoni. Dal 1827 vive a Firenze; dal 1834 al 1839 è esule in Francia (Parigi, Marsiglia, Nantes, Corsica). Nel 1849 partecipa alla difesa di Venezia e poi è ancora in esilio, a Corfù. Nel 1854 è a Torino; dal 1859 alla morte, ormai vecchio e cieco ma sempre operoso, vive a Firenze. La sua vastissima produzione, più volte ristampata, abbraccia fra l’altro dizionari (Nuovo Dizionario de’ Sinonimi della lingua italiana, 1830; il grande Dizionario della Lingua Italiana, 4 volumi in 8 tomi, con B. Bellini, 1858-79, portato a termine da G. Meini); studi etnografici e traduzioni (Canti popolari toscani, corsi, illirici e greci, 4 voll., 1841-42); scritti critici e di estetica (Il Perticari confutato da Dante, 1825; Commento alla Divina Commedia, 3 voll., 1837; Dizionario estetico, 1840; Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile, 1857); polemici (Supplizio d’un italiano a Corfù, 1855); politici (Dell’Italia, 1835); romanzi (tra cui Fede e Bellezza, 1840); prose d’arte (Scintille, 1841) e versi (Confessioni, 1836; Poesie, 1872).
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