Lo scialletto

      Cor venticello che scartoccia l’arberi
       entra una foja in cammera da letto.
       È l’inverno che ariva e, come ar solito,
       quanno passa de qua, lascia un bijetto.
5        Jole, infatti, me dice: “Stammatina
       me vojo mette quarche cosa addosso;
       nun hai sentito ch’aria frizzantina?”
       E cava fôri lo scialletto rosso,
       che sta riposto fra la naftalina.
10        “M’hai conosciuto proprio co’ ’sto scialle:
       te ricordi?” me chiede: e, mentre parla,
       se l’intorcina stretto su le spalle.
       “S’è conservato sempre d’un colore:
       nun c’è nemmeno l’ombra d’una tarla!
15        Bisognerebbe ritrovà un sistema,
       pe’ conservà così pure l’amore...”
       E Jole ride, fa l’indiferente:
       ma se sente la voce che je trema.

  • Condividi
NOTE

1 scartoccia: spoglia.
2 foja: foglia.
4 bijetto: biglietto, la foglia morta come biglietto da visita dell’inverno.
6 vojo: voglio.
7 frizzantina: pungente.
12 intorcina stretto: avvolge strettamente.
14 tarla: segno lasciato dalla larva di un tarma.
18 la ... trema: che le trema la voce.

COMMENTO

La vena popolaresca di Trilussa non abbraccia soltanto cinquant’anni di cronaca di Roma e dell’Italia, con i suoi bozzetti tra complici e irridenti; vibra talvolta nel suo riso una segreta malinconia di tono crepuscolare che rende partecipe anche il lettore. Così, in questo quadretto (dal Libro muto), in endecasillabi variamente e delicatamente rimati, il sopraggiungere dell’inverno s’identifica con il ricordo di un passato felice e di un presente in cui all’amore, nella coppia, è subentrato - a differenza dell’immutata freschezza dello scialletto rosso - un affetto diverso, anch’esso sincero, ma venato di un rimpianto poeticamente non meno efficace, perché tacitamente condiviso.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Trilussa (pseudonimo-anagramma del cognome di Carlo Alberto Salustri, Roma 1871-1950), di famiglia poverissima e orfano di padre a tre anni, esordisce nel 1889 con i versi romaneschi Le Stelle de Roma; collabora a vari giornali, come Don Chisciotte, il Capitan Fracassa, Il Messaggero e Il Travaso delle idee; pubblica parecchi volumi in romanesco, dalla vena satirica, bonariamente moraleggiante, che lo rendono popolarissimo; compie varie tournées declamando i propri versi. Nel 1950, poco prima della morte, è nominato senatore a vita. Tra le raccolte: Quaranta sonetti romaneschi (1895), Altri sonetti (1898), Favole romanesche (1900), Caffè-concerto (1901), Er serrajo (1903), Ommini e bestie (1908), Nove poesie (1910), Le storie (1913), Lupi e agnelli (1919), A tozzi e bocconi (1921), Le cose (1922), La gente (1927), Campionario (1931), Giove e le bestie (1933), Il libro muto e Cento favole (1935), Cento apologhi e Duecento sonetti (1936), Acqua e vino (1940), Poesie (edizione completa, postuma, 1951).
0