Ti sento, Verbo, risuonare

      Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami
       dagli aghi dei pini dall’assordante
       silenzio della grande pineta
       - cattedrale che più ami - appena
5        velata di nebbia come
       da diffusa nube d’incenso il tempio.
       Subito muore il rumore dei passi
       come sordi rintocchi:
       segni di vita o di morte?
10        Non è tutto un vivere e insieme
       un morire? Ciò che più conta
       non è questo, non è questo:
       conta solo che siamo eterni,
       che dureremo, che sopravviveremo …
15        Non so come, non so dove, ma tutto
       perdurerà: di vita in vita
       e ancora da morte a vita
       come onde sulle balze
       di un fiume senza fine.
20        Morte necessaria come la vita,
       morte come interstizio
       tra le vocali e le consonanti del Verbo,
       morte, impulso a sempre nuove forme.

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COMMENTO

Nella personalissima parabola poetica di padre Turoldo confluiscono attraverso gli anni, variamente assimilati e ridotti a una singolare unità espressiva, animata da un’incrollabile fede in Dio e nell’umanità, molteplici influssi: del primo Ungaretti, dell’ermetismo, del neorealismo, di correnti espressionistiche, di un esistenzialismo cristiano. Questi versi, dai Canti ultimi, sono un inno, nutrito da un fervore umile e insieme profetico, alla vita e alla morte considerate come due preziose facce di una stessa medaglia.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


David Maria (al secolo Giuseppe) Turoldo (Coderno, Sedegliano, Udine, 1916 - Milano 1992), di famiglia poverissima, prete dei Servi di Maria, laureato in filosofia, appassionato interprete della religiosità contemporanea e trascinante predicatore (presso il duomo di Milano dal 1943 al 1953), partecipa alla Resistenza e fonda la rivista clandestina L’Uomo; collabora con don Zeno Saltini alla costruzione della “Città di Nomadelfia” per gli orfani di guerra e con fra’ Camillo De Piaz al centro culturale “Corsia dei Servi”. Per la sua eterodossia, nel 1953 viene allontanato dall’Italia, dove può tornare stabilmente nel 1964; poi vive a Sotto il Monte (Bergamo) dirigendo il Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII. La sua attività di scrittore si estende dalla saggistica (Non hanno più vino, 1957 e 1979; Tempo dello Spirito, 1966; Alla porta del bene e del male, 1978; Il diavolo sul pinnacolo, 1988) ai testi teatrali (La terra non sarà distrutta, 1951; La passione di san Lorenzo, 1961), alle traduzioni bibliche (I Salmi, 1973 e, con Giuseppe Ravasi, 1987; Chiesa che canta, 7 volumi, 1981-82), alla poesia (Io non ho mani, 1948; Udii una voce, 1952; Se tu non riappari, 1963; Il sesto Angelo e Fine dell'uomo?, 1976; O sensi miei. Poesie 1948-1988, 1990; Canti ultimi, 1991; Mie notti con Qohelet, 1992), testimonianza tra le maggiori della poesia religiosa italiana contemporanea.
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