dal Libro

      Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
       tradhiment et engano, avolteri e soçura:
       çamai no fo la çente sì falsa ni sperçura,
       qe de l’ovra de Deu unca no mete cura,
5        del magno Re de gloria qe sta sopra l’altura,
       Quel per cui se mantien ognunca creatura.
       Ben savì que ve dise la divina scritura:
       tuti semo formadhi a la Soa figura.
       Mai quel tegn eu per fole qe tropo s’asegura,
10        ni d’ensir dig pecadhi çà no vol aver cura.
       Mo sì son percevù: poqi è q[u]ig qe là dura;
       lo plusor de la çente vol autra caosa dura.
       Qi pò aver dinari de livrar ad usura
       e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
15        Deu, como se percaça d’aver bona coltura,
       e dis: "Aguan farai riqa semenadhura!"
       Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
       Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
       c’omo ven con la cana a far la sepoltura!
20        Quando è reversaa la fera guardatura,
       la soperbia e ’l regoio ch’avëa oltra mesura
       molto tost è gitaa entro la terra dura:
       lo torsel è malvasio et à rëa voltura.
       La muier e i parenti de grand vertù lo plura:
25        tal ie mena gran dol en la soa portadura,
       s’el lo pò abandonar, asai poco n’à cura.
       E l’anema dolentre à pres rëa pastura
       entro l’infern ardente, en quela grand calura:
       là no se trovarà bela cavalcadhura,
30        destrier ni palafren cum soaf ambladura,
       né norbia vestimenta, né rica flibadhura,
       palasio ni tor, ni negun’ armadhura.
       Mai ben devria la çente aver molt grand paura
       de la morte crudhel, negra, pessima e scura,
35        qe re ni emperador encontra lei no dura,
       né principo ni dus qe sia d’alta natura.
       L’apostolico de Roma non à quela ventura,
       çà no lo defendrà né sorte né agura,
       né la cristi[a]nitad ch’à tuta en soa rancura:
40        mai q[u]ig serà bïadhi ch’à vivre con mesura.

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PARAFRASI

L’ avidità in questo mondo abbonda e trabocca, tradimento e inganno, adulterio e turpitudine: non fu mai così falsa e spergiura la gente, che non tiene per nulla in considerazione l’opera di Dio, del grandissimo Re glorioso che sta nell’alto dei cieli, Colui grazie al quale può vivere ogni creatura. Sapete bene che cosa vi dice la divina scrittura: tutti siamo formati a Sua immagine. Ho sempre considerato stolto chi si crede troppo al sicuro, e non vuole sforzarsi di uscire dai peccati. Ma di questo mi sono convinto: sono pochi quelli che perseverano; la maggior parte della gente segue altre cose, più concrete. Chi può avere denari da prestare a usura e comperare della terra, campi, vigna e aree recintate, mio Dio, per quanto si impegni per ottenere un buon raccolto, e dica: “Quest’anno farò una semina abbondante!”, non vedrà mai maturare ciò che ha seminato. Dovrebbe piuttosto ricordarsi della sua scarsa statura, perché verrà un uomo con una canna a misurargli la fossa! Quando sono umiliati lo sguardo altezzoso, la superbia e l’orgoglio che aveva oltre misura, molto presto sarà gettato nella dura terra: le sue spoglie hanno poco valore e aspetto miserando. La moglie e i parenti lo piangono a più non posso: c’è chi esternamente mostra grande dolore, ma dato che adesso lo può abbandonare, gliene importa ben poco. E l’anima dolente riceve un pessimo nutrimento, dentro l’inferno ardente, in quella gran calura: là non si troverà una bella cavalcatura, né destriero né palafreno dall’andatura aggraziata, né morbidi vestiti, né lussuose fibbie, né palazzo, né torre, né alcuna armatura. Davvero la gente dovrebbe avere una gran paura della morte crudele, nera, pessima e oscura, ché né re né imperatore possono tenerle testa, né principe, né condottiero, sia pure d’alto lignaggio. (Neppure) il papa di Roma ha questo potere, giacché non potranno difenderlo né la fortuna né alcun auspicio profetico, né la cristianità che è tutta sotto il suo dominio: saranno beati soltanto coloro che vivono con moderazione.

COMMENTO

Uguccione è uno dei primi, e forse il primo in ordine cronologico con Pietro da Bescapè, Girardo Patecchio, Giacomino da Verona e il maggiore, Bonvesin da la Riva - dei poeti dell’Italia settentrionale che si esprimono nel genere didattico religioso- morale. Il nuovo idioma letterario, adottato dai predicatori degli Ordini mendicanti, è una lingua padana lombardo- veneta, influenzata dai gallicismi portati in Italia dai trovatori (nel Libro sono riprese due preghiere di Carlo Magno dalla Chanson de Roland nella redazione franco-veneta del codice V4 della Biblioteca Marciana di Venezia). Si tratta di un volgare che attraversa i vari dialetti locali, nel quale la metrica, le rime e le assonanze devono agevolare la comprensione e la memorizzazione dei sermoni nelle menti di fedeli spesso analfabeti, mentre i toni e le immagini tendono a soggiogare l’uditorio.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Uguccione da Lodi (XII-XIII sec.), forse lodigiano, o più probabilmente un cremonese appartenente alla famiglia Da Lodi, è l’autore di un poemetto di 702 versi in lasse monorime (come questa) di alessandrini e decasillabi francesi, databile all’inizio del XIII sec. Nel codice che la contiene con vari altri testi analoghi (il berlinese Hamilton 390, detto Saibante) l’opera è intitolata Libro de Uguçon de Laodho: è un testo didascalico, predicatorio-edificante, che tratta della creazione del mondo, dei castighi infernali e di altri argomenti morali, inteso a risvegliare nell’uditorio l’invito al pentimento e alla penitenza e l’esortazione a ben operare per ottenere il perdono e la salvezza. Lo stesso codice riporta un poemetto in distici di novenari, l’Istoria, attribuita a uno Pseudo-Uguccione; i due testi riappaiono poi, fusi, in un rifacimento toscano del 1265 detto Contemplazione della morte.
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