12 aprile 2016

Floridi: "Benvenuti nell'era dell'onlife"

di Tito Parrello

Vediamo mutare la realtà sotto i nostri occhi e sappiamo che il cambiamento è attribuibile, in parte o del tutto, alle tecnologie informatiche. Tenere un diario di bordo del viaggio umano tra reale e virtuale, analogico e digitale, è materia d’indagine per Luciano Floridi , professore ordinario di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford ed è membro del Google Advisory Council sul diritto all’oblio. È autore di The Fourth Revolution (Oxford University Press, 2014), un testo che affronta con lucidità e chiarezza gli aspetti più controversi dell’evoluzione digitale.

 

Partiamo dall’HyperHistory, stadio evolutivo attuale delle società più avanzate. Come ci siamo arrivati e cosa comporta?
È un’idea che cerca di cogliere il senso del nostro tempo. Non del tempo secondo la fisica, bensì dal punto di vista dell’esperienza umana. Si parla allora di temporalità: come noi viviamo la nostra esistenza individuale e sociale. Viviamo costantemente connessi a tecnologie che ci permettono di fare molte più cose. Il concetto di HyperHistory ha uno scopo propositivo, per sottolineare come siamo entrati nella storia attraverso la scrittura e nell’iperstoria grazie al digitale, con un crescente affidamento nei confronti delle tecnologie. Le società mature dipendono dalle tecnologie dell’informazione per la loro sopravvivenza. In sostanza, la definizione segna il passaggio dall’alfabeto all’ ASCII : una fase dell’umanità che fa da spartiacque nei confronti del passato, laddove ci si affida totalmente alle tecnologie che prima fungevano da supporto. Ed emerge un aspetto critico, socio-politico: il fatto che la società dipenda da tali tecnologie fa sì che chi le gestisce detenga un enorme potere. Nell’HyperHistory, gli stati (così come li conosciamo dopo Vestfalia) sono affiancati da altri agenti transnazionali: grandi corporazioni, mercati, banche e altre organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea. L’iperstoria è una fase in cui la politica coinvolge non soltanto cittadini e stati, ma anche agenti ibridi, legali e artificiali che prima avevano una rilevanza assai minore.

 

Siamo esposti a nuove minacce?
Tante opportunità e altrettante minacce. Siamo sbarcati su un nuovo continente (digitale), avendo vissuto finora nell’analogico. È facile vedere i problemi, cedendo alla lamentela, così come capita di sopravvalutare le opportunità. Gli estremi suonano caricaturali. C’è senz’altro il rischio che la dipendenza si ritorca contro, come insegna la storia. Tanto più dipendiamo dalle tecnologie, tanto più chi le controlla avrà il potere (se lo vuole) di influenzare le nostre vite.

Inoltre, la vulnerabilità ai cyber attacchi è il punto debole delle società nell’iperstoria: soltanto chi vive una vita digitale può essere messo in ginocchio da un attacco digitale.

 

Siamo ben equipaggiati per affrontare le nuove sfide?
Molti paesi, purtroppo anche l’Italia, non lo sono. Manca una seria cultura del digitale, cioè il know-how, ma anche un certo disincanto. Altri paesi sono più avanti di noi, il digitale rientra nell’ordinario, non fa notizia. Come se lo facesse possedere un’automobile. La maggior parte della popolazione è abituata a fare shopping e petizioni online. Vive onlife, una vita che non distingue più tra online o offline. In Italia non siamo al passo, ma sono certo che questa preparazione arriverà. La rivoluzione agricola ha impiegato millenni per essere assorbita, quella industriale secoli, il digitale anni. È inevitabile un minimo ritardo. Il vero divario non sta tra chi dispone delle tecnologie e chi no, ma tra chi ha una cultura del digitale e chi non l’ha. Serve un periodo d’adattamento e l’avremo, perché una nuova trasformazione, così radicale, non è imminente. Non succede spesso di scoprire un nuovo continente.

 

È mutata la capacità di metabolizzare informazioni?
Certo non è aumentata da un punto di vista biologico, né culturale. Anzi, siamo in affanno perché veniamo da una cultura della scarsità d’informazione e abbiamo preso a mangiare un po’ troppo. Se le risorse sono scarse, ci si nutre quanto si può. Con l’improvvisa abbondanza, alcuni soffrono di indigestione. Stiamo assumendo troppe “calorie digitali” e dovremmo stare più attenti.

 

I nativi digitali partono in vantaggio?
Hanno aspettative radicalmente diverse. Il nativo digitale nasce senza sapere niente, come tutti, ma presto manifesta particolari aspettative. Per esempio, che il monitor interagisca al tocco, cosa che per chiunque altro è semmai un’abitudine. Il nativo digitale ha forse il vantaggio di nascere in un contesto in cui il nuovo normale è il digitale, ma ha lo svantaggio (incolmabile) di non aver mai esperito un modo solamente analogico. Per esempio, i miei studenti a Oxford non concepiscono l’idea di una ricerca bibliografica in biblioteca. La biblioteca è un luogo dove studiare, consultare banche dati, leggere e scrivere in modalità digitale; c’è una comoda scrivania e una caffetteria dietro l’angolo, si può lavorare in gruppo, ma quasi nessuno ci va per consultare un libro… La biblioteca del nostro Istituto non è usata per leggere libri.

 

La memoria digitale è volatile e instabile, aggiornare oggi è sinonimo di sovrascrivere e cancellare il passato?
La memoria di cui ci serviamo dà l’impressione di uno spazio infinito. È vero che i dati registrati aumentano in modo esponenziale, ma è una quantità assai fragile. La fragilit à  è dovuta a ragioni tecniche (obsolescenza hardware e software). La memoria digitale è inoltre vulnerabile a virus e cyber attacchi, che possono risultare devastanti. Un altro problema riguarda la longevità: i supporti fisici su cui vengono immagazzinati i dati hanno una scadenza oltre la quale diventano illeggibili. Facciamo transitare il passato nel futuro, salvando i vecchi dati nei nuovi hard disk, ma la memoria non basta mai. Qualcosa non viene conservato o salta il trasferimento. Buttiamo via e perdiamo. L’analogico richiede una cultura del registrare e dunque uno sforzo per incidere qualcosa su pietra, argilla, papiro, pergamena o carta. Il digitale richiede una strategia del dimenticare; oggi tutto viene registrato automaticamente e ogni tanto bisogna fare uno sforzo per togliere, eliminare. Mentre la fatica di registrare è fatta a ragion veduta, l’eliminazione è un click che si fa con troppa leggerezza. Supponiamo che qualcuno distrugga, deliberatamente o per errore, i ricordi digitali accumulati in decenni, spianando l’hard disk: è un gesto facile e rapido quanto irreversibile. In senso più ampio, non stiamo affrontando la questione della cura della memoria e questo è grave. Un mondo senza memoria è destinato a ripetere tutti gli errori e lasciarsi trascinare da dogmi e totalitarismi. La storia indirizza la civiltà, senza di essa è difficile sopravvivere.

 

Dove è sepolto il valore dei big data?
Andava di moda dire che i big data rendano obsoleta la teoria e non richiedano relazioni di causalit à , ma sono considerazioni superficiali e superate. Questa enorme quantità di dati non parla di per sé, ma soltanto quando abbiamo bisogno di individuare gli small patterns, che potremmo descrivere come la filigrana, strutture quasi invisibili. Più la variabile è difficile da cogliere, più abbiamo bisogno di dati. A tal proposito, ha ragione chi scherza sul fatto che per trovare l’ago ci vuole il pagliaio. Alcune informazioni sono così sottili da richiedere una lente d’ingrandimento, i big data appunto. Ma senza domande, anche inizialmente sbagliate, non c’è modo di ricavare alcunché. I big data sono utili per la ricerca del sapere (o di mercato), a patto di avere domande, ma purtroppo possono anche essere usati per fare spionaggio o monitoraggio, per contrastare il terrorismo o contro le libertà civili (in alcuni paesi). Non si tratta allora di mirare a risposte, ma di ricostruire profili e percorsi di individui. Tra abusi e grandi utilizzi dei big data, sarebbe auspicabile più trasparenza e controllo sociopolitico. Stiamo delegando a due poteri forti l’esclusiva dei big data: colossi commerciali e servizi di sicurezza. Entrambi sprovvisti di un profilo di accountability, non danno conto a terzi del proprio operato: le aziende si rivolgono agli azionisti e le forze di sicurezza al governo.

 

Quanto è difficile trovare un equilibrio tra libertà d’espressione e diritto all’oblio?
Il caso di Google e il diritto all’oblio oppure il recente scontro tra FBI e Apple [per sbloccare l’iPhone del terrorista autore della strage di San Bernardino ndr] sono scossoni al sistema illuministico dei diritti umani. Alcuni diritti, che credevamo compatibili tra loro, alla prova dei fatti non lo sono. Abbiamo sempre immaginato i diritti come colonne parallele a sostegno della democrazia. Invece diritto a oblio, privacy e sicurezza non vanno necessariamente sempre d’accordo. E la politica ha perso un treno, non ha compreso a tempo debito che le ICT (le tecnologie informatiche) non erano semplicemente un’altra novità. Non ha colto il passaggio dall’analogico al digitale, pensava che il digitale fosse parte del normale sviluppo tecnologico e la vita politica e sociale avrebbe mantenuto il suo corso. Ma il digitale crea l’ambiente in cui viviamo e non è soltanto uno strumento per interagire col mondo. A posteriori, si cerca di recuperare la strada persa politicamente in modo legale: invece di progettare al momento giusto come vorremmo che fosse il mondo, si finisce per reagire legiferando. Non è un caso che entrambe le vicende (Google e Apple) siano divenute legali, perché la politica è arrivata troppo tardi. Se avessimo fatto un’operazione politica fin dal principio, non saremmo arrivati a questo scontro.

 

La prossima evoluzione in campo tecnologico non sarà verticale ma orizzontale, che significa?
È un grande punto interrogativo. Nello scorso quarto di secolo, si sono aggiunti sempre più servizi, passando dai mainframe ai pc, internet e telefonia mobile, web tool… Ora che stiamo arrivando alla saturazione, il progresso sta nelle migliorie. Un po’ la differenza che corre tra le automobili che si guidavano una volta e quelle odierne (pur sempre auto, con diversi consumi e prestazioni). Nei prossimi cinque o dieci anni assisteremo a uno sviluppo non verticale (ovvero con novità che ci porteranno a nuovi livelli), bensì orizzontale di connessione tra tecnologie sempre migliori ma non radicalmente diverse. Per esempio, non credo che la trasformazione arriverà dalla realtà virtuale e dai visori 3D di cui si parla tanto. Piuttosto dall’ internet delle cose , cioè la rete di comunicazione tra dispositivi (auto e stazione di servizio, TV e cellulare, domotica …).

 

Dobbiamo temere scenari distopici?
Se ci interroghiamo sui limiti dell’intelligenza artificiale, occorre essere chiari: non ci sono mansioni specifiche che soltanto un essere umano può eseguire. Prima o poi qualcuno sarà in grado di trasformare le singole competenze in compiti per le macchine, gestiti in maniera diversa da come li svolgiamo noi. Distinguiamo quindi quello che un’I.A. può fare da come lo fa. Sono sicuro che potremo delegare sempre più compiti alle macchine, e ben venga. Le macchine non saranno sempre più intelligenti, perché non lo sono neppure adesso. Faranno di più per noi, nella misura in cui è finanziariamente conveniente. Purtroppo lo scenario distopico è anch’esso dietro l’angolo e basta un po’ di stupidità nel delegare troppo alle macchine. Ma se il robottino per le pulizie mangia il tappeto persiano, di chi è la colpa? Mia, per averlo lasciato operare nella stanza col tappeto o della macchina che pulisce e spazzola, senza esserne consapevole? Non andiamo verso un futuro in cui un’I.A. prenderà il controllo (come nella fantascienza), ma un domani in cui qualcuno potrebbe mettere una macchina stupida al comando. Quando la Samsung ha prodotto l’ SGR-A1 per il controllo della linea di confine tra la Corea del Sud e la Corea del Nord, il primo modello era totalmente automatico. Una volta installato, questo robot armato avrebbe scannerizzato l’orizzonte alla ricerca di bersagli umani e sparato senza necessità di alcun controllo o conferma. Per fortuna, i generali dell’esercito sud coreano hanno richiesto una modifica per avere controllori umani da remoto. Quel robot ha l’intelligenza di un tostapane: la vera stupidità sta nel metterlo in condizione di fare dei danni.

 

Nel momento in cui smettiamo di essere clienti e diventiamo utenti cosa cambia?
L’utente ha diritti diversi dall’acquirente e dal cliente. Chi riceve un dono non ha diritto di rimostranza o di fare causa. Il regalo toglie potere a chi lo riceve, mentre l’acquisto dà potere a chi lo fa. Quando entriamo in un negozio abbiamo una rete di protezione in quanto consumatori. Questo è in parte assente in internet, nella misura in cui ci viene apparentemente regalato tutto (servizi di mappatura del territorio, ricerca online, video, posta elettronica, canali social, eccetera), ma non ci si può lamentare se insoddisfatti. Vuol dire sottrarre capacità critica e ostacolare una sana competitività tra i vari servizi. Se un negoziante vende cose sbagliate, gli si può far causa e ci si rivolge a un altro negozio. Se riceviamo soltanto regali, siamo impotenti. Occorre abbattere i monopoli e progettare un nuovo assetto del mercato; spetta alla politica farlo. Sono ottimista sulle opportunità, ma pessimista sulle capacità di coglierle.

 

Photo courtesy of Ian Scott

 

 

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