Abbazia di Montecassino

di Ruggero Longo

 

L’abbazia di Montecassino sorge sull’omonimo rilievo di origine calcarea alto 516 metri, sede di insediamenti umani fin dalla preistoria come documentato dai ritrovamenti di stazioni preistoriche dell’età del ferro legate a culti naturalistici.
La continuità di vita è attestata in epoche successive in quanto il Monte Cassino fu sede di comunità dedite a culti pagani le quali eressero due templi dedicati a Giove e Apollo e un sepolcro monumentale, forse appartenente alla Gens Ummida, con una cripta sottostante.
Il colle è famoso, ovviamente, per la presenza dell’Abbazia di Montecassino il cui primo insediamento, nei pressi di un tempio dedicato ad Apollo, risale al 529 per opera di San Benedetto; durante gli scavi compiuti da Angelo Pantoni negli anni ’70 del secolo scorso, sono emerse strutture di epoca romana forse pertinenti all’avamposto romano nel quale si insediò Benedetto, come ricordato da Gregorio Magno nella 'Vita di San Benedetto'.
Il primo nucleo di monaci guidati da San Benedetto dedicarono una cappella a San Martino di Tours e una a San Giovanni Battista utilizzando le restanti rovine dell’insediamento romano come rifugio per la prima comunità. In questo luogo Benedetto trascorse gli ultimi anni della sua vita scrivendo la Regola e organizzando una comunità stabile in grado di accogliere i nuovi arrivati, conquistati dal nuovo stile di vita religiosa. Della prima fondazione, che accolse le spoglie mortali di Benedetto e della sorella Scolastica, più volte rinnovata e ingrandita nel corso dei secoli per ovvie ragioni dettate dalle esigenze della comunità, è stato possibile ricostruire l’impianto primitivo costituito da una cella monabsidata scandita da lesene lungo il muro d’invaso.

Nel 577 un reparto di longobardi guidati dal duca Zottone di Benevento assediò la comunità benedettina provocando gravi danni alle strutture e la dispersione della comunità che trovò riparo presso il San Giovanni in Laterano a Roma. Nel 717 il bresciano Petronace, su sollecitazione di Gregorio II (papa dal 715 al 731), si stabilì, insieme ad una comunità di monaci, nel luogo della prima fondazione benedettina provvedendo alla recupero delle fabbriche abbandonate al tempo dell’incursione longobarda. L’abbazia crebbe sia in termini di monaci che di prestigio tanto da essere destinataria di privilegi da parte di papa Gregorio III e, successivamente, di Giovanni VIII. La comunità conobbe una fase di grande progresso culturale e, soprattutto, economico acquisendo terre e casali grazie alle donazioni di principi longobardi tra cui, particolarmente generose quelle di Gisulfo II, duca di Benevento. Queste terre costituirono il nucleo originario della cosiddetta Terra Sancti Benedicti, un patrimonio che diverrà rilevante in termini di estensione e di esercizio di poteri giurisdizionali direttamente esercitato dall’abate.

Durante l’VIII secolo Montecassino divenne sede privilegiata per intellettuali e personalità del rango di Villibaldo, evangelizzatore in Germania, di San Sturmio, fondatore di Fulda, di Sant’Anselmo, fondatore di Nonantola, che qui trovarono rifugio e accoglienza. Presso l’abbazia si ritirarono anche l’imperatore Carlo Manno, fratello di Carlo Martello, e Ratchis, re dei Longobardi. In quei fervidi anni lo scriptorium dell’abbazia era dedito alla trascrizione di manoscritti classici e testi sacri grazie anche ad una scuola prestigiosa diretta nel 781-782 da Paolo Diacono storico dei Longobardi. Durante questa fase di grande rinnovamento l’abate Gisulfo (797-817) avviò un grandioso programma di interventi edilizi, come ci informa Leone Marsicano, che produsse la radicale trasformazione della chiesa originaria, nella quale era custodita la salma di Benedetto, in un una basilica a tre navate, scandite da una sequenza di colonne, conclusa da tre absidi che si aprivano su un transetto continuo. La nuova basilica, così come quella di San Vincenzo Maggiore presso San Vincenzo al Volturno, riprendeva nelle sue forme la basilica paleocristiana di San Pietro a Roma, recuperando un programma antichizzante che stava affermandosi in tutta l’Europa carolingia non solo in ambito architettonico.

L’883 è un anno di cesura per Montecassino in quanto viene assalita e saccheggiata da bande di soldati saraceni che causarono la dispersione della comunità e la morte dello stesso abate Bertario rifugiatosi, insieme agli altri membri della comunità, presso il cenobio del Salvatore. La fase di crescita culturale ed economica, quindi, si interruppe brutalmente e la comunità monastica, per la seconda volta nella sua storia, fu costretta ad abbandonare il Monte Cassino e a cercare rifugio in altri luoghi. I monaci si rifugiarono prima a Teano e poi a Caserta in una situazione, però, di profondo disagio, causata anche dalla presenza ingombrate del principe longobardo che impose un suo parente come abate della comunità.

I monaci rientrarono nella sede originaria con l’abate Aligerno, discepolo di Oddone abate di Cluny e grazie all’intervento di Papa Agapito II (946-955) che si prodigò per far restaurare le fabbriche abbandonate dopo l’assalto dei saraceni. Per Montecassino comincia una fase di rinascita dove il consolidamento delle proprietà fondiarie andava di pari passo con una ripresa delle attività culturali possibili grazie alla disponibilità economica. Venne avviato un programma di restauro e ristrutturazione del complesso monastico con il restauro del soffitto della chiesa principale, la decorazione delle pareti con pitture murali e il rifacimento del pavimento con marmi policromi. Giovanni III, invece, si dedicò a rafforzare le difese della cittadella facendo consolidare il recinto murario. Furono anni di grande fervore costruttivo; l’abate Atenolfo (1011-1022), ad esempio, fece decorare con pitture murali l’abside maggiore della basilica, mentre il successore Teobaldo (1022-1035) fece aggiungere al fronte della basilica un atrio con due torri che Richerio fece modificare dotandola di portici a ricordo di modelli paleocristiani.

Gli interventi più radicali sull’abbazia furono compiuti da Desiderio abate di Montecassino dal 1058 al 1087 – e poi papa col nome di Vittore III – che volle dare concretezza anche visibile al ruolo politico che intendeva far svolgere all’abbazia nelle complesse vicende geo-politiche dell’Italia meridionale di quel periodo. Della prima fase costruttiva dell’abbazia non restò praticamente più nulla; tutto venne modificato e ricostruito sebbene un’idea della produzione artistica e architettonica della Montecassino pre-desideriana possiamo determinarla attraverso le testimonianze pittoriche nel complesso monastico di San Vincenzo al Volturno. Con Desiderio, quindi, si apre una nuova fase per Montecassino che coincide col periodo di maggiore attività nel campo della produzione artistica ma anche col riconoscimento di un ruolo politico autorevole e influente nell’Italia centro meridionale. Desiderio si propose come intermediario e mediatore tra il Papato e i Normanni sfruttando i vantaggi di una possibile alleanza coi nuovi signori venuti dalla Normandia. Consolidare il potere economico riorganizzando la proprietà fondiaria di Montecassino fu il primo interesse di Desiderio che, nei primi anni della sua opera, promosse pochi interventi edilizi limitandosi a restaurare le parti danneggiate del complesso monastico.
Una volta consolidata la base economica, nel 1066, avviò un programma di interventi edilizi finalizzato ad abbellire e a rendere magnificente l’abbazia a partire dalla basilica. Oltre la chiesa principale venne ristrutturata la residenza dell’abate, resa più funzionale e gradevole la biblioteca, il dormitorio e la sala del Capitolo, non disdegnando l’aspetto estetico con interventi decorativi sulle pareti e sui pavimenti.
Nel 1066, quindi, i lavori ebbero inizio, affidati a maestranze lombarde e amalfitane, per dare prestigio e importanza a Montecassino anche attraverso la magnificenza estetico-funzionale.
Per prima cosa venne spianato il monte che avrebbe dovuto accogliere la nuova e più ampia abbazia, in seguito si intervenne sulla nuova chiesa articolata su tre navate scandite da sequenze di colonne terminanti su un transetto continuo sul quale si aprivano tre absidi. Il presbiterio era leggermente rialzato rispetto al piano della basilica per evitare di danneggiare l’area su cui insisteva la sepoltura di Benedetto. Una profusione di luce era assicurata da finestre aperte su tutto il perimetro dell’edificio in numero di ventuno nella navata principale, venti nelle navatelle e due nell’abside. L’ingresso era preceduto da un quadriportico con otto colonne sul lato lungo e quattro su quelli brevi.

Desiderio diede un’impronta politica al programma di ristrutturazione riprendendo nelle forme della chiesa la planimetria delle basiliche paleocristiane di San Giovanni in Laterano e San Pietro a Roma. E’ probabile che il programma architettonico, basato sul segno della continuità che trovava il suo apice a Roma, includesse parte degli interventi effettuati dai predecessori di Desiderio soprattutto riguardo le tematiche paleocristiane presenti nella basilica di Gisulfo. Ma è l’appartato decorativo il segno di maggiore impatto sui contemporanei; il quadriportico era rivestito da mosaici e affreschi, il pavimento era in tessere marmoree, sontuoso e di grande ricchezza l’arredo liturgico.
Le squadre di maestri che operarono a Montecassino dovevano essere di origine costantinopolitana come testimoniato anche da Amato di Montecassino. Cinque anni dopo l’avvio del grandioso programma di ristrutturazione della basilica, inaugurata alla presenza del papa Alessandro II (1061-1073) in una sorta di solenne consacrazione alla quale furono invitati alti dignitari di corte sia laici che ecclesiastici, presero il via i lavori sulle altre aree del complesso monastico. Desiderio si dedicò alla ristrutturazione della biblioteca, del refettorio, del dormitorio, della sala capitolare, del palazzo abbaziale, delle officine, degli ambienti di servizio e, per ultimo, dell’oratorio di San Martino idealmente legato direttamente al fondatore san Benedetto.

Di tutto questo non si è conservato praticamente nulla; abbiamo conoscenza delle vicende che si avvicendarono sotto Desiderio grazie al resoconto dettagliato di Leone Marsicano dal quale è stato possibile ipotizzare una ricostruzione planimetrica degli edifici fatti ricostruire o ristrutturare da Desiderio. La perdita più significativa è, senza dubbio, quella della decorazione pittorica che adornava gli ambienti dell’abbazia e della quale possiamo farci un’idea del livello raggiunto sia attraverso i codici miniati dell’abbazia, sia attraverso alcuni cicli pittorici che si sono conservati in alcune chiese dipendenti da Montecassino come Sant’Angelo in Formis.

 


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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