Storia del Monachesimo Benedettino

La proposta di Candidatura, qui presentata, focalizza la propria attenzione sulla peculiare declinazione che l’esperienza monastica ha conosciuto nell’Europa occidentale e sul ruolo decisivo che, in tale ambito, ha assunto la Regola di vita legata al nome di Benedetto da Norcia. È stata infatti tale Regola che, irradiandosi dall’Italia e imponendosi nell’intero Occidente di tradizione latina, ha dato vita a un monachesimo che ha inciso profondamente nella formazione intellettuale e nello sviluppo del patrimonio artistico dei Popoli europei, nonché nella definizione di una parte consistente del loro paesaggio culturale.                                                                                                                  

                                                                                                                                                                    STORIA DEL MONACHESIMO BENEDETTINO                               E INQUADRAMENTO DEL FENOMENO CULTURALE

di Cesare Alzati

con la collaborazione di Marco Braghin, Ruggero Longo, Marco Rossi

 

1. DAGLI EREMITI ALLE COMUNITÀ MONASTICHE

  1. Separazione dal mondo e ricerca spirituale: esperienze comuni in una pluralità di ambiti religiosi
  2. Il primo monachesimo cristiano: un'esperienza religiosa laica
  3. La nascita delle comunità monastiche cristiane

2. LA REGOLA DI BENEDETTO NELLA STORIA DEL MONACHESIMO OCCIDENTALE

  1. Il monachesimo occidentale tra IV e V secolo
  2. Montecassino e la Regola di Benedetto (secoli VI-VIII)
  3. Il monachesimo occidentale in età carolingia
  4. Il modello benedettino quale forma del monachesimo alto medievale in Occidente

3. CULTURA, ARTE E NATURA NEGLI INSEDIAMENTI MONASTICI DEL MEDIOEVO

  1. Dalla ricerca di Dio alla celebrazione del rito liturgico. Il monaco diventa sacerdote
  2. Vita monastica e trasmissione della cultura
  3. Monachesimo, trasmissione di saperi tecnici e tradizioni artistiche
  4. Monasteri e paesaggi naturali

4. MONACHESIMO BENEDETTINO E PAESAGGIO CULTURALE

  1. Dalla ricerca del luogo deserto alla trasformazione del paesaggio

 

 

 


1. DAGLI EREMITI ALLE COMUNITÀ MONASTICHE

a. Separazione dal mondo e ricerca spirituale: esperienze comuni in una pluralità di ambiti religiosi

Il distacco dal mondo e dalle sue logiche per dedicarsi a un’intensa ricerca spirituale è fenomeno di carattere universale, riscontrabile con caratteristiche specifiche in diversi contesti religiosi. Il termine abitualmente usato in ambito linguistico europeo per identificare chi ha fatto di tale ricerca del divino il fine esclusivo della propria esistenza (it. monaco, fr. moin, ted. mönch, ingl. monk, ru. монах) è derivazione più o meno diretta dell’antico lemma greco «μοναχός», applicato in età cristiana a colui che vive solo, ossia libero da vincoli terreni d’ordine materiale (quindi: nell’ascesi), per dedicarsi totalmente al perseguimento del proprio itinerario interiore verso il trascendente. 
Tale scelta di vita – segnata dal distacco dal mondo e dalle sue logiche, per dedicarsi a un’intensa ricerca interiore, nella mortificazione del corpo e nella preghiera, è un’esperienza ampiamente diffusa in una pluralità di ambiti religiosi dell’Umanità, e che dell’umanità ha accompagnato (e accompagna tuttora) il cammino storico, all’interno di ambiti di civiltà e contesti antropologici anche molto diversi tra loro. Si pensi al «rinunciante» (sannyasin) della tradizione induista o a figure similari, caratteristiche delle diverse tradizioni buddhiste, nonché a esperienze presenti pure in ambito giudaico, per non parlare dell’ascetismo proprio di correnti filosofiche, quali il pitagorismo o lo stoicismo.
 

b. Il primo monachesimo cristiano: un’esperienza religiosa laica

Antiche fonti cristiane tramandano il ricordo di forme di ascetismo praticate già nel II secolo da fedeli, uomini e donne, che continuavano ad abitare nelle proprie dimore e non si separavano dalla comunità civile.  Questi fedeli non erano necessariamente esponenti della gerarchia della Chiesa; pur facendo parte della comunità cristiana essi rimanevano dunque nella sfera di ambito laico. 
Le prime testimonianze di vero e proprio monachesimo cristiano risalgono invece alla seconda metà del III secolo. 
Il papa di Alessandria, Atanasio, ci ha trasmesso la biografia di un asceta, Antonio, scritta poco dopo la morte di lui, avvenuta intorno al 356. Figlio di una agiata famiglia di agricoltori egiziani e rimasto orfano dei genitori, Antonio, avendo udito in chiesa l’invito di Cristo a seguirlo dopo aver venduto i propri beni per darne il ricavato ai poveri (Mt 19, 21), applicò tali parole alla lettera e si ritirò fuori città, emulando un anziano del luogo, dedito fin dalla giovinezza a una vita di ascesi nella solitudine. Il progredire della propria esperienza portò Antonio a inoltrarsi sempre più nel deserto, divenendo a sua volta modello e maestro per altri che, ispirandosi al suo esempio, si dedicarono essi pure a una vita di ascesi e di preghiera nella solitudine (dal greco antico, ἐρημία, col significato di ‘solitudine’ o ‘luogo solitario’, ‘deserto’). 
Come si può evincere anche dai due esempi qui menzionati, il monachesimo cristiano nacque e si diffuse come esperienza di vita rigorosamente eremitica (ovvero, in solitudine) e fenomeno spirituale tipicamente laico: solo chi non era legato ad alcun impegno di ministero ecclesiastico aveva la possibilità di scegliere tale percorso. Questa connotazione dell’esperienza monastica si è conservata per secoli ed è tuttora marcatamente presente nelle Chiese orientali, i cui monaci continuano ad essere normalmente laici, impegnati nella preghiera e nell’ascesi, ma estranei al ministero ecclesiastico.
 

c. La nascita delle comunità monastiche cristiane

La condizione di vita eremitica, per la sua asprezza e per le sue implicazioni d’ordine materiale e psicologico, ha da sempre comportato, oltre a una notevole forza d’animo e a un’adeguata resistenza fisica, una fase di iniziazione sotto la guida di un’asceta già dotato di riconosciuta esperienza e autorevolezza spirituale. L'insegnamento di quest’ultimo, tuttavia, aveva una durata temporanea, legata al tempo necessario per un’adeguata preparazione del discepolo novizio. Dopo tale periodo il discepolo era pronto a intraprendere la propria vita da solitario, divenendo a sua volta maestro per chi si fosse a lui eventualmente rivolto.
 
Il carattere individuale e spontaneo delle esperienze di ascetismo eremitico delle origini, nonché la loro rapida diffusione, generò inevitabilmente casi di incontrollata anarchia, con abusi e disordini. Anche per porre rimedio a tali devianze, furono gli stessi ambienti monastici ad avviare al proprio interno processi di trasformazione.   
 
Decisivo fu al riguardo il contributo di un monaco egiziano, Pacomio, giunto alla fede cristiana e alla pratica della vita ascetica provenendo dal paganesimo. 
Intorno all’anno 320, Pacomio intraprese una nuova forma di ascetismo, nella quale alla preghiera, ai digiuni e all’austerità dei costumi si associava indissolubilmente il servizio ai fratelli. Si trattò di una trasformazione profonda, che non a caso si venne affermando con una certa iniziale gradualità e non senza incomprensioni e contrasti. Questa trasformazione investiva importanti aspetti dell’esperienza monastica fino ad allora conosciuta: 
1. alla vita solitaria dell’eremita subentrava la vita comune (dal greco antico, κοινωνία); 
2. all’eremo, luogo solitario e angusto, posto in località impervie, si sostituiva un’ampia struttura edilizia ben recintata, ossia il cenobio (dal greco antico, κοινόβιον: luogo della vita comune), generalmente collocato in luoghi isolati e difficilmente raggiungibili, dove insieme pregare (di qui la presenza di un vasto oratorio), insieme consumare i pasti (imprescindibile diveniva l’ampio refettorio), insieme esercitare i compiti della vita comune; 
3. all’assoluta autodeterminazione dell’eremita (dal greco antico, ἰδιορυθμία) subentrò la comune osservanza di medesime norme di comportamento – ossia di una Regola – garanzia per un’ordinata e armonica vita in comune. 
 
Nasceva in tal modo il monastero (dal greco antico, μоναστήριον), nel suo significato di comunità di monaci e luogo fisico e architettonico in cui essi risiedono, così come ancora oggi lo conosciamo.
Va osservato come pure in contesto cenobitico la comunità continuò a configurarsi, nella sua composizione e nei suoi vertici, quale comunità rigorosamente laicale. Lo stesso Pacomio con grande fermezza si sottrasse al volere del vescovo locale Serapione, e dello stesso papa di Alessandria, Atanasio, che avrebbero desiderato conferirgli l’ordine presbiterale, ossia il ministero ecclesiastico, integrandolo nel clero.  
Da questo punto di vista si presenta come un’eccezione il caso di Macario che, attorno al 340, accettò d’essere prete per garantire una presenza sacerdotale alla vasta comunità di asceti presenti nel Deserto di Nitria. 
 
Se in Egitto nella prima metà del IV secolo le comunità aderenti agli insegnamenti di Pacomio furono esperienze di ascesi vissute nel reciproco servizio all’interno del cenobio (nel quale, peraltro, anche gli esterni potevano godere di fraterna ospitalità), nella seconda metà di quello stesso secolo in Cappadocia Basilio di Cesarea diede vita a una pluralità di comunità, maschili e femminili, sempre più spesso situate nei pressi di villaggi o di un centro urbano quale Cesarea, pronte a offrire il proprio servizio alla popolazione circostante, di cui in buona parte adottarono anche le forme rituali. 
Il monachesimo diveniva in tal modo una forma di vita che, partendo dal deserto (dove continuava a fiorire), giungeva a sviluppare un fattivo rapporto con la società cittadina.
 

2. LA REGOLA DI BENEDETTO NELLA STORIA DEL MONACHESIMO OCCIDENTALE

a. Il monachesimo occidentale tra IV e V secolo

IV secolo
Dopo la condanna nel 335 a Tiro e in seguito alla prima deposizione dalla cattedra di Alessandria nel 339, Atanasio dovette prendere la via dell’Occidente per un prolungato esilio. Nel suo peregrinare, accompagnato dal monaco di Nitria, Isidoro, non trascurò di rendere testimonianza agli ideali della vita monastica. Più tardi, la rapida diffusione della precoce traduzione della Vita di Antonio contribuì a dare ulteriore eco alla sua testimonianza. 
Di fatto, dalla seconda metà del IV secolo sono attestati in Italia e nelle Gallie molteplici casi di asceti – anche insigniti di ordini ecclesiastici – dediti stabilmente o temporaneamente a vita eremitica: tra essi Martino, che si stabilì per qualche tempo nelle vicinanze di Milano, si ritirò successivamente sull’isola Gallinara in compagnia di un prete, e fissò infine il proprio eremo a Ligugé. Il suo ascetismo sembra riproporre aspetti propri del monachesimo siriaco, quali la preghiera incessante e non attenzione al lavoro, in merito al quale poté forse ricevere informazioni dal suo vescovo, Ilario di Poitiers, personalmente coniugato ed esule per alcuni anni in Oriente. Più tardi, Martino, eletto vescovo di Tours, continuò a vivere in una cella nei pressi della sua chiesa episcopale, incarnando un’esperienza singolare di vescovo-asceta.
 
Anche la forma comunitaria di ascesi monastica conobbe notevole fortuna. 
Già attorno alla metà del secolo IV a Vercelli il vescovo Eusebio nella propria residenza conduceva vita ascetica comune con altri chierici (modello riproposto da Agostino a Ippona nella prima parte del secolo successivo). 
A Tours, lo stesso Martino, dopo i primi anni di episcopato, decise di ritirarsi fuori dalla città, portandosi nella vicina Marmoutier, dove fu raggiunto da altri asceti, che si associarono a lui. 
A Milano, come ci attesta Agostino, esisteva un monastero fuori le mura della città «pieno di buoni fratelli», al quale Ambrogio dedicava le proprie cure. 
Meritevole di particolare attenzione risulta il caso degli asceti missionari di Anaunia martitizzati nel 397: guidati dal cappadoce Sisinnio, essi erano tutti celibi, dediti alla vita comune, ma erano pure integrati nel clero dipendente dal vescovo di Trento e insigniti degli ordini ecclesiastici (ostiariato, lettorato, diaconato) per celebrare quotidianamente il culto cristiano in mezzo a una popolazione ancora pagana.      
A Roma, all’interno dell’alta aristocrazia, gli ideali ascetici nella loro forma comunitaria furono recepiti secondo modalità del tutto specifiche e peculiari: nobili donne si diressero verso Oriente con una numerosa servitù, visitando, in alcuni casi, gli asceti d’Egitto, e approdando infine a Gerusalemme per continuarvi le proprie aspirazioni ascetiche come comunità monastiche, dotate di ricoveri attivi e divenuti rapidamente famosi. È il caso, negli anni ’70 del IV secolo, di Melania Seniore, che diede vita a un monastero femminile sul Monte degli Olivi, non lontano dal monastero maschile fondato da Rufino di Concordia.  
Alla metà degli anni ’80 fu la volta del gruppo di Paola, che seguì Girolamo e la sua comunità di asceti, stabilendosi infine a Betlemme, dove furono fondati due monasteri: uno maschile e uno femminile. 
Quando nel 410 Melania Iuniore con la propria madre e con il marito Piniano lasciò Roma, si parlò di uno stuolo di 130 donne e 80 uomini: l’approdo definitivo fu ancora una volta il Monte degli Olivi, dove sorsero un monastero femminile e due maschili, dalle forme di culto particolarmente curate. 
 
V secolo
Attorno al 415 giungeva a Marsiglia Giovanni Cassiano, un monaco di origine scita, ossia proveniente dalla Scythia Minor, provincia dell'Impero corrispondente all'attuale Dobrugia, regione tra Romania e Bulgaria. Divenuto diacono a Costantinopoli e più tardi prete, egli riteneva il ministero ecclesiastico una tentazione e il monastero l’unico sicuro rifugio di salvezza per l’uomo. Attraverso il De institutis coenobiorum e le Collationes, diffuse in Occidente le regole di vita monastica egiziane, da lui direttamente sperimentate.
Poco prima, nel decennio iniziale del V secolo, il futuro metropolita di Arles, Onorato, aveva dato vita a Lérins, sull’isola che da lui prende nome, a un insediamento monastico che nei tre secoli successivi sarebbe divenuto un fondamentale punto di riferimento per le Chiese della Provenza alle quali diede una quantità di vescovi. Luogo di esemplare vita ascetica, al suo interno trovò sviluppo anche un’intensa vita intellettuale ed educativa (come alla metà del VI secolo avvenne pure a Vivarium per impulso del grande Cassiodoro). 
Tra i vescovi usciti da Lérins figura, nella prima metà del V secolo, Eucherio di Lione. Se l’eremitismo egiziano aveva visto nell’asprezza del deserto il segno dell’estrema spoliazione dell’asceta, Eucherio – espressione della scuola di Lérins – introdusse consapevolmente la dimensione estetica nella considerazione dello spazio monastico, che è da lui riguardato come il luogo della natura trasfigurata: «Irrigata da acque salutari, verdeggiante, splendente di fiori, fonte d’incanto per l’odorato e per gli occhi, la mia amata Lérins offre a coloro che ne fruiscono un’immagine del paradiso» (De laude eremi, 2). 
Si tratta di un aspetto della riflessione e della spiritualità monastica, in particolare cenobitico, che avrebbe assunto un rilievo sempre più marcato, tanto in Occidente quanto in Oriente, come ben mostra il monastero delle isole Solovki nelle lande ghiacciate del Mar Bianco, dove si coltivavano ortaggi e legumi, e dove fiorivano le rose.

b. Montecassino e la Regola di Benedetto (secoli VI-VIII)

Qualsiasi tipo di vita cenobitica, oltre alla concorde obbedienza all’autorità dell’unico abate (da abba: padre), presuppone una condivisione di ambiti di vita e di forme organizzative. Agli inizi del VI secolo dunque circolavano in Occidente numerose Regole. Tra queste: le opere di Giovanni Cassiano (360-435 circa); scritti normativi orientali (legati ai nomi di Pacomio e di Basilio) in traduzioni latine; i testi di Agostino. Esisteva inoltre un complesso di Regulae, talvolta poste sotto il nome di grandi asceti egiziani, ma in realtà elaborazioni di autori latini, collocabili tra la prima parte del V e la prima parte del VI secolo (la Regula quattuor Patrum; la Secunda Regula Patrum; la Regula Macharii; la Regula Orientalis; la Tertia Regula Patrum). 

Se dopo il 534 si colloca la Regula ad monachos di Cesario d’Arles, di poco successive, sono le Regole legate ai nomi di Aureliano e di Ferreolo.
Al primo quarto del VI secolo risale anche la Regula Magistri: opera particolarmente corposa, elaborata nell’Italia centro-meridionale, matrice diretta della Regola legata alla persona di Benedetto (Norcia, 480 circa - Montecassino 547 circa). Questi, nato nell’ultima parte del secolo V, nella regione di Norcia, dopo gli studi a Roma s’era ritirato a vita ascetica nella Valle dell’Aniene. A Subiaco si rifugiò in una grotta, dove visse un’esperienza tipicamente eremitica; sperimentò anche un breve e infelice periodo in una comunità vicina. Dato l’affluire crescente al suo eremo di aspiranti alla vita ascetica, istituì una serie di comunità con proprio abate, ed egli stesso iniziò a vivere con una comunità di discepoli. L’ostilità di un ecclesiastico locale lo spinse a lasciare la Valle dell’Aniene e a raggiungere – attorno al 530 – Montecassino. Del locale tempio di Apollo fece l’oratorio di San Martino e sul luogo dell’altare pagano edificò la basilichetta di San Giovanni, nella quale chiuse i suoi giorni e dove fu sepolto. Per le sue comunità egli compose la Regola, che da lui prende nome.
Devastato nel 577 ad opera dei Longobardi, il monastero cassinese risorse attorno al 718, quando il nobile Petronace da Brescia, su mandato di papa Gregorio II, raggiunse la montagna con i suoi compagni. Nel 729/730, l’anglosassone Villibaldo incontrò la comunità e vi si trattenne per circa un decennio. Paolo Diacono ricorda che papa Zaccaria (741-752), tra i suoi doni al rinato monastero, fece pervenire «la Regola, che il beato padre Benedetto aveva scritto con le sue stesse mani».  Nel corso del secolo VIII Montecassino acquisì rapidamente un grande prestigio, tanto da poter accogliere verso la metà del secolo, dopo il loro ritiro dalla scena del mondo, personaggi quali il franco maestro di palazzo (e fratello di Pipino) Carlomanno e il deposto re longobardo Rachi (fratello di Astolfo).
Fu sulla scia di tale rinascita che la Regula Benedicti venne progressivamente affermandosi nell’ambito delle normative monastiche occidentali.

c. Il monachesimo occidentale in età carolingia

Nel 751 l’assunzione nel regno franco della dignità regia ad opera di Pipino (con l’avallo della Sede Apostolica) impresse alla vicenda istituzionale, religiosa, culturale dell’Occidente, dinamiche decisive per la successiva storia europea. Con l’affermarsi dell’egemonia franca e a seguito dell’incoronazione  a Roma di Carlo Magno quale imperatore, nel Natale dell’anno 800, si determinò nella concezione del mondo e dei suoi ordinamenti istituzionali, così come nella stessa organizzazione del sapere, una fase del tutto nuova che conferì all’Occidente europeo caratteri specifici e di “lunga durata”. Importanti riflessi di tali mutamenti sono rintracciabili anche nella vita monastica. È in particolare dall’età carolingia che i monasteri – per l’adempimento delle celebrazioni cultuali – curarono la presenza al loro interno di un adeguato numero di monaci ordinati al sacerdozio (cioè monaci/preti) per i quali era richiesta una specifica formazione teologica e un’idonea preparazione rituale. Conseguentemente, il reclutamento monastico venne caratterizzandosi sempre più spesso quale accoglimento di giovani in età scolare, presentati al monastero dai genitori. In forza di tali presenze e delle preoccupazioni formative e culturali da esse comportate, i cenobi dovettero dotarsi di nuove strutture, assumendo un sempre più marcato ruolo culturale. L’Impero Carolingio individuò nei monasteri benedettini, oltre che nei centri episcopali, i luoghi più efficaci per un controllo capillare del territorio europeo, sia a livello politico sia culturale, favorendo la formazione di complessi stabili che fungevano da centri religiosi e amministrativi. Per questo si registra la costruzione di numerosi monasteri che assumono forme articolate in più ambienti indipendenti tra loro, come alla Novalesa e a S. Vincenzo al Volturno. In questi casi la libera articolazione dei complessi architettonici, armoniosamente inseriti nella natura, li rende parti integranti del contesto paesaggistico. Questi edifici presentavano pure caratteri propri dell’architettura paleocristiana, come le cripte del Volturno, di Civate o di Farfa. Le abbazie di Farfa e di Civate mostrano inoltre, nell’articolazione del corpo occidentale della chiesa, evidenti riferimenti al westwerk carolingio, che soprattutto in epoca ottoniana troverà fortuna anche in Italia.

d. Il modello benedettino quale forma del monachesimo alto medievale in Occidente

Un momento di particolare rilievo per la fortuna della tradizione benedettina in Occidente fu l’omaggio alla Corte carolingia – ad opera dell’abate di Montecassino Teodemaro – di una copia del codice (ritenuto autografo) della Regula Benedicti custodito nel monastero: giunto presso re Carlo ad Aquisgrana, il testo fu sottoposto a ulteriori riproduzioni e a un’ampia diffusione.
Sulla scia dello straordinario lavoro di documentazione svolto dall’abate Benedetto d’Aniane in merito alle tradizioni monastiche occidentali e alla collocazione all’interno di queste della Regula Benedicti, il figlio di Carlo, Ludovico il Pio, convocò due sinodi: il primo nell’816, il secondo nell’817, le cui disposizioni si tradussero nel Capitulare monasticum (III), probabilmente degli anni 818/819. Da quel momento nei territori carolingi la Regula Benedicti divenne l’unica Regola monastica in vigore.
Benedetto d’Aniane introdusse, relativamente al culto, consuetudini nuove e forme devozionali precedentemente ignote. L’officiatura assunse in tal modo una speciale solennità rispetto al sobrio modello proposto originariamente da Benedetto e si dilatò in una serie di riti e preghiere aggiuntive.

 

3. CULTURA, ARTE E NATURA NEGLI INSEDIAMENTI MONASTICI DEL MEDIOEVO

a. Dalla ricerca di Dio alla celebrazione del rito liturgico. Il monaco diventa sacerdote

La finalità prima che aveva motivato la scelta degli asceti e ne aveva plasmate le forme di vita era stata indubbiamente la ricerca di Dio (in latino, quaerere Deum). I primi asceti, laici, avevano come preoccupazione preminente quella di raggiungere la preghiera incessante del cuore, di praticare il digiuno e le veglie, di sottoporsi al lavoro e di osservare il silenzio.
Anche nelle antiche comunità anacoretiche o cenobitiche erano previsti due soli momenti ufficiali di preghiera: al calare del giorno e al termine della notte, ossia al canto del gallo. Nei giorni feriali tali momenti di preghiera, nelle comunità anacoretiche, erano vissuti dagli asceti individualmente nelle rispettive celle.
In età carolingia, a seguito dell’attenzione rivolta nei monasteri alla funzione educativa, che portò alla formazione di cerchie monastiche di elevata cultura, si affermarono, nella prassi delle comunità, orientamenti del tutto nuovi. Le celebrazioni si configurarono come parte sempre più rilevante dell’impegno quotidiano del monaco. Abbandonato il lavoro manuale, i monaci - soprattutto quelli eletti sacerdoti – furono impegnati a garantire la grande officiatura giornaliera e ad assolvere alle officiature devozionali, nonché alle celebrazioni d’intercessione e di suffragio connesse a lasciti e offerte. Mutamenti profondi si erano determinati nella spiritualità monastica e aveva preso avvio il processo di progressiva clericalizzazone dei monasteri. Conseguenza diretta di questa evoluzione cultuale fu l’espansione degli edifici sacri e la costruzione di chiese sempre più grandi, con diffusione di cappelle ed altari.

b. Vita monastica e trasmissione della cultura

Se si pensa ai numerosi manoscritti realizzati dai monaci medievali, grazie ai quali i «classici» della tradizione latina sono giunti fino a noi, si intuisce il contributo offerto dagli ambienti monastici alla trasmissione del patrimonio culturale dell’antichità.
Il riordino delle strutture per la trasmissione del sapere in età carolingia creò le condizioni per assicurare continuità a quanto per secoli era stato elaborato a Roma e nelle regioni dove la lingua di Roma (il latino) era stata assunta e fatta propria. Se il contatto con le opere della sapienza pagana era stato mediato da filtri e cautele, diretto e pieno era stato invece quello con i Padri della Chiesa latini, che – non meno degli autori pagani – erano portatori del bagaglio intellettuale, della tradizione letteraria, della sensibilità estetica dell’antichità. Attraverso la formazione trasmessa nelle scuole carolingie anche l’intellettualità monastica acquisì le categorie concettuali e gli strumenti linguistici per elaborare un’analisi più consapevole del mondo e delle cose. Tale processo consentì di cogliere nella realtà contingente le tracce di un ordine trascendente e del suo splendore, cosa che contribuì notevolmente allo sviluppo di particolari poetiche, di lì a poco sfociate in ambito artistico nella più ampia categoria che definiamo romanica.

c. Monachesimo, trasmissione di saperi tecnici e tradizioni artistiche

L’eco di un’eredità culturale antica venne realizzandosi nei monasteri anche tramite il recupero di precisi saperi che investirono l’architettura e le forme artistiche. I monaci dovettero affrontare difficoltà straordinarie per il trasporto dei materiali nei luoghi spesso impervi dove sorsero i monasteri e per la loro messa in opera. Molti monaci divennero peraltro abili scalpellini in grado di conferire alla pietra le forme più varie. In gran parte dei monumenti sono inoltre presenti decorazioni pittoriche di straordinario valore (si pensi all’Abbazia di S. Angelo in Formis nei pressi di Capua (1075 circa), che attestano i vasti contatti e le tradizioni artistiche entro cui si muovevano sia le maestranze (di varia provenienza) sia le committenze monastiche alle quali si doveva l’ingaggio.
Quanto poi alle competenze tecniche, necessarie per la confezione delle suppellettili preziose e dei paramenti di culto, talvolta furono proprio i monasteri i luoghi dove tali qualificate capacità artigianali fiorirono e furono trasmesse, come ben testimoniano i dati archeologici di S. Vincenzo al Volturno nonché le esperienze messe in atto a Montecassino al tempo dell’abate Desiderio e documentate nelle cronache coeve.


Alla luce di tali considerazioni, parlano con impressionante immediatezza le ben note parole di Rodolfo il Glabro:
« Mentre ci si avvicinava al terzo anno dopo il Mille, accadde in quasi tutto il mondo, ma soprattutto in Italia e in Gallia, che fossero rinnovati gli edifici delle chiese, benché la maggior parte, essendo decorosamente costruite, non ne avessero affatto bisogno. Ma i popoli cristiani gareggiavano l’uno con l’altro per avere le più belle. Era come se il mondo stesso, scuotendosi, gettasse via la vecchiaia rivestendosi di un bianco mantello di chiese. I fedeli, infatti, abbellirono non solo quasi tutte le cattedrali e le chiese dei monasteri consacrati ai diversi santi, ma anche le cappelle minori dei villaggi ».


Altrettanto interessanti suonano le parole di Leone Marsicano:
« Nel frattempo [Desiderio (n.d.r.)] invia a Costantinopoli ambasciatori che ingaggino maestri esperti specialmente nella lavorazione del mosaico e dei marmi, alcuni per rivestire di mosaico l’abside con l’arco e il vestibolo della chiesa maggiore, altri per coprire il pavimento dell’intera chiesa con pietre di diversa qualità. Dalle loro opere è possibile valutare quale grado di perfezione raggiunsero allora in queste arti i maestri incaricati dell’impresa, dal momento che ognuno potrebbe dire di vedere nei mosaici figure dotate quasi di vita propria ed ogni forma fiorire, e potrebbe credere che nei marmi sboccino con straordinaria varietà fiori di ogni colore. E poiché da cinquecento anni e più i maestri occidentali avevano perso l’abilità di esercitare tali arti e, grazie all’impegno di costui per aspirazione ed aiuto divino, sono riusciti a recuperarla in questo nostro tempo, affinché essa in Italia non andasse perduta più a lungo, da uomo dotato di ogni prudenza fece in modo che un gran numero di giovani del monastero fossero accuratamente educati in quelle medesime tecniche ».

In epoca ottoniana (IX-XI secolo) si assiste ad un particolare fervore edilizio che prepara il Romanico e che si manifesta nella costruzione di grandi e monumentali abbazie (S. Vincenzo Maggiore, e ancora Farfa) sulla scorta di imponenti progetti, come quello rappresentato nella pianta dell’abbazia di San Gallo. L’architettura ottoniana riprenderà alcune forme di quella carolingia, conferendole nuove interpretazioni: l’abbazia di San Salvatore sul monte Amiata con il suo impianto basilicale compreso tra due torri, l’abbazia di San Pietro al Monte di Civate con il suo ricco repertorio di stucchi, dipinti e sculture, e l’abbazia di San Vittore alle Chiuse a Genga nella libera interpretazione del corpo occidentale inserito in un impianto centrale di tipo bizantino. L’architettura più compatta e ordinata mostra le premesse dell’architettura romanica, soprattutto per la monumentalità, per la nitidezza degli interni e per l’articolazione dei volumi all’esterno.
Grazie alla fortunata congiuntura storica nella quale lo stile romanico si colloca, ne deriva un impeto costruttivo che investe gran parte dei cantieri monastici, tanto da poter facilmente ritenere la nuova architettura romanica strettamente correlata al rinnovamento dell’esperienza benedettina. La feconda diffusione del romanico deve la sua forza a innovative competenze tecniche che portano all’elaborazione di architetture affascinanti e monumentali (Sacra di San Michele e il complesso benedettino di Subiaco) e a nuove ricerche stilistiche che conducono a un diverso rapporto tra elementi strutturali e decorativi, oltre che a una nuova concezione di forme e spazi: la basilica di Sant’Elia (Nepi) e l’abbazia di Sant’Antimo (Siena) costituiscono ad esempio dei modelli del nuovo linguaggio artistico.
Tale evoluzione ebbe il proprio apogeo nelle consuetudini di Cluny, dove l’impegno ascetico trovò nel culto l’ambito privilegiato di realizzazione.
La riforma cluniacense, avviatasi nel X secolo e splendidamente continuata nel successivo, e analogamente la riforma ecclesiastica impropiamente definita riforma gregoriana, sviluppatasi soprattutto nella seconda metà del secolo XI, offrirono ulteriore linfa agli sviluppi dell’architettura romanica. Se alla prima è legata l’introduzione del coro poliabsidato (abbazia di Sant’Antimo), alla seconda si deve il recupero di forme e stilemi classici e paleocristiani (Montecassino, San Vincenzo al Volturno), con l'elaborazione - nella pittura e nella scultura - di nuovi soggetti iconografici, come si vede a Sant’Angelo in Formis e a San Pietro al Monte a Civate.

d. Monasteri e paesaggi naturali

Una delle caratteristiche del monachesimo occidentale è la presenza di un forte sentimento della natura. Basti considerare tanto il rilievo qualificante che l’ambiente ha assunto in alcuni insediamenti monastici quanto l’invito che quotidianamente le comunità rivolgevano nelle lodi mattutine ai cieli e alle stelle, ai monti e ai corsi d’acqua, alle forze della natura e alle creature della terra, perché benedicessero il Signore. Tale connessione tra insediamento monastico e natura circostante, evidente anche in monasteri carichi di memorie, quali Montecassino e Subiaco, è aspetto tuttora pienamente attuale e fruibile in molti monasteri diffusi in tutta la penisola italiana e nei territori d’oltralpe.


4. MONACHESIMO BENEDETTINO E PAESAGGIO CULTURALE

a. Dalla ricerca del luogo deserto alla trasfornazione del paesaggio

La Regola di Benedetto, attraverso il lavoro, imponeva ai monaci un aperto confronto con il creato e i beni della terra. La costruzione di strutture stabili, la svolta cenobitica e la crescita delle comunità richiese anche una stabilizzazione economica. La donazione di beni e il loro accrescersi determinarono inoltre il formarsi di vasti patrimoni fondiari e comportarono l’introduzione di criteri di corretta gestione del patrimonio, dal cui buon funzionamento derivavano la sopravvivenza dei cenobi, il sostentamento dei fratelli, l’esercizio dell’ospitalità e della carità fraterna.
Per l’adeguata gestione di tali beni ci si riferì a criteri agronomici antichi, adattandoli peraltro alle variegate soluzioni colturali connesse alle caratteristiche dei luoghi, del clima e dei terreni. Si formarono, dunque, aziende aperte al loro interno alla circolazione dei prodotti, e diversificate nella specializzazione produttiva e distributiva. Si avviarono importanti opere di dissodamento e di miglioria dei terreni, su cui lavoravano i rustici – uomini liberi o non liberi – con le loro famiglie.
Venne organizzato l’allevamento stabulare e transumante, furono perfezionati i sistemi di pesca, controllati i diritti di caccia, messi a frutto gli incolti e le aree boschive, mentre le opere di bonifica favorirono la nascita di nuovi insediamenti, destinati a trasformarsi col tempo in organiche comunità di villaggio.
In questo senso, la presenza di una grande abbazia, con le sue dipendenze, le celle e le numerose chiese ad essa collegate, non soltanto costituì un’importante esperienza religiosa, ma grazie all’esempio di vita e all’impegno profuso dai monaci nella messa a frutto delle risorse, ebbe lungo tutto il medioevo un fattivo impatto sulle popolazioni rurali, di cui contribuì ad elevare, oltre al livello spirituale, le forme di organizzazione civile e le condizioni di vita. Il tutto in conformità all’inscindibile binomio di preghiera e lavoro, nel quale la tradizione benedettina ha amato condensare i caratteri della propria testimonianza religiosa e umana nella storia.