Elezioni in Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Slovacchia
La crisi dell'UE e quella degli Stati nazionali

Il cancelliere tedesco Angela Merkel. Nell'attuale situazione europea sono molti i richiami al rigore del leader tedesco, ma la sua linea contrasta con la ricetta francese per uscire dalla crisi. Immagine tratta dal sito: http://sarodist.files.wordpress.com.

di Stefano Polli*

La crisi globale più lunga della storia recente sta riservando all’Europa qualche amara sorpresa supplementare. Inizialmente è stata una crisi finanziaria, poi si è tramutata in economica, successivamente in una crisi sociale che ancora morde e costringe a sacrifici molti cittadini europei. Adesso sta mostrando un nuovo volto.
La crisi sta infatti portando conseguenze politiche inaspettate in Europa. Non si tratta più e soltanto della ormai ‘’tradizionale’’ crisi istituzionale e di identità dell’ Unione europea. Non stiamo parlando della ampiamente certificata incapacità dei 27 di parlare con una voce sola negli scenari internazionali. E neanche del progressivo ritiro da parte degli Stati membri verso gli interessi nazionali a discapito del bene comune e degli interessi generali dell’ UE. Stiamo parlando delle conseguenze di tutto questo a livello dei sistemi politici nazionali e delle istituzioni dei singoli Stati.

Elezioni e ingovernabilità
La crisi era rimasta fino ad oggi apparentemente confinata nell’Unione europea. Adesso si sta velocemente trasferendo agli Stati nazionali. D’altra parte i temi che hanno caratterizzato la grande crisi di questi anni sono diventati gli argomenti centrali dei dibattiti nazionali che hanno caratterizzato le elezioni recenti in Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Slovacchia. Stiamo parlando della diffusa paura del futuro, dell’incertezza per la mancanza di lavoro e per la crisi dell’economia globale, i timori per una politica dell’immigrazione senza regole e senza una visione comune europea.
Il dato comune di queste elezioni è stato quello dell’ingovernabilità. Dalle urne sono usciti risultati frammentati con un declino dei partiti tradizionali, la fine di equilibri consolidati, la nascita di nuovi partiti, quasi sempre sulle ali estreme, più a destra che a sinistra, e con connotazioni anti-europee.
I cittadini europei continuano a fornire voti che possono essere considerati di protesta o, comunque, contro quella che viene considerata la ‘’burocrazia’’ lontana e incomprensibile di Bruxelles. I nuovi partiti che nascono dalle ceneri delle vecchie organizzazioni hanno spesso venature nazionalistiche e, a volte, più o meno xenofobe.
In poche settimane le elezioni in Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Slovacchia hanno amaramente confermato la deriva comune di tanti paesi europei e in molte cancellerie sono tuttora in corso estenuanti negoziati per mettere in piedi un qualche tipo di governo dopo risultati elettorali controversi e di lettura difficile.
È possibile individuare un legame tra questi risultati incerti e le difficoltà in cui si dibatte l’Europa. I cittadini europei non hanno punti di riferimento, non capiscono l’Europa, non la conoscono. Spesso hanno paura del nuovo, l’integrazione europea non  in grado di garantire le sicurezza di cui invece gli elettori del vecchio continente avrebbero bisogno. Per questo si tende a guardare dentro i propri confini nel tentativo di provare a risolvere i problemi invece di guardare a Bruxelles. Per questo si votano i partiti nazionalisti e non quelli aperti all’Europa. I partiti che chiudono le porte all’Europa e non quelli che nell’ Europa vedono il futuro di tutti noi.

Davide Cameron, Primo Ministro britannico e Leader del Conservative Party. Immagine tratta dal sito: http://shepherdsbush.wordpress.com.
















La strana coppia che governa a Londra

A Londra sta muovendo i primi passi un governo di coalizione senza precedenti per un Paese legato ad un sistema elettorale spietato come quello maggioritario uninominale. È tutto da vedere poi se funzionerà la strana coppia al governo, quel David Cameron e quel Nick Clegg che si erano presentati agli elettori con programmi molto diversi tra di loro su più punti strategici.
Pur di arrivare al governo Clegg è, di fatto, disponibile a rinunciare a molti degli obiettivi prioritari che aveva annunciato in campagna elettorale. E, per quanto riguarda l’Europa, questa non è una buona notizia vista la tradizionale distanza dei conservatori dai temi europei e visto che Clegg aveva promesso un approccio più europeista rispetto ai governi degli ultimi anni. Di ingresso di Londra nell’ Euro, quindi, non si parlerà ancora per parecchio tempo.
È solo a costo di concessioni, compromessi e rinunce che conservatori e liberaldemocratici sono riusciti a raggiungere un accordo sulle principali politiche del loro governo dicoalizione.
Priorità assoluta, nel programma del nuovo governo, è stata data all'economia con una finanziaria d'urgenza e d’emergenza per accelerare il taglio del deficit.
Per quanto riguarda la riforma del sistema politico, i Tory hanno concessi ai libdem il referendum sull'introduzione del sistema elettorale dell' ‘'alternative vote'’, un sistema più proporzionale di quello attuale, come richiesto dai liberaldemocratici.
Fitto il programma per la politica estera. Un nuovo 'Gabinetto di Guerra', nello stile di quello di Winston Churchill, si occuperà della guerra in Afghanistan, mentre un nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale gestirà le politiche di sicurezza nazionale.
Il partito di Nick Clegg ha dovuto fare altre rinunce sul fronte della difesa, abbandonando la propria opposizione al rinnovo del sistema di missili nucleari Trident. I libdem hanno inoltre acconsentito al piano conservatore per l'imposizione di un limite massimo sull'ingresso di immigrati extracomunitari.

Nick Clegg, il leader del partito britannico dei Liberal Democratics. Immagine tratta dal sito: http://farm5.static.flickr.com.
















Per quanto riguarda le politiche ambientali invece, nessuna intesa è stata raggiunta sul fronte del nucleare, al quale i libdem sono contrari. I due partiti si sono però accordati sulla non espansione di alcuni aeroporti, sulla costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità e sull'istituzione di una banca per gli investimenti nel settore 'verde'. I due partiti si sono poi impegnati ad una legislatura fissa di cinque anni: le prossime elezioni non si potranno perciò tenere prima di maggio 2015 e da ora in poi per fare cadere un governo sarà necessaria la fiducia del 55% dei parlamentari.
Ma sarà davvero possibile?

Il separatismo fiammingo
In Belgio, invece, si è assistito alla crescita esponenziale di un partito fiammingo ‘’moderatamente’’ separatista, quello di Bart De Wever che ha avviato una trattativa lunga e difficile con i socialisti valloni di Elio De Rupo, per provare a mettere in piedi un qualche tipo di governo.

Bart De Wever, leader del partito olandese NVA (Nuova Alleanza Fiamminga). Immagine tratta dal sito: http://www.medium4you.be.Il Belgio è un Paese abituato, da sempre, a vivere sul filo del rasoio, a convivere con governi instabili e ballerini e con una coabitazione complessa tra fiamminghi e valloni. Ma le recenti votazioni hanno segnato un passaggio storico con i fiamminghi che hanno deciso di abbandonare il loro tradizionale punto di riferimento, rappresentato dai moderati cristiano-democratici, per passare ad un partito separatista.
In questo momento storico, di grandi difficoltà in tutto il continente, sembrano rompersi i fragili equilibri di un Paese dove i fiamminghi letteralmente non capiscono e non conoscono la lingua dei valloni e viceversa in una sorta di incomunicabilità senza altri esempi nel mondo.
Il dato politico delle elezioni in Belgio è rappresentato dalle valanga di voti arrivati alla sua Nuova alleanza fiamminga (N-Va) che, come uno tsunami, ha travolto i partiti tradizionali, anche se il primo partito del Belgio è quello socialista vallone guidato da Elio Di Rupo.
Sono loro, il separatista del nord e il socialista del sud, i vincitori indiscussi di una campagna elettorale che in Belgio ha radicalizzato il voto, ridimensionando tutti gli altri partiti, dai cristiano-democratici del premier uscente Yves Leterme alla destra xenofoba del Vlaams Belang.
Elio De Rupo, leader del partito socialista belga. Immagine traTta dal sito: http://www.didier-reynders.be.

In Belgio i partiti sono regionali e nel governo federale sono rappresentanti sia quelli espressione della comunità di lingua francese (Vallonia) sia quelli di lingua fiamminga (Fiandre). Solo nella regione di Bruxelles capitale gli elettori possono scegliere sia gli uni che gli altri.
La strana alleanza tra separatisti fiamminghi e socialisti valloni è comunque tutta da verificare sul campo dei non facili né brevi negoziati e dovrà tener conto anche degli umori degli sconfitti. Insomma, nella migliore delle tradizioni del Belgio, si annunciano mesi di attesa e di ordinaria amministrazione prima di avere un nuovo governo,proprio quando dal primo luglio il Paese dovrà assumere la presidenza di turno dell'UE. 
De Rupo ha spiegato che nessuna formazione politica è esclusa e che i negoziati per la formazione del governo procedono su un doppio binario. Da un lato bisogna raggiungere una maggioranza forte dei 2/3 del Parlamento per fare le riforme istituzionali chieste dalle comunità francofona e fiamminga, Dall’altro è necessario costruire una maggioranza sulla manovra antideficit per circa 25 miliardi di Euro entro il 2015:


Cresce il partito xenofobo in Olanda

Una sorpresa dietro l'altra anche nelle elezioni olandesi. Hanno vinto i liberali, ma con un solo seggio in più sui laburisti mentre l'estrema destra xenofoba di Geert Wilders diventa il terzo partito.
Probabilmente, pero', resterà fuori dal governo, perché liberali e laburisti, più i piccoli partiti, lavoreranno per formare una coalizione 'di unità nazionale'.
Ma non sono da escludere altre sorprendenti soluzioni, come quella di un governo di minoranza tra Liberali e Cristiano-Democratici con l’appoggio esterno del partito di Wilders . Secondo alcuni sondaggi fatti alla fine di luglio, la maggioranza degli elettori di Wilders accetterebbero questa soluzione tecnica che vedrebbe comunque formalmente fuori dal governo un partito che vuole bloccare l’immigrazione non occidentale, vietare il Corano e imporre una tassa a chi porta il velo islamico.
Sono molte le resistenze a un ingresso nel governo di Wilders e, nonostante l'innegabile forza acquisita, molto difficilmente ce la farà ad entrare nell’esecutivo. ''Ora vogliamo davvero entrare nel governo, vogliamo partecipare, è difficile che gli altri partiti possano ignorarci con questo risultato'', ha detto Wilders. E invece si sta lavorando proprio per evitare questa situazione.

Geert Wilders, leader del Partito per la libertà, terzo partito in Olanda dopo i recenti risultati elettorali, di estrema destra e xenofobo. Immagine tratta dal sito: http://www.gelderlander.nl.



















Nonostante, in alcune province come Limburgo, abbia sfiorato il 27% di preferenze, diventando il primo partito del sud dell'Olanda, Wilders non è amato dagli altri partiti. I liberali, che hanno un programma tutto centrato sul rigore nel risanamento finanziario, lo considerano molto lontano dalle loro posizioni, visto che ha idee spostate verso sinistra in fatto di economia.
Ma alla fine si potrebbe davvero arrivare al compromesso di un appoggio esterno da parte di Wilders.
Insomma, si va verso un altro governo ‘’artificiale’’ e formato a tavolino. Ed è tutto da vedere se avrà un futuro stabile.

Cambio della guardia a Bratislava
In Slovacchia invece si preannuncia una complesso e difficile cambio della guardia. La coalizione fra sinistra e nazionalisti è stata sconfitta alle recenti elezioni. Il partito socialdemocratico del premier Robert Fico, dopo quattro anni al governo, è risultato in realtà primo al voto ma non ha più una maggioranza per governare: la parola passa quindi ai partiti di centro destra. Assieme, lo schieramento conservatore dispone di una agevole maggioranza in Parlamento.
L’immagine di Fico ha risentito ultimamente di numerosi scandali che lo hanno coinvolto anche personalmente. Con la sua sconfitta, cade l'ultimo bastione di sinistra in un'Europa dell'est dominata, da Praga a Varsavia, da Sofia a Budapest, da governi conservatori.
I partiti di centrodestra hanno, tutti assieme, i numeri per formare una coalizione di governo. In seggi, dei 150 complessivi al Parlamento a Bratislava, il centrodestra assieme ne raggruppa 89, quanto ampiamente basta per governare.
La leader dell'opposizione Iveta Radicova avrà adesso il duro compito di far convivere i quattro partiti di destra che non sempre hanno la stessa visione su tutti i dossier. Anche in questo caso, non sarà un compito facile.

La crisi del motore franco-tedesco
A queste situazioni di difficile governabilità diffusa in tutti i Paesi dell’ UE in cui si è votato in queste settimane ci sarebbe da aggiungere il risultato sul filo di lana delle elezioni presidenziali polacche e, soprattutto, il gelo ormai sceso nei rapporti tra Francia e Germania, i due Paesi che storicamente formano il motore e il nucleo trainante dell’ Unione europea.

Il presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy. Immagine tratta dal sito: http://blogs.nyu.edu/blogs.




















Berlino e Parigi hanno visioni diverse sulle ricette per uscire dalla crisi economica, ma è il feeling generale tra Merkel e Sarkozy che non sembra più quello di una volta.
La storia insegna che quando Francia e Germania non riescono a dialogare in maniera fluida, l’Europa entra in fase di stallo. Ma, purtroppo, Berlino in questa fase sembra molto isolata non soltanto in Europa. Anche i rapporti con Washington sono tesi con Obama che non condivide i continui richiami al rigore della Merkel preferendo dare più spazio alla crescita e allo sviluppo. La Casa Bianca teme che troppo rigore finanziario possa bloccare una crescita fragile a far tornare la recessione.
Con l’asse franco-tedesco che non funziona più come un tempo e con la crisi che ancora morde, i paesi europei continuano sempre più a rinchiudersi in se stessi. L’Unione Europea non riesce a proporsi al mondo come una vera e coesa comunità. I cittadini degli stati membri seguono l’esempio dei propri leader e usano l’unico strumento che hanno per esprimere il loro scontento e il loro malessere: il voto. Il risultato è chiaro: governi deboli e poco intenzionati a impegnarsi in Europa. È il classico cane che si morde la coda. È un circolo vizioso molto pericoloso. Se non ci saranno cambiamenti tempestivi, l’Europa si troverà presto di fronte ad un nuovo drammatico bivio: da un lato la necessità di riprendere tempestivamente la strada di una serrata integrazione anche politica, dall’altro un progressivo e inevitabile declino collettivo.

 
*Capo redattore Affari Internazionali dell’agenzia ANSA


Pubblicato il 25/06/2010
Aggiornato il 3/08/2010

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