di Stefano Polli*
Il livello di un Paese nella varie e molteplici classifiche che vengono stilate in giro per il mondo si basa su una serie di fattori e componenti che possono cambiare in funzione del tipo di graduatoria che si decide di redigere.
Ma tra i vari elementi che non mancano mai c'è quello della formazione e della scuola. Ebbene, l'Italia continua ad arrancare, a livello europeo e a livello mondiale, e a fare passi indietro, con la sua scuola e le sue università che segnano il passo, perdono punti e arretrano rispetto a quelle degli altri Paesi.
Se ne è accorto anche l'ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli che nel suo discorso di addio, prima di lasciare Roma per passare il testimone al nuovo ambasciatore nominato dall'amministrazione Obama, si è tolto alcuni sassolini dalla scarpa, parlando di un'Italia in declino, dal punto di vista economico, della sicurezza energetica e della formazione.
Sono questi, nell'ottica Usa, tre pilastri sui quali si fonda la struttura di un grande Paese e secondo Spogli l'Italia ha perso e sta perdendo molti punti.
Il punto di vista Usa, il declino italiano
L'ambasciatore è entrato subito in maniera ruvida sulle questioni economiche affermando che anche prima di questa dura crisi economica l'Italia «registrava ritmi di crescita di gran lunga inferiori rispetto a quelli dei suoi partner europei».
Per questo, l'Italia si era posta in «una condizione di relativo declino che aveva portato il Paese a essere considerato da alcuni come ‘il malato d'Europa’». E una lenta crescita nel lungo periodo è un problema «molto più serio della recessione in atto».
L'Italia si colloca ripetutamente molto in basso nelle classifiche internazionali sulle condizioni per fare business e investire, ha osservato Spogli elencando in maniera chiara e francamente un po' impietosa quelli che secondo lui sono i problemi alla base del malessere italiano: «una burocrazia pesante, un mercato del lavoro rigido, la criminalità organizzata, la corruzione, la lentezza della giustizia, la mancanza di meritocrazia e un sistema di istruzione che non risponde ai bisogni del Ventunesimo secolo».
Anche la situazione della sicurezza energetica non è incoraggiante, ma secondo Spogli la recente crisi del gas puo' rappresentare un'opportunità per l'Italia per dirigere i propri sforzi verso una strategia che garantisca una reale sicurezza energetica, attraverso la diversificazione delle fonti, dei fornitori e delle rotte.
Pochi legami tra università e imprese
Uno dei temi fondamentali sui quali valutare la posizione del Paese è, secondo Spogli, l'istruzione. E qui la situazione è, forse, addirittura peggiore rispetto agli altri due temi affrontati dal rappresentante americano.
«Se c'è un settore in Italia in cui la relazione tra l'impegno e il suo riconoscimento è più debole, a me sembra che questo settore sia proprio l'istruzione superiore», ha detto riferendo di aver percepito, nei suoi incontri con gli studenti italiani, quello che ha definito «un profondo pessimismo sul futuro perché non sono sicuri che la laurea li aiuterà a trovare un buon lavoro e spesso ho avuto la sensazione che vedano il loro futuro non in Italia, ma altrove».
Il cuore del problema è forse che un fattore che limita l'occupazione in Italia è «la mancanza di forti legami tra il mondo accademico e quello dell'impresa».
Ci sono ovviamente delle eccezioni. E Spogli ricorda di essere rimasto favorevolmente colpito dal successo della partnership tra il Politecnico di Torino e il centro di ricerca della General Motors.
«Dovrebbero esserci più esperienze di questo tipo. Si tratta di un'area in cui gli Stati Uniti hanno maturato dei punti di forza dai quali potrebbe valere la pena prendere spunto. Distretti come la Silicon Valley o la Route 128 a Boston sono famosi per i loro centri di ricerca che danno vita a migliaia di nuove imprese, che a loro volta offrono opportunità di lavoro ai giovani laureati».
Al di là di quello che ha detto Spogli, in effetti esiste una certa rigidità del mercato del lavoro in Europa e uno spirito d'impresa meno sviluppato che limita le possibilità di occupazione nei settori di innovazione.
Lo sviluppo di una cooperazione stretta ed efficace fra le università e l'industria deve senz'altro essere potenziata incoraggiando, in maniera più precisa, un orientamento verso l'innovazione, la creazione di nuove imprese e, più in generale, il trasferimento e la diffusione delle conoscenze.
Gli scambi Italia-Usa
Durante il suo mandato in effetti Spogli ha concentrato il suo impegno su un nuovo programma di scambio che permettesse ai giovani italiani di vivere una vera immersione nella cultura d'impresa americana.
Il programma si chiama Fulbright-BEST (Business Education and Student Training) e ha avuto un sostegno significativo da parte di importanti imprenditori italiani e di numerose regioni, come per esempio la Toscana, ha riferito Spogli, esortando l'Italia a darsi da fare per migliorare il proprio sistema di istruzione e per raggiungere l'obiettivo di portare il sistema universitario italiano agli standard mondiali più alti.
«È una tragedia nazionale – ha detto – che non ci sia una sola università italiana nei primi posti delle classifiche internazionali. Perché, allora, non si scelgono tre università – una del Sud, una del Nord e una del Centro – e gli si concedono uno status speciale e incentivi mirati? Si tratterebbe di sviluppare un programma per portare in dieci anni queste università ai primi posti delle graduatorie mondiali».
Harvard 1° posto, Bologna 192°
In effetti la dura analisi dell'ambasciatore, anche se inusuale nei modi, parte da spunti che hanno riscontri chiari nella realtà.
Secondo l'annuale classifica del «Times» di Londra è l'Università di Harvard (Boston) la migliore del mondo, davanti a quelle di Yale (New Haven, Connecticut) e di Cambridge (Gran Bretagna).
La prima delle università italiane è quella di Bologna che è al 192.mo posto, avendone persi 17 rispetto allo scorso anno.
Nella top ten mondiale figurano sei università degli Usa e quattro della Gran Bretagna.
Le italiane sono tutte in calo, a confermare una tendenza negativa che va avanti da qualche anno.
Dopo Bologna, si classificano ‘La Sapienza’ di Roma (205), il Politecnico di Milano (291), l’università di Padova (296). Dopo le prime 300 si classificano anche Firenze, Pisa e Napoli. La Bocconi di Milano non compare tra le prime 400.
Alla compilazione della classifica, riconosciuta come una delle più affidabili, partecipano sei mila accademici e duemila datori di lavoro pubblico e privato di tutto il mondo che tengono conto anche dell'opinione degli studenti.
Il punto di vista europeo: servono più risorse
L'Unione europea è consapevole del ruolo centrale delle università per la realizzazione di un'Europa basata anche sulla conoscenza.
Questo approccio rappresenta per le università una fonte non solo di opportunità ma anche di sfide considerevoli. Le università operano infatti in un ambiente sempre più globalizzato e in costante evoluzione, caratterizzato da una concorrenza crescente, per attirare e conservare i talenti migliori, e dal delinearsi di nuovi bisogni, ai quali esse devono fornire una risposta.
In questo frangente decisivo per la creazione di nuovi equilibri geopolitici e di fronte a una crisi economica senza precedenti, le università europee hanno generalmente meno strumenti e mezzi finanziari rispetto alle università di altri paesi sviluppati e in particolare agli Stati Uniti.
Si pone quindi la questione di garantire una loro capacità di far concorrenza alle migliori università del mondo garantendo anche un livello di eccellenza durevole.
I numeri delle università in Europa
Il quadro universitario europeo è caratterizzato da una eterogeneità molto definita per quanto riguarda l'organizzazione, l'amministrazione, le condizioni di occupazione e di assunzione dei professori e dei ricercatori.
Nell'Ue vi sono circa 3.300 istituti di insegnamento superiore, circa 4.000 nell'Europa nel suo insieme.
Erano 12,5 milioni gli studenti universitari nel 2000, a fronte di meno di 9 milioni dieci anni prima.
L'Unione europea produce un numero di diplomi scientifici e tecnici leggermente superiore rispetto agli Stati Uniti, pur avendo meno ricercatori rispetto alle altre grandi potenze tecnologiche. Questo paradosso apparente si spiega con il numero inferiore di posti di ricercatori offerti ai diplomati scientifici in Europa, segnatamente nel settore privato: 50% soltanto dei ricercatori europei lavora nelle imprese, a fronte dell'83% dei ricercatori americani e del 66% dei ricercatori giapponesi. Peraltro, le università sono responsabili dell'80% della ricerca fondamentale svolta in Europa.
La difficile ricerca di una dimensione europea
Essenzialmente organizzate a livello nazionale e regionale, le università sembrano incontrare qualche difficoltà per trovare una reale dimensione europea. La mobilità degli studenti, per esempio, resta ancora marginale in Europa. Nel 2000, soltanto il 2,3% degli studenti europei ha proseguito gli studi in un altro paese europeo. Tuttavia, l'Europa finanzia numerose iniziative a favore della ricerca, dell'istruzione e della formazione a livello europeo e internazionale.Nel settore dell'istruzione e della formazione, le università sono particolarmente impegnate nelle azioni del programma
Socrates, in maniera particolare per quanto riguarda
Erasmus. Il programma
Leonardo sostiene invece progetti di mobilità fra università e imprese, che hanno interessato 40.000 persone fra il 1995 e il 1999.
Le università europee attirano inoltre meno studenti stranieri, soprattutto meno ricercatori, rispetto alle università americane. Infatti, le prime hanno accolto nel 2000 circa 450.000 studenti stranieri, mentre le seconde ne hanno accolti oltre 540.000 provenienti per lo più dall'Asia. Peraltro, gli Stati Uniti attirano proporzionalmente molto più studenti stranieri che seguono studi avanzati di ingegneria, matematica e informatica, trattenendo sempre più i titolari di dottorati: circa il 50% degli europei che hanno conseguito un diploma negli Stati Uniti vi resta infatti per diversi anni e molti di questi diplomati vi rimane in maniera permanente.
*Caporedattore Affari internazionali dell'agenzia ANSA
Pubblicato il 19/02/2009