Il terremoto di Haiti e le macerie europee
di Stefano Polli*
Un terremoto devastante che ha colpito uno dei Paesi più poveri del mondo, provocato circa 212.000 morti, decine di migliaia di feriti e mutilati. Questo il bilancio del terribile sisma che ha praticamente raso al suolo Port au Prince e messo al tappeto Haiti.
Ma qualche maceria è rimasta anche a livello diplomatico e l’immagine complessiva della comunità internazionale esce molto ridimensionata dopo aver dimostrato scarsa capacità di reazione e problemi evidenti di coordinamento.
Le polemiche proprio sul coordinamento sono state anche roventi e anche coinvolto soprattutto gli Stati Uniti accusati da qualche osservatore di arroganza per il modo in cui hanno inviato migliaia di soldati e una presunta poca concretezza nelle azioni sul territorio.
Ma anche l’Europa non ha brillato per la sua presenza. Anche in questa occasione i principali Paesi europei sono intervenuti con una certa tempestività, ma l’Unione Europea nel suo insieme ha confermato un’atavica difficoltà nel parlare con una voce sola e nel muoversi in maniera coesa.
La devastazione di Port au Prince
È evidente che la comunità internazionale ha perso un’occasione importante per dimostrare una solidarietà concreta e tempestiva.
Non bisogna comunque essere troppo critici, il terremoto è stato davvero devastante e ha colpito un Paese non ben organizzato. Il lavoro da fare era e resta davvero difficile ma forse si poteva fare qualcosa di più.
Il bilancio , purtroppo non ancora definitivo, è agghiacciante: circa 212 mila morti, circa 4 mila persone che hanno subito amputazioni, 300.000 feriti ricoverati in ospedali, centri sanitari e ambulatori, 250.000 case rase al suolo e circa 30.000 negozi finiti tra le macerie. A livello di numeri è un disastro con pochi precedenti a livello mondiale. Sono le cifre più gravi degli ultimi 20-30 anni.
Per questo il disastro non poteva naturalmente essere gestito solamente da Haiti, ma c’era bisogno di una forte presenza internazionale.
I dubbi di Bertolaso
Anche il capo della Protezione civile Guido Bertolaso ha sollevato qualche dubbio sul coordinamento degli aiuti e ha sollecitato la comunità internazionale a dotarsi di una ''forte leadership'' per la gestione degli aiuti ad Haiti.
In particolare, Bertolaso ha detto che "questa tragedia è arrivata un po' troppo presto per la Commissione UE", che si trova in un momento di transizione tra la vecchia e la nuova squadra.
Bertolaso ha ricordato che lo tsunami del 26 dicembre 2004 provocò oltre 350 mila morti, ma la differenza sostanziale e’ che ad Haiti il terremoto ha decapitato la struttura centrale, lo Stato haitiano ed è per questo che fin dalle prime ore "avevamo fatto un appello perché un'autorità sovranazionale coordinasse gli interventi e l'emergenza".
Le critiche all’azione europea
La Francia è stata tra i primi Paesi a criticare l’azione europea affermando che la reazione dell'UE alla catastrofe di Haiti avrebbe potuto essere più rapida. Secondo Parigi è necessaria la costituzione veloce di una "forza di reazione umanitaria" dei Ventisette.
In effetti si sarebbe potuto sperare in tempi più rapidi e in una maggiore visibilità'' dell'UE rispetto al sisma.
"L'Europa – hanno spiegato fonti francesi – ha saputo riunire i fondi necessari per gestire la crisi e certo investirà nella ricostruzione". Ma è tempo che l'Europa si doti di una forza di reazione umanitaria che gli consenta di reagire in modo più rapido.
D’altra parte, quella di Haiti è stata anche la prima prova per l’Europa del Trattato di Lisbona, entrato in vigore lo scorso primo gennaio. Ma i nuovi assetti istituzionali non sembrano ancora funzionare al meglio. C’è un po’ di confusione e sarà necessario un po’ di tempo per raggiungere il giusto equilibrio tra nuovo presidente stabile del Consiglio Europeo, ministro degli Esteri UE, Commissione, Parlamento europeo, servizio diplomatico europeo e gli Stati membri che ancora vanno spesso ognuno per conto proprio.
Dallo tsunami al terremoto
La Commissione Europea si è subito resa conto di alcuni errori commessi e intende migliorare ulteriormente la capacità di risposta dell'UE alle catastrofi.
Il presidente Josè Manuel Barroso chiederà al nuovo esecutivo – che ha ricevuto il via libero del Parlamento europeo il 9 febbraio – di avanzare proposte per migliorare la capacità di risposta dell'UE alla crisi anche per consentire all'Europa di avere una maggiore visibilità negli sforzi nei confronti di coloro che beneficeranno degli aiuti pubblici europei.
Dopo la tragedia dello tsunami in Indonesia, la UE cominciò a discutere della nascita di una forza comune europea di protezione civile, sulla base di un rapporto di 60 pagine presentato dall'allora ex commissario ed ex ministro degli Esteri francese Michel Barnier.
Oggi si ritorna a parlare di quel rapporto che prevedeva la nascita di una forza congiunta di protezione civile tra gli Stati membri (battezzata 'Europe Aid '), l'adesione volontaria da parte dei Paesi europei e la sua entrata in vigore entro il 2010 per migliorare l'efficacia degli aiuti umanitari e della protezione civile della UE.

Una forza di reazione umanitaria europea
Sono passati quindi oltre cinque anni dallo tsunami dell'Indonesia, eppure i limiti nel coordinamento della risposta europea in materia di soccorsi e assistenza di fronte a eventi tragici e a crisi umanitarie si sono ripetuti quasi identici di fronte al terremoto di Haiti.
Dopo lo tsunami, l'UE cominciò, infatti, a discutere della nascita di una forza comune europea di protezione civile.
Dimenticato per quattro anni in qualche cassetto della Commissione UE, oggi si ritorna a parlare del ''rapporto Barnier''. L'obiettivo di fondo rimane quello di migliorare l'efficacia e la prontezza di riflessi degli aiuti umanitari e della protezione civile dell'UE. Proprio quello che – secondo la pioggia di critiche giunte dagli europarlamentari e da diversi governi nazionali – è mancato a livello europeo nella gestione della crisi haitiana.
Il rapporto Barnier suggeriva di creare un meccanismo ''volontario'' per consentire agli Stati membri interessati di fare parte di
Europe aid e di scegliere i settori nei quali partecipare, a partire dai mezzi e dalle esperienze acquisite sul terreno. La proposta prevedeva anche la creazione di squadre di equipe consolari volanti composte da diplomatici di diversi Stati membri con una formazione comune nella gestione delle crisi. Sempre sul fronte diplomatico, la proposta puntava alla nascita di consolati UE in quattro zone sperimentali (Caraibi, Balcani, Oceano indiano, Africa occidentale).
Un altro punto chiave del progetto era quello della doppia solidarietà: per evitare doppioni la nuova struttura anti-crisi UE avrebbe dovuto rispettare le sfere d'azione sia dell'ONU sia le competenze nazionali degli Stati membri.
Vecchie proposte e uno sguardo al futuro
Di fronte a crisi trasnazionali interne ed esterne particolarmente gravi, Barnier proponeva di creare un ''consiglio di sicurezza civile'', integrato dai presidenti del Consiglio e della Commissione e dall'Alto rappresentante per la politica estera, da rappresentanti degli Stati membri e dai capi di stato maggiore dell'UE.
Europe Aid avrebbe dovuto disporre di un centro operativo e di un istituto di formazione per la protezione civile. Per finanziare la nuova forza europea, veniva proposto un prelievo annuale del 10% sul Fondo di solidarietà UE, dotato attualmente di un miliardo di euro l'anno, senza escludere possibili contributi da parte del budget Echo (Ufficio UE per gli aiuti umanitari).
Tutto questo non è stato fatto e adesso l’Europa sta rimpiangendo il tempo perduto e sta recuperando vecchie proposte per provare a non farsi trovare impreparata la prossima occasione. E per provare a essere davvero un’Unione Europea.
*Caporedattore Affari Internazionali dell’agenzia ANSA
Pubblicato il 12/2/2010