L’evoluzione del sistema universitario dal Processo di Bologna al DM 270/04

Immagine tratta da: www.adiscuola.it

di Emanuela Stefani*

Il sistema universitario italiano è andato incontro a dei profondi mutamenti in seguito all’adesione al cosiddetto 'Processo di Bologna', che ha coinvolto vari Stati europei alla fine degli anni Novanta. Tali cambiamenti hanno riguardato, essenzialmente, la costituzione di uno spazio europeo dell’istruzione superiore con l’obiettivo di armonizzare, a livello dei vari Stati, sia le architetture dei percorsi formativi dell’alta formazione, sia i principali obiettivi dei diversi cicli di studi. A distanza di alcuni anni dall’avvio di questo processo la situazione europea dell’alta formazione appare variegata e caratterizzata da luci e ombre. In Italia vari provvedimenti legislativi hanno scandito l’applicazione della riforma universitaria. Tali provvedimenti, principalmente rappresentati dal DM 509/99 e dal DM 270/04, hanno inciso profondamente sull’organizzazione e il funzionamento delle strutture didattiche delle Università italiane, sviluppando anche un vivace dibattito all’interno della comunità accademica sull’effettiva validità e sulla portata dei numerosi cambiamenti in atto.
 
Il processo di Bologna
Il processo di Bologna, che coinvolge attualmente 46 paesi, costituisce il percorso che gli Stati europei stanno seguendo per realizzare uno spazio europeo dell’istruzione superiore che renda l’Europa competitiva a livello mondiale. La 'Dichiarazione della Sorbona' segna il momento di inizio del percorso. I Ministri competenti di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia, in occasione dell’anniversario dell’Università di Parigi, il 25 Maggio 1998, e prendendo spunto da una riflessione sulla tradizione e la storia delle Università europee, rilasciano una dichiarazione congiunta in cui concordano sull’importanza di rendere l’Europa non solo uno spazio coeso economicamente e finanziariamente, ma anche una società della conoscenza. La 'Dichiarazione di Bologna' ('Lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore', 1999), rilasciata dai Ministri europei dell’Istruzione superiore intervenuti al convegno di Bologna (19 giugno 1999), porta la firma di 29 paesi europei. Convenendo sull’importanza della costruzione di uno spazio europeo dell'istruzione superiore (EHEA,  European Higher Education Area) quale “strumento essenziale per favorire la circolazione dei cittadini, la loro occupabilità, lo sviluppo del Continente”, secondo quanto dichiarato alla Sorbona, i paesi firmatari si impegnano a coordinare le proprie politiche al fine di raggiungere entro il 2010 quegli stessi obiettivi individuati a Parigi, riconoscendoli come obiettivi di interesse comune. A questi momenti fondamentali seguono altri incontri, generalmente ogni due anni, in cui viene fatto il punto della situazione e vengono poste delle priorità precise per il biennio successivo. Le principali iniziative intraprese dal processo di Bologna a partire dal 1999 hanno riguardato la strutturazione dei percorsi formativi universitari sotto forma di “cicli”, l’incentivazione della qualità dell’istruzione superiore, il reciproco riconoscimento dei titoli di studio, l’introduzione del sistema dei crediti formativi, lo spostamento dell’attenzione dall’insegnamento all’apprendimento, l’armonizzazione delle attività formative in specifiche aree disciplinari (progetto Tuning), ecc.
 
Il DM 509/99: la prima riforma
La riforma della didattica universitaria in Italia inizia nel 1999 con il DM n. 509/99, 'Regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei',  che disciplina le prime modifiche strutturali in linea con il processo di Bologna e le iniziative intraprese a livello europeo. In seguito all’applicazione di questo decreto ministeriale (e di alcuni decreti successivi riguardanti l’introduzione delle 'classi di laurea') gli ordinamenti degli studi vengono profondamente modificati. I 'vecchi' percorsi quadriennali e quinquennali vigenti fino all’inizio del 2000 vengono progressivamente sostituiti dal primo ciclo degli studi (corso di laurea, comunemente noto come corso di laurea triennale o di I livello) e dal secondo ciclo degli studi (corso di laurea specialistica o di II livello). Viene poi introdotto il sistema dei crediti formativi universitari (CFU) che, in analogia al sistema degli ECTS già adottato in sede europea, intende facilitare la mobilità degli studenti e il riconoscimento delle carriere nel contesto formativo europeo. Le Università hanno una maggiore autonomia nella definizione degli ordinamenti degli studi, cioè nell’identificazione delle attività formative che concorrono al raggiungimento degli obiettivi formativi dei corsi di laurea di I e di II livello. Al fine di favorire la conoscenza del mondo del lavoro, vengono previsti durante i percorsi formativi degli stage o tirocini che gli studenti possono effettuare al di fuori delle Università. Inoltre, in accordo con le raccomandazioni europee, viene dato nuovo impulso al III livello dell’istruzione superiore, ossia al dottorato di ricerca. Questo primo periodo di applicazione della riforma, però, comporta non pochi problemi per le Università, sia di natura organizzativa, sia, soprattutto, di natura culturale. Infatti, i sostanziali cambiamenti che si sono avuti a partire dal 2001 hanno scosso profondamente il modo di essere del docente universitario e le modalità di erogazione della didattica.
 
Il DM 270/04: la riforma della riforma
A distanza di cinque anni, una serie di interventi legislativi, il principale dei quali è rappresentato dal DM n. 270 del 22 ottobre 2004, 'Modifiche al regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509', modifica significativamente alcune disposizioni introdotte dal DM 509/99, allo scopo di correggere determinate questioni critiche, implementare le buone prassi instaurate e sviluppare linee di azione in armonia con l’evoluzione del processo europeo di riforma del sistema dell’istruzione superiore. Uno dei cambiamenti più importanti riguarda lo sganciamento completo del corso di laurea specialistica dal corso di laurea. Infatti, mentre il DM 509/99 prevedeva un percorso di II livello (corso di laurea specialistica) strettamente legato a quello di I livello (corso di laurea), ora, invece, il percorso di II livello gode di piena autonomia e cambia anche di denominazione. Si chiama, infatti, corso di laurea magistrale, mantenendo la durata biennale come il precedente corso di laurea specialistica. L’obiettivo di questo cambiamento è di incentivare, entro certi limiti, una trasversalità dei saperi, permettendo l’accesso ad un determinato corso di laurea magistrale di laureati di diverse tipologie di corsi di I livello. Si tratta, ovviamente, di un importante cambiamento per le Università italiane, che stanno gestendo, proprio in questo periodo, questa ulteriore profonda trasformazione. In questa nuova fase della riforma, inoltre, le Università hanno un’autonomia ancora maggiore nella definizione degli ordinamenti degli studi, in quanto sono stati significativamente ridotti i vincoli ministeriali previsti nella caratterizzazione dei percorsi formativi. Altra novità è l’introduzione dei corsi di studio cosiddetti “interclasse”, che si pongono in posizione bilanciata tra due percorsi formativi tradizionali. Le Università possono ora prevedere dei corsi di studio “ibridi”, per esempio tra pedagogia e filosofia, oppure tra biologia e biotecnologie, o ancora tra fisica e biotecnologie. Dal punto di vista culturale ciò riveste una notevole importanza perché vengono preparate delle figure professionali nuove, auspicabilmente rispondenti alla rapida evoluzione delle necessità della moderna società della conoscenza. Ulteriori cambiamenti previsti dalla recente normativa tendono a correggere delle anomalie manifestatesi nella prima fase di applicazione della riforma, come l’eccessiva frammentazione dei percorsi formativi (molti insegnamenti con pochi CFU e un gran numero di prove di valutazione), gli ostacoli alla mobilità degli studenti (riconoscimento limitato delle carriere degli studenti nei trasferimenti), la scarsa trasparenza nella comunicazione rivolta agli studenti e alle famiglie (percorsi formativi scarsamente comprensibili e difficoltà nel reperimento delle informazioni). Inoltre, al fine di razionalizzare e qualificare l’offerta formativa complessiva degli Atenei sono stati adottati dei provvedimenti ministeriali ulteriori a garanzia della qualità dei percorsi formativi stessi. A questo scopo sono stati identificati dei requisiti abbastanza stringenti, in termini di risorse strutturali ed umane, per l’attivazione dei corsi di laurea da parte delle Università. E’ molto difficile, se non impossibile allo stato attuale, fare un bilancio della riforma della didattica nelle Università italiane. Molti cambiamenti sono stati fatti nel volgere di pochi anni e gran parte di essi, se non la totalità, sono stati realizzati a “costo zero”, ossia senza l’impiego di risorse addizionali, più volte e giustamente richieste dalla comunità accademica. In quest’ultimo periodo è comunque in atto nelle Università un ripensamento virtuoso della didattica al fine di massimizzare l’efficienza e l’efficacia dei percorsi formativi.
 
*Direttore della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane - CRUI
 
 Pubblicato il 19/06/2009

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