Osservatorio Intercultura
a cura di Sandro Baldi e Sabina Felici
Intervento di Carmelo Galioto*
“Emmanuele ha 16 anni ed è arrivato a Vic nel gennaio scorso. In Ghana ha lasciato il mondo che conosceva, perché i suoi genitori volevano migliorare le loro condizioni di vita. Non comprendeva bene né il castigliano, né il catalano. Emmanuele è uno delle centinaia di minori che giungono in Catalogna ad anno scolastico iniziato” (Toni Castañeda, Enseñar por separado ). La storia di Emmanuele è realtà consolidata non solo in Spagna, ma anche in Italia e in altri paesi dell’Unione europea. In che modo gli alunni di origine immigrata e in particolare i neo-arrivati, vengono inseriti nei sistemi scolastici europei? La principale difficoltà di apprendimento è quella legata alla lingua, una lingua che deve servire per inserirsi positivamente nel nuovo contesto sociale, ma anche per studiare. Il confronto con l’esperienza di altre nazioni e con le direttive in materia dell’Ue può essere utile al dibattito che si sta svolgendo in Italia, successivamente alla mozione sulle classi ponte, approvata in Parlamento.

L’esperienza tedesca
In Germania nel 2007 il Kultusministerkonferenz (Conferenza dei Ministri della Cultura) insieme ad associazioni di immigrati, ha partecipato alla progettazione di una politica di lungo periodo per l’integrazione degli immigrati. Un elemento significativo di questo piano è rintracciabile proprio nell’ambito dell’istruzione e della formazione professionale: l’obiettivo è quello di non negare a nessun alunno l’accesso a pari opportunità formative a causa di un particolare background socio-economico-culturale. In Germania si ricorre alla predisposizione di percorsi didattici e d’inserimento transitori con classi di preparazione (all’interno della stessa scuola) per rispondere a bisogni educativi speciali. Viene però mantenuta sempre la possibilità di assistere alle lezioni insieme a tutti gli altri allievi della classe principale in cui verrebbero inseriti gli alunni. La durata di queste classi transitorie è inferiore a un anno. Viene previsto anche il ricorso a misure di lungo periodo (classi speciali per un anno o due) formate da soli studenti stranieri per le loro necessità sia di linguaggio, sia curricolari, con docenti appositamente incaricati. Tali misure sono rivolte esclusivamente agli alunni neo-arrivati. Si possono costituire classi speciali se l’incidenza di alunni stranieri supera il 20%. Esiste dunque la possibilità di formare classi preparatorie per gli alunni stranieri, facendo ricorso a quel particolare canale del sistema formativo riservato a chi ha speciali necessità educative (Sonderschulen): una possibilità che viene presa in considerazione e attuata con diverse modalità dai vari Länder.
Inghilterra e Francia
In Inghilterra vige un sistema di autonomia delle istituzioni scolastiche e per quanto concerne l’inserimento di alunni stranieri, esiste una legislazione chiara e avanzata che ha come pilastro il documento
The Race Relations (amendment) Act (2000). In questo atto legislativo viene accolto quanto già stabilito nel
Race Relations Act (1976), come la disposizione per cui non si deve discriminare un minore a causa di motivi etnici per l’ammissione a scuola, non si deve predisporre un insegnante speciale e neanche collocare l’alunno/a in un particolare tipo di classe. L’Inghilterra dunque propone un modello di integrazione che prevede l’inserimento degli alunni stranieri nelle classi comuni.
La Francia adotta un modello di politica educativa per studenti stranieri che prevede l’inserimento nelle classi comuni, ma ricorre a classi separate che durano al massimo due anni nei confronti dei cosiddetti alunni
NSA,
non scolarisés antérieurement, cioè non precedentemente scolarizzati.

La Spagna e il caso Catalogna
La politica scolastica spagnola è di competenza delle
Comunidades autonomas (che corrispondono alle nostre Regioni italiane). Il governo centrale mantiene il compito di impostare il quadro complessivo d’indirizzo delle politiche educative. La
Ley orgánica de Educación 2/2006, dedica gli articoli
78e 79 agli “alunni con una integrazione debole nel sistema educativo spagnolo” causata anche alla provenienza da altri paesi e per queste necessità di appoggio educativo “corrisponde alle amministrazioni educative locali sviluppare programmi specifici (…) al fine di facilitare l’integrazione nella classe e corso che si frequenta”. Lo sviluppo di tali programmi “sarà comunque e in ogni caso simultaneo alla scolarizzazione degli alunni nelle classi ordinarie”. La scelta di fondo del modello spagnolo è dunque quello dell’inserimento degli alunni stranieri nelle classi comuni.
Ha suscitato molte polemiche, recentemente, la decisione della Generalitat de Catalunya (il sistema amministrativo-istituzionale della Comunità autonoma della Catalogna) di istituire quattro centri speciali, non inseriti nel sistema scolastico, per minori stranieri tra gli otto e i diciotto anni. Tali centri chiamati – Spazi di benvenuto educativo – sono propedeutici all’ingresso nel sistema scolastico e non lo sostituiscono: accoglieranno alunni che giungono ad anno scolastico iniziato e sono molto deboli nella lingua.
L’approccio dell’Unione europea
La tendenza principale, fra i paesi dell’Ue, è quella dell’inserimento nelle classi comuni, ma fra i vari Stati vi sono importanti punti di distinzione legati a molte variabili. Se il diritto all’istruzione dei minori, qualunque sia la provenienza nazionale, rimane inalienabile, occorre saper effettuare scelte politiche che tengono conto dei differenti bisogni educativi dei minori stranieri nati nel Paese di nuova residenza dei genitori, rispetto a quelli di coloro che arrivano da un contesto socio-linguistico diverso. È opportuno ricordare, inoltre, che l’indagine PISA offre dei dati desolanti sui risultati scolastici degli alunni immigrati.
Il
Libro verde su migrazione e sistema d’istruzione europei, elaborato dalla Commissione Europea nel luglio 2008, dà conto di queste criticità e sottolinea come sia necessario ripensare da cima a fondo i percorsi didattici e formativi degli attori coinvolti nello sforzo educativo; insistere su una scuola sempre più multilinguistica; lavorare tenacemente per un rinnovamento dell’atteggiamento di fondo nei confronti delle diversità di provenienza nazionale e di appartenenza culturale. In ogni caso il documento prende posizione in modo chiaro nei confronti della segregazione come strategia politica:“
la segregazione scolastica indebolisce la capacità del sistema d’istruzione di raggiungere uno dei suoi principali obiettivi, vale a dire lo sviluppo dell’integrazione sociale, di amicizie e vincoli fra i figli di migranti e loro coetanei. In generale, quanto più le politiche educative riescono a neutralizzare la segregazione di fatto degli allievi figli di migranti sotto tutte le sue forme, tanto migliore è l’esperienza scolastica” (p.10). Si tratta di una sfida che chiama le istituzioni europee e i singoli Stati membri a risposte efficaci per un nuovo modello di convivenza.
*Esperto in politiche pubbliche , ha svolto un tirocinio presso il Ministero della Pubblica istruzione su integrazione degli alunni stranieri ed educazione interculturale. Docente di Filosofia e Storia presso il Liceo Europeo del Centro Educativo Ignaziano di Palermo.
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Pubblicato il 26/03/2009