Scuolemigranti a Roma

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di Oreste Tappi *

I dati
Nel 2009-2010 hanno frequentato a Roma corsi gratuiti d’italiano come seconda lingua (L2) 15mila stranieri, quasi equamente distribuiti fra i corsi pubblici gestiti dai 26 CTP (Centri Territoriali Permanenti), attivi presso altrettante scuole medie della capitale, e quelli organizzati da associazioni volontarie, con una leggera prevalenza dei secondi. Le associazioni volontarie, infatti, sono in grado di fornire un servizio più flessibile in termini di orario, calendario, adattabilità didattica, condizione a volte più rispondente ai bisogni di un’utenza spesso gravata da tipi e orari di lavoro molto pesanti e comunque molto diversificati.

Roma, con 270mila presenze, è il primo comune italiano per numero di residenti stranieri, che in Italia sono ormai quasi 4,5 milioni (ai quali vanno aggiunti ca. 500mila irregolari), poco più quindi del 7% della popolazione, una percentuale inferiore a quella della Germania, della Francia e della Spagna. I residenti stranieri forniscono però il 10% del lavoro dipendente e una crescente quota di lavoro imprenditoriale ed autonomo (a Milano i pizzaioli egiziani superano i napoletani), contribuendo al PIL nazionale per più dell’11% e versando al fisco e all’INPS molto più di quanto proporzionalmente non ricevano, anche a causa dell’età anagrafica media molto più bassa di quella degli “italiani”.  

A fronte di queste cifre, quelle relative all’inserimento linguistico e culturale degli immigrati nel tessuto della società italiana appaiono relativamente modeste, pur riferendole alla sola popolazione adulta (i minori sono 932mila, proporzionalmente molti di più degli “italiani”) e pur non sottovalutando le fonti di acculturazione linguistica diverse da quelle strettamente scolastiche.

Del resto né il volontariato, né tanto meno la scuola pubblica (cioè i CTP) riuscirebbero oggi a far fronte a una domanda così numerosa. Domanda che è tuttavia destinata ad aumentare a seguito dell’entrata in vigore il 9 dicembre scorso del decreto del 04.06.2010 che istituisce anche in Italia la "Carta di soggiorno di lungo periodo" (cioè una buona alternativa ai permessi di soggiorno biennali), subordinandone l’ottenimento anche alla conoscenza della lingua italiana a livello A2  (il secondo dal basso, dei sei livelli di competenza linguistica compresi nel Quadro comune europeo), e la via più agevole prevista per certificare tale conoscenza è la “frequenza con profitto” di un corso regolare presso un CTP. La situazione è perciò in movimento e, almeno a Roma, sono già formalmente previste forme di cooperazione fra le scuole del volontariato e i CTP, anche se probabilmente la domanda sarà meno rilevante di quanto paventato, soprattutto a causa degli altri requisiti richiesti, fra i quali 5 anni di permanenza regolare nel Paese e un’abitazione regolare.

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Le scuole
Ma qual è oggi la realtà delle scuole del volontariato? Piuttosto composita, ancorché da due anni gran parte di esse (a oggi più di 40) si siano coordinate in modo efficiente e ben organizzato in una Rete Scuolemigranti cittadina, che è ormai un interlocutore imprescindibile anche per le istituzioni pubbliche.
Fra le associazioni di volontariato che organizzano corsi d’italiano L2 per immigrati, alcune sono di antica esperienza e di solida organizzazione, come la Caritas o la Comunità di S. Egidio, o associazioni “laiche” come Asinitas e CDS (Casa dei Diritti Sociali); non mancano enti para-istituzionali come alcune biblioteche comunali, ma c’è anche una notevole diffusione e proliferazione di realtà più piccole ma molto motivate ed attive. Tutte condividono il dato di fondo di intendere l’insegnamento della lingua (già in sé, come è ben noto, non certo neutrale, ma dotato di forti valenze culturali e sociali), anche e soprattutto come uno strumento di accoglienza e d’integrazione, spesso in concomitanza con attività ed iniziative tese alla condivisione, all’amicizia e allo scambio culturale reciproco.
In questa prospettiva, si comprende come le scuole del volontariato non intendano minimamente appiattirsi sull’obiettivo del conseguimento della certificazione. Ma i corsi volontari garantiscono di fatto e in qualche misura ciò che il servizio pubblico non è in grado di offrire e che, continuando l’attuale politica di tagli, offrirà sempre meno: una politica miope che colpevolmente trascura il fatto che l’istruzione degli immigrati, oltre che un loro diritto, è anche un investimento sociale, politico ed economico assolutamente indispensabile, come ben comprendono stati lungimiranti come la Germania, che negli anni passati ha aumentato del 15% il bilancio della pubblica istruzione proprio per l’insegnamento della lingua agli immigrati.
Ma è evidente per le associazioni di volontariato il rischio (del resto comune a tante altre iniziative di volontariato anche in altri settori) di supplire l’istituzione pubblica in un suo compito specifico: rischio in parte scansato dalle associazioni attraverso una politica di richiesta di riconoscimento da parte delle istituzioni, e di forme di sinergia con la scuola pubblica che non solo non stravolgano la propria filosofia, ma anzi tendano ad affermarla a livello generale.

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Gli insegnanti e la didattica
Ma chi opera nelle scuole del volontariato? Questo è un aspetto molto interessante, perché queste scuole sono, a mio giudizio, anche uno straordinario laboratorio didattico e sociale nel quale si incontrano più generazioni: insegnanti pensionati ma ancora dotati di una grande vocazione ed energia professionale; persone di età matura che magari svolgono altri tipi di lavoro ma si sono creata una personale competenza didattica per questo tipo di volontariato; giovani , molti dei quali orientati a svolgere questa attività come futuro lavoro, eventualmente anche mutando quello che svolgono attualmente.
Un certo numero di questi ultimi scelgono le scuole del volontariato per svolgere il tirocinio richiesto per sostenere il relativo esame di abilitazione rilasciato dalle università per stranieri di Siena e Perugia. Fino a ieri, pressoché l’unica esperienza didattica di italiano L2 (cioè non come lingua straniera, LS, ma come seconda lingua d’uso) era quella maturata presso queste due università, ma con un’utenza assolutamente diversa da quella della quale stiamo parlando qui: generalmente stranieri per lo più giovani, notevolmente acculturati e interessati all’italiano per ragioni “alte”, professionali e/o culturali. Invece la nuova e crescente utenza degli immigrati, pur non di rado dotata di buona cultura d’origine, assai più spesso è culturalmente molto deprivata, fino a fasce non esigue di analfabetismo nelle lingue/scritture latine e occidentali, o anche di analfabetismo totale, specialmente nell’utenza femminile. Anche per questo motivo, del resto, oltre che per i particolari bisogni di quest’ultima fascia, alcune delle scuole del volontariato organizzano corsi riservati alle sole donne immigrate. Ma più in generale, una delle attività principali della commissione formazione insegnanti della Rete Scuolemigranti riguarda proprio l’insegnamento agli analfabeti.

Attività e strumenti
Le competenze richieste per queste attività sono evidentemente in parte diverse da quelle già possedute dagli ex insegnanti, anche di quelli della scuola elementare, e la pubblicistica teorica specifica che in questi anni si è venuta producendo aiuta solo in parte. A volte sono anche utili i libri di testo che, analogamente, sono stati pubblicati in questi ultimi anni, alcuni a cura degli operatori delle medesime università per stranieri, altri di operatori stessi del volontariato sulla base dell’esperienza maturata sul campo. In realtà, in queste situazioni caratterizzate da una forte discontinuità di presenza degli utenti, e a volte degli stessi insegnanti, il libro di testo può servire soprattutto a offrire una traccia di continuità. Un limite notevole del libro di testo è che esso è ovviamente indifferenziato, mentre l’utenza è sempre molto composita e può andare dagli ispanofoni dell’America latina, ai Bengalesi e ai Filippini a volte dotati di qualche conoscenza dell’inglese, ai Cinesi del tutto estranei alle lingue/scritture latine ecc.
In generale, e secondo anche l’ormai più accreditata linea teorica, le metodologie sono di tipo comunicativo (basato cioè sulla comunicazione interpersonale con l’insegnante e fra gli studenti stessi), e lo stesso apprendimento “grammaticale” è funzionale a esso. Spesso le attività in aula sono integrate da altre di tipo sociale e creativo: per es. l’associazione “Asinitas”, per certi versi all’avanguardia nella ricerca didattica, ha recentemente prodotto un libro in serigrafia con il lavoro manuale, di disegno e di scrittura degli studenti stranieri in forma di narrazione, in parte simbolica (i loro alberi), della loro storia personale.
Si organizzano anche, di sabato o domenica, visite di gruppo della città, stimolatrici di interessi culturali più vasti. A tale proposito, voglio segnalare anche sulla base della mia personale esperienza, che gli studenti stranieri si mostrano sempre molto interessati ai temi della nostra storia e cultura, anche perché spesso ne scoprono aspetti ovvi per noi, ma da loro sorprendentemente insospettati, come il fatto che fino a cinquanta anni fa l’Italia era a sua volta terra di emigrazione. E anche riguardo la lingua stessa, sono sempre incuriositi dalla sua storia e dai confronti con la propria lingua, oltre a sentirsi meno a disagio e “fuori casa” potendo in qualche modo parlare di essa, del proprio mondo di origine e in definitiva della propria storia. Da ultimo, ma ai primi posti per importanza, riveste un grande significato e stimola grande curiosità proprio lo scambio delle conoscenze sulle rispettive culture.

Una classe di immigrati della Associazione Monteverde antirazzista di Roma in gita a Roma

Un esempio
Può essere in parte emblematica la piccola realtà in cui opera chi scrive, l’associazione “Monteverde antirazzista”, che si occupa anche di problemi come quello degli insediamenti dei Rom, o dell’assistenza sanitaria a immigrati che per qualche ragione non possono o non vogliono rivolgersi al servizio sanitario nazionale (al quale non a caso sono iscritti in Italia solo il 68% degli stranieri pur regolarmente residenti). Da due anni questa associazione organizza corsi d’italiano L2 su tre livelli, dalla alfabetizzazione a un livello assimilabile a quello A2 del quadro europeo. La particolarità di questa esperienza è che i suoi corsi, pur affidati al lavoro di insegnanti assolutamente volontari, si tengono la sera presso una scuola elementare e dell’infanzia del quartiere, che ha inserito l’iniziativa nel POF, grazie al fattivo interessamento di alcuni insegnanti e genitori e alla piena disponibilità della direzione. Una situazione che, dato il carattere sociale e di radicamento nel territorio della scuola dell’infanzia e dell’obbligo di primo grado, sembra essere particolarmente adatta a promuovere la conoscenza reciproca e l’integrazione degli stranieri nella realtà familiare e sociale del quartiere. Del resto, da questo punto di vista, essa è per certi versi analoga a quella dei corsi per le mamme degli alunni stranieri delle scuole elementari dell’estrema periferia municipale, che, finché ne ha avuto i fondi (cioè fino allo scorso anno), ha organizzato lo stesso Consiglio del XVI Municipio.

*Già insegnante di Lettere classiche nei licei, esperto di educazione linguistica, autore di testi di e per la didattica del Latino.

Pubblicato il 24/03/2011

 

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